La persona a cui è intitolato il Centro: la sua vita, il suo impegno

Il 24 gennaio del 1984 si spegneva a Torino, nella sua città, Domenico Sereno Regis. Quello di Domenico è un nome ancora vivissimo nella memoria di tanti, non solo a Torino e non solo tra coloro che lo conobbero direttamente, perché il suo passaggio tra noi, così breve ed intenso, ha lasciato molte tracce tra cui il “Centro studi e documentazione sui problemi della pace, della partecipazione e dello sviluppo”, che egli aveva collaborato a fondare e che da lui ha preso il nome.
Il Centro è oggi uno dei punti di riferimento più solidi e qualificati a livello nazionale per la composita area che fa riferimento alla nonviolenza ed alla ricerca per la pace. Non possiamo accingerci a scrivere questo suo breve ed essenziale profilo senza partire dai ricordi che abbiamo di lui, ancora chiari e precisi, anche a distanza, ormai, di anni. Due, in particolare, sono le immagini che ci si pongono innanzi, pensando a Domenico. La prima è quella di un viso sudato, di un corpo affaticato in contrasto con uno spirito scherzoso ed ironico, in prossimità dell’arrivo di una delle marce per la pace Perugia-Assisi, nei pressi di S.Maria degli Angeli. Eravamo partiti in 9 da Torino,
sul vecchio pulmino di un amico per partecipare ad una delle prime riedizioni della marcia della pace, negli anni ’70, e Domenico era con noi. Egli era il più avanti con gli anni ma i 30 Km che separano Perugia da Assisi, fin su sulla rocca, volle farseli tutti, cercando di alleviare lo sforzo degli ultimi faticosi passi con una allegra autoironia. A questa immagine, che è quasi un emblema del suo impegno di uomo “di strada”, si potrebbe dire, (“Il mio lavoro era camminare. Andavo anche a tre riunioni per sera per collegare, per riportare le attività una all’altra”), non sappiamo perché, ci viene spontaneamente da affiancare uno degli ultimi ricordi che abbiamo di lui : quello di Domenico sofferente nel letto della sua casa di C.so Inghilterra, che sa di sostenere una lotta ormai impari con il male, ma che continua ad informarsi su ciò che si sta facendo, a proporre, a preoccuparsi di come far fronte ad un impegno, a “vivere” , come aveva sempre fatto. Quello era Domenico Sereno Regis.

Abbiamo cercato, tra le testimonianze di coloro che lo conobbero i modi di descriverlo, di parlare di lui: un “politico senza potere” un “lottatore senza violenza”, un “disturbatore del quieto vivere” , un “contestatore nato”, un “vulcano sbalorditivo”, un “lavoratore della giustizia internazionale”, un “animatore della democrazia di base”, uno spirito libero”, un “uomo di fede”, un “partigiano nonviolento”. Si può partire da quest’ultima definizione “partigiano nonviolento”, per parlare della vita e dell’impegno appassionato, poliedrico, perfino paradossale di Domenico. Come si può essere partigiano nonviolento? Si può, se si aderisce profondamente alla scelta della lotta di liberazione è dunque si sente il dovere civile e politico di arruolarsi nelle formazioni partigiane, ma nello stesso
tempo non si può mettere a tacere l’imperativo etico del “non uccidere” e perciò si cercano le forme di una resistenza che non abbia bisogno di ricorrere alle armi per esprimersi. E’ su questa strada che Domenico Sereno Regis è giunto alla nonviolenza. Nato a Torino il 7 dicembre 1921, quando aderì alla Resistenza aveva poco più di 20 anni; nell’immediato dopoguerra, dal 1945 al 1947, fu presidente della Gioventù Operaia Cristiana (GiOC) ed in seguito fu tra i promotori dei gruppi “Amici di don Mazzolari”; collaborò alla rivista “Adesso” ed entrò in contatto con le riviste francesi “Espirit” e “Temoignage Cheretien”. Questo percorso delinea chiaramente i fondamenti del suo impegno: un riferimento saldo al messaggio evangelico ed uno spirito religioso libero e combattivo.

Fu così del tutto naturale l’incontro con il Movimento Internazionale della Riconciliazione (MIR). Questo movimento era stato fondato in Inghilterra nel 1914, allo scoppio della prima guerra mondiale, da alcuni cristiani inglesi e tedeschi che durante la guerra furono incarcerati per la loro obiezione di coscienza. Nel 1919 il movimento si allargò a livello internazionale. Il MIR italiano nacque nel 1952 come sezione italiana dell’International Fellowship Of Reconciliation (IFOR) ad opera dei pastori valdesi Tullio Vinay e Carlo Lupo e di alcuni quaqqueri. Nella carta programmatica si legge che “il MIR riunisce quali membri tutti coloro che l’amore quale Gesù Cristo ha manifestato è l’unica forza che può vincere il male” e che si impegnano a “rifiutare qualsiasi preparazione e partecipazione alla guerra”, a “costruire la pace, che è il frutto dell’amore, eliminando con il metodo della non violenza qualsiasi causa di guerra e di conflitti, come le ingiustizie sociali, la fame, le discriminazioni razziali e ideologiche”. Nel MIR Domenico Sereno Regis trovò il modo di conciliare il suo impegno di credente e la sua passione civile, che si espresse in mille modi, ma ebbe sempre come punto focale la sua vocazione per la pace, intesa come rapporti più giusti, come rifiuto della guerra e della violenza , come apertura, come dialogo ed esercizio del potere dal basso. Nel 1967 entrò a far parte del Consiglio nazionale del MIR italiano, esercitò per
alcuni anni la carica di vicepresidente nazionale del movimento e nel 1980 ne assunse la presidenza.

Tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta l’impegno più forte fu quello per il riconoscimento giuridico dell’obiezione di coscienza , impegno che procurò a Domenico delle denunce per “vilipendio alle forze armate ed istigatore di militari a disobbedire alle leggi”, seguite da processi durante i quali rivendicò costantemente il diritto-dovere che ogni cittadino ha di obbedire innanzitutto alla propria coscienza , quando le leggi dello Stato si trovino ad essere in contrasto con essa. Nel 1972 fu finalmente approvata la legge che permetteva l’obiezione di
coscienza al servizio militare e si trattava allora di lottare perché fosse attuata, vincendo le resistenze che ancora si frapponevano ad una piena applicazione. Il MIR stipulò una convenzione con il ministero della Difesa per l’assegnazione degli obiettori di coscienza in servizio civile presso le proprie sedi e Domenico, che ne era il responsabile, si impegnò nella costituzione del Coordinamento Enti di Servizio Civile (CESC), per migliorare e qualificare l’organizzazione del servizio dei giovani obiettori nei diversi enti e creare un collegamento che rendesse più forte ed efficace l’azione di tutela del servizio stesso nei confronti del Ministero della Difesa. L’obiezione di coscienza però, non si rivolgeva per Domenico solo all’ambito del servizio di leva, ma coinvolgeva anche altre forme di collaborazione con l’istituzione militare, come ad esempio la produzione di armamenti e le spese per l’esercito. Fu così che sostenne le prime forme di obiezione al lavoro nell’industria bellica e contribuì a promuovere l’organizzazione della campagna di obiezione alle spese militari. Inoltre, il suo impegno concreto e quotidiano per la pace non si svolgeva soltanto all’interno dei confini nazionali, ma aveva una dimensione internazionale. Aveva partecipato a convegni internazionali, come gli incontri per la pace a Praga o quelli della Berliner Konferenz a Berlino Est ed a Budapest, ed aveva conosciuto leaders nonviolenti come Jean Goss, presidente del MIR internazionale, Jean Marie Muller, fondatore del Mouvement pour une alternative non violente, o il premio Nobel per la pace Adolfo Perez Esquivel, esponente del MIR argentino, perseguitato dalla dittatura dei colonnelli ed animatore del Sevicio paz y justicia (SER.PA.J). Tutti vennero in Italia in più occasioni, Jean Goss tenne una conferenza a Torino organizzata da Domenico Sereno Regis, addirittura nell’aprile del 1963, alle origini del movimento per la pace in Italia (Aldo Capitini aveva organizzato nel 1961 la prima marcia per la pace Perugia Assisi).

Nella fase più difficile per la lotta per la pace quella dei missili Pershing e Cruise, che vide la crescita in tutta Europa di un forte movimento antinucleare, Domenico andò con la moglie a Comiso per sostenere i pacifisti impegnati nei blocchi alla centrale missilistica.

Il suo impegno a tutto campo non poteva naturalmente che esprimersi anche contro il nucleare civile, di cui aveva individuato i limiti, i rischi ed i collegamenti con il sistema militare-industriale. Ma parallelamente Domenico svolgeva anche una efficace azione costruttiva, con la ricerca appassionata di forme di partecipazione, dal basso che sostanziassero la democrazia “Democrazia partecipata” è una espressione che si trova spesso nel giornale torinese dei comitati spontanei di quartiere “Controcittà”. Non si può pensare ai centri di orientamento sociale assemblee locali di dibattito ed autogestione dei cittadini, create da Capitini nel secondo dopoguerra: la cultura nonviolenta cercava, con Capitini prima e Sereno Regis poi, le forme di un vero potere dal basso nel quale si potesse esprimere una cittadinanza attiva ed una partecipazione politica intesa come passione e come servizio. Eppure questa attività instancabile non era né ingenuamente ottimista, né sprovveduta; ciò che sosteneva l’impegno di Domenico e lo rendeva così concreto ed alto era un’irriducibile speranza unita ad un “pessimismo razionale”. Sapeva di essere nel breve periodo, un avvocato delle cause perse; sapeva di essere uomo di minoranza, non di elite, ma non temeva i piccoli numeri; perseverava nella strada della nonviolenza attiva con costanza e tenacia, perché sapeva che era l’unica percorribile. Domenico Sereno Regis, uomo prevalentemente di azione non ha lasciato molti scritti. Nel breve testo che segue, tratto da un intervento che tenne al convegno di Genova sulla difesa popolare nonviolenta, parlando dell’esperienza dei Comitati spontanei di quartiere a Torino negli anni del terrorismo, esprime efficacemente la sua concezione della nonviolenza e del ruolo dei nonviolenti: “sempre a posteriori si è venuti a conoscenza che in alcuni comitati erano presenti abitanti che possiamo definire nonviolenti. Per quanto risulta non vi è stata mai evidenziata la loro caratteristica, in quanto non sussistevano differenze su obiettivi e metodi di lotta con gli altri cittadini. Non sono anche mancate esplicite dichiarazioni di solidarietà del Movimento dei quartieri, per esempio in occasione del processo in cui erano coinvolti numerosi cittadini accusati di vilipendio delle FF.AA. colpevoli solo di aver rivendicato aree e strutture militari cadenti da utilizzare per usi civili (…) una politica di base, tendenzialmente nonviolenta, che lavora per una trasformazione sostanziale della società acquista un particolare significato in una città come Torino dove, per i drammatici sconvolgimenti sociali descritti nella prima parte, quasi per logica conseguenza, è in atto uno scontro frontale tra rivoluzionari armati la FIAT ed il potere economico, lo Stato con le su strutture civili e militari. Alle esecuzioni ed ai ferimenti su ordinazione, si risponde con licenziamenti selettivi e con il blocco ed il filtro delle assunzioni e la minaccia della chiusura degli stabilimenti, con il contro-terrorismo politico psicologico e la militarizzazione della città. In questo “gioco di escalation” della violenza che le varie parti in causa tendono ad utilizzare per i rispettivi fini di caos, di rivincita padronale, di rafforzamento del potere centrale, le forze di base hanno respinto le provocazioni, talora pervenute dalle varie parti, insistendo sulla necessità di riproporre quelle iniziative strutturali e costruttive (riforma della magistratura, della polizia, delle carceri, riforma dello Stato attraverso un effettivo decentramento, informazione e formazione alla responsabilità del cittadino partendo dalla scuola, ecc..) che sono alla base per realizzare una nuova società equilibrata, vivibile, a dimensione d’uomo, disarmata, partecipata e, in prospettiva, nonviolenta. Già Capitini a Perugia aveva proposto negli anni del caos post-bellico un’azione di crescita politica capillare basata su quei comitati spontanei che erano i centri di Orientamento Sociale (COS), che avrebbe dovuto gradualmente trasformare in senso nonviolento le strutture del paese ma senza risultato. E con lui tanti altri profeti inascoltati! E’ la storia di un passato che però non deve farci paura”. C’è nel testo tutta la filosofia pratica di Domenico: l’essere in pochi “non deve farci paura”; tra la violenza e la repressione c’è una terza via che è la costruzione faticosa e lunga di una “Nuova società equilibrata, vivibile, a dimensione d’uomo, disarmata, partecipata e nonviolenta”; il ruolo dei nonviolenti è quello di stare dentro i processi di trasformazione, di operare nelle realtà di base cui appartengono, avendo come riferimento i “profeti inascoltati”, che hanno saputo indicare le strade da percorrere. Saldare la dimensione concreta e reale dei problemi con una prospettiva alta e lungimirante. Agire localmente pensando globalmente è quello che Domenico Sereno Regis praticò in tutta la sua non lunga ma intensa esistenza.