Il tempo delle caverne

Massimiliano Fortuna

Breve nota dopo la lettura di un libro di Gwenn Rigal, Il tempo sacro delle caverne

Stabilire una qualche forma di contatto, per quanto evanescente, con ciò che è stato, provare a immedesimarsi in vite che hanno abitato un mondo diversissimo dal nostro costituisce a mio avviso un impulso dal quale è impossibile prescindere. La base da cui questo impulso nasce è naturalmente quel che rimane di ciò che nei secoli l’uomo ha costruito, scolpito, dipinto e che oggi, per quanto eroso e mutato dal tempo, può aiutarci a evocare quelle distanze passate. Nulla più che fantasmi forse, ma fantasmi pieni di significato.

Dalle grotte dipinte del paleolitico superiore di tempo ne è trascorso davvero molto (anche se poco più di un respiro per la vita della Terra). I più antichi segni di pittura nella grotta di Chauvet sembrano risalire a 37.000 anni fa, da allora per circa 25.000 anni i nostri antenati hanno continuato ad abitare e dipingere caverne animando le loro pareti con straordinarie raffigurazioni che secondo un grande studioso di preistoria come Leroi-Gourhan costituiscono la prima forma riconoscibile di una civiltà europea, perché fondata su una probabile trasmissione di tecniche e mitologie condivise da gruppi umani molto distanti fra loro, alla cui base si doveva trovare un comune sostrato linguistico.

Il tempo delle caverne

La copertina del libro

Cosa significassero precisamente queste pitture, con quali intenzioni siano state fatte non saremo mai in grado di dirlo con certezza. Numerose sono le ipotesi e le teorie elaborate, che in questo libro (Il tempo sacro delle caverne, Adelphi 2022) Gwenn Rigal ripercorre e ricapitola con bravura, alcune ormai completamente screditate altre al momento più convincenti. È molto probabile, del resto, che le motivazioni non siano riconducibili a un’unica spiegazione e a un solo significato.

Il tempo dell’arte rupestre è durato 25 millenni almeno ed è terminato circa 7.000 anni prima dell’apparire delle forme iniziali di scrittura, la distanza è troppa e gli elementi a disposizione troppo pochi. Ma se arrivare a una qualche certezza consolidata nell’interpretazione del significato è, come detto, fuori dalla nostra portata, su una cosa mi paiono non esserci dubbi: quelle grandiose pitture rupestri ci rimandano a un contesto di fondo, ci raccontano che la vita di quegli uomini si incentrava su una stretta e continua connessione con il resto dei viventi non umani, i cacciatori-raccoglitori del paleolitico superiore percepivano se stessi all’interno di una natura che li circondava e della quale costituivano una parte.

Molti millenni dopo la prospettiva prevalente pare invece un’altra, gli uomini di oggi sembrano più facilmente guardare alla natura non umana come a una propria estensione, un’appendice a un testo principale scritto da loro, come se fossimo noi a contenere la natura e non la natura a contenere noi e la natura non fosse quindi altro che uno spazio interno alla sfera dell’agire umano. Dove potrà condurci questa inversione è, naturalmente, una storia ancora in corso di scrittura.


 

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