Capire il conflitto, costruire la pace | Recensione di Angela Dogliotti

Valentina Bartolucci, Giorgio Gallo, Capire il conflitto, costruire la pace, Mondadori Education, Milano 2017, pp. 288, € 22,00

Giorgio Gallo, tra i fondatori del Corso di Laurea in Scienze della Pace presso l’Università di Pisa, e Valentina Bartolucci, ricercatrice presso il Centro Interdipartimentale di Scienze per la Pace della stessa Università, hanno messo insieme le loro competenze in questo testo di Mondadori che affronta in modo innovativo questioni complesse e controverse come sono quelle della pace e della guerra nel mondo contemporaneo.

Partendo dalla convinzione che la guerra sia, in modo sempre più evidente, il mezzo meno idoneo per affrontare e risolvere i conflitti, e che pace e conflitto non siano «termini mutualmente esclusivi», i due autori affrontano il tema del conflitto dal punto di vista della sua dinamicità e complessità.

Secondo il decimo rapporto annuale del Global Peace Index, il 2014 è stato l’anno più letale dalla fine della guerra fredda, e nel 2016 solo dieci paesi si potevano considerare in pace: «il mondo in cui viviamo non si può certo considerare un mondo in pace» (p. xi dell’Introduzione). Nonostante ciò il nuovo millennio si è aperto con grandi manifestazioni per la pace, tra cui quella del 15 febbraio 2003 contro la guerra in Iraq, nella quale milioni di persone si sono mobilitate per scongiurare l’invasione, rendendo evidente il rifiuto della logica bellica quale strumento idoneo alla risoluzione dei conflitti.

Poiché i conflitti, tuttavia, permangono e sono inevitabili, ciò che si può e si deve evitare è la loro degenerazione violenta. «Insegnare da anni in un corso di laurea orientato alla pace ci ha fatto toccare con mano la complessità dei temi trattati e ci ha spinto a voler contribuire allo studio dei conflitti offrendo strumenti il più possibile rigorosi per analizzarli e comprenderli» (p. xiii). Nasce così questo libro, che offre un’ampia panoramica del dibattito accademico internazionale sulla materia, da quando sono nati i Peace Studies a oggi, presentando analisi concettuali, modelli matematici, approcci  e ambiti conflittuali diversi, sempre corredati da esempi concreti che aiutano a comprendere e a contestualizzare il ragionamento.

Nel primo capitolo sono discussi i concetti di conflitto e di pace, mettendoli in relazione con lo sviluppo accademico della ricerca in questo campo negli Stai Uniti e in Europa. Negli studi sul conflitto si mette in evidenza la duplice prospettiva, dell’analisi e delle  proposte di intervento che, a seconda delle scuole, sottolineano la gestione, la risoluzione o la trasformazione del conflitto stesso.

Due i riferimenti principali. La nascita , presso l’Università del Michigan, del gruppo di Elise e Kenneth Boulding, A. Rapaport, H. Kelman e altri, che danno vita nel 1957 al «Journal of Conflict Resolution» e in seguito al Center for Conflict Resolution, caratterizzato da interdisciplinarietà e focalizzazione sul conflitto; tale direzione avrà uno sviluppo particolare nella scuola di Harvard centrata sul problem solving e sulla negoziazione.

L’altro punto di riferimento è il prio (il Peace Research Institute di Oslo), nato nel 1959 con l’obiettivo di focalizzare la ricerca sulle condizioni che rendono possibile la pace. Nel 1964 Johan Galtung, principale esponente del prio, fonderà il «Journal of Peace Research».

I capitoli 2, 3 e 4 affrontano alcune delle principali questioni di politica internazionale, dal declino degli stati nazionali, all’emergere del terrorismo e alle dinamiche dei conflitti asimmetrici.

I successivi tre capitoli presentano approcci allo studio dei conflitti, approfondendo in particolare l’approccio sistemico e i modelli di azione reazione.

Nella visione sistemica si rivela particolarmente utile e fecondo il concetto di «confine», inteso sia come limite della conoscenza, sia come necessità di separare un’entità da ciò che non è, per poterla conoscere. Modificare la definizione dei confini può essere un modo per uscire da una situazione di stallo. Definire infatti quali siano «i confini appropriati per l’analisi e per l’azione», può consentire di riformulare le questioni in modo da trovare comuni obiettivi da condividere, come ad esempio proponeva Edward Said (2001) a proposito del conflitto israelo-palestinese: «Io credo che sia i palestinesi che gli ebrei di Palestina abbiano molto da guadagnare e ovviamente anche qualcosa da perdere a considerare la situazione di entrambi dal punto di vista dei diritti umani invece che da una prospettiva esclusivamente nazionale […]» (p. 112).

I capitoli 8 e 9 affrontano i conflitti ambientali nella loro complessità e articolazione: dalla scarsità ambientale ai conflitti legati ai cambiamenti climatici e alle migrazioni. Nel capitolo sulla geopolitica delle risorse si mettono in relazione gli effetti dei cambiamenti climatici sulla sicurezza alimentare e sui conflitti che ne derivano, in un contesto di crescenti disuguaglianze nell’accesso alle risorse, e si mette in luce come le crisi alimentari siano all’origine di grandi rivolte popolari come le primavere arabe.

L’ultimo capitolo, infine,  sintetizza le condizioni essenziali per una conduzione non distruttiva  del conflitto, che, a partire da una rigorosa analisi e comprensione della natura della situazione conflittuale, delle parti coinvolte, «delle rispettive aspirazioni, interessi, valori ed esigenze, della percezione che ciascuna parte ha delle altre e delle dinamiche di interazione tra esse» (p. 225) porti a individuare soluzioni politicamente e socialmente sostenibili per tutti.

Su questa base sono stati elaborati strumenti operativi per conflict workers, come il testo di Galtung Conflict Transformation by Peaceful Means, pubblicato dalle Nazioni Unite nel 2000 e tradotto a cura di Centro Studi Sereno Regis e undp (La trasformazione dei conflitti con mezzi pacifici) .

Il testo di Bartolucci e Gallo, è un lavoro rigoroso, documentato e prezioso che raccoglie quanto di meglio è stato prodotto per capire il conflitto e costruire la pace.

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