Il boicottaggio: uno strumento di lotta nonviolenta alla portata di tutti

Angela Dogliotti

In senso lato si può definire il boicottaggio come una forma di non collaborazione che si pratica per isolare a livello sociale, sottrare consenso a livello politico o danneggiare a livello economico persone, aziende o istituzioni responsabili di comportamenti illegittimi. Il termine deriva dal nome del capitano Charles Cunnigham Boycott, contro il quale venne attuata negli anni intorno al 1880 una protesta da parte dei contadini che lavoravano le terre di un nobile irlandese, amministrate da Boycott con metodi brutali.

Modalità diverse di questa tecnica di non collaborazione sono state praticate in tutte le epoche, ma per restare in tempi più vicino a noi, è noto il caso del rifiuto di importare e consumare prodotti inglesi da parte delle colonie americane nelle fasi che precedettero la guerra di indipendenza del 1776. In questo contesto, uno degli episodi più noti è il cosiddetto Boston Tea Party del 1773, ovvero l’azione compiuta dai coloni americani che buttarono a mare le casse di tè della Compagnia delle Indie orientali nel porto di Boston,  contro la tassazione indiretta su questo prodotto, mantenuta dagli inglesi nonostante le precedenti proteste.

Il boicottaggio fu teorizzato anche da Woodrow Wilson, nel 1919, come un mezzo per far rispettare clausole contro la guerra nel patto della Società delle nazioni: «Se un qualsiasi membro della società trasgredisce o ignora queste promesse a proposito dell’arbitrato e della discussione, che cosa succede? La guerra? No, non la guerra. […] Applicate questo economico, pacifico, silenzioso, mortale rimedio e non vi sarà più bisogno della forza. […]

Il boicottaggio è il sostituto della guerra» (G. Sharp, Politica dell’azione nonviolenta, vol. 2, Le tecniche, Edizioni Gruppo Abele, 1986, p.130). L’embargo del commercio internazionale verso paesi responsabili di aggressioni o di violazioni dei diritti umani è stato praticato in seguito più volte, ma con discutibile successo. Non è servito, ad esempio contro l’Italia fascista che aggredì l’Etiopia nel 1935-36 e anche in seguito lo strumento delle sanzioni economiche ha avuto esiti controversi, come nel recente caso di quelle applicate contro l’aggressione russa all’Ucraina, i cui risultati, per diversi motivi, sono da molti contestati.

Il boicottaggio, come forma di lotta nonviolenta ha acquisito maggiore notorietà e sostegno di questi tempi soprattutto in relazione alla questione palestinese. Movimenti come il BDS, fondato nel 2005 da organizzazioni della società civile palestinese e sostenuto da attivisati e personalità in tutto il mondo (tra cui Desmond Tutu, Adolfo Perez Esquivel, Naomi Klein, Noam Chomsky, Judith Butler e anche da associazioni ebraiche come Jewish Voice for Peace), che propone di boicottare istituzioni e aziende israeliane coinvolte nel sistema di apartheid,  hanno contribuito a diffondere questo tipo di lotta.

Boicottaggio

Foto Gustave Deghilage | Cortège du 1er mai – May Day (CC BY-NC-ND 2.0)

La definizione di “movimento inclusivo e antirazzista per i diritti umani che si oppone per principio a tutte le forme di discriminazione, compresi l’antisemitismo e l’islamofobia” (dal sito bdsmovement.net/what-is-bds) credo sia utile per connotare in modo corretto lo spirito e le caratteristiche del movimento, in linea con l’origine storica di questa forma di lotta nonviolenta proposta dallo stesso Gandhi durante le campagne di disobbedienza civile per liberare l’India dal colonialismo inglese.

Intervenendo nel 1924 a proposito delle risoluzioni circa il boicottaggio approvate dal partito del Congresso, Gandhi chiarisce che nella prospettiva della non-collaborazione nonviolenta come strumento di lotta non si deve intraprendere un boicottaggio rivolto indiscriminatamente a tutti i prodotti inglesi (azione che definisce come “boicottaggio di rappresaglia”), ma solo rivolto a quei prodotti, come i manufatti tessili inglesi  che «mandano in rovina la produzione tessile indiana e riducono in miseria milioni di persone» (M.K.Gandhi, Teoria e pratica della nonviolenza, Einaudi, 1973, p. 217».

Un dibattito per certi versi analogo si pone oggi di fronte alle proteste nelle Università di tutto il mondo contro il massacro della popolazione palestinese a Gaza da parte dell’esercito israeliano, con la richiesta di boicottaggio delle università israeliane in quanto istituzioni ampiamente coinvolte nel sistema di occupazione e apartheid di quel paese. Poiché – come scrive in una nota Tomaso Montanari – c’è una piccola parte della comunità accademica israeliana che tenta di resistere, che cosa potrebbe aiutare di più l’allargarsi del dissenso? Come si possono sostenere i ricercatori, gli studenti, i docenti che si rifiutano di collaborare con progetti funzionali al sistema militare e di intelligence di un’accademia in vari modi coinvolta nella legittimazione dell’occupazione israeliana dei territori palestinesi?

È fondamentale, infatti, mantenere i contatti con queste realtà che resistono, non solo per non isolarle dal rapporto con l’accademia di altri paesi, ma anche perchè rappresentano una terza parte interna al sistema e, in quanto tali, sono preziose poichè sono una delle poche possibilità di mettere in moto processi di trasformazione, in collegamento e in sinergia con soggetti che si oppongono all’occupazione israeliana, sia in Palestina che in tutto il resto del mondo. Un’azione di boicottaggio dovrebbe tener conto di queste articolazioni della realtà, per essere non solo più giusta, ma anche più efficace.

Un altro aspetto di questo dibattito riguarda la posizione di chi obietta che si dovrebbe limitare il boicottaggio ai progetti dichiaratamente legati alla produzione di armi e al sistema di controllo militare. In genere, infatti, hanno avuto migliori risultati le campagne di boicottaggio che avevano obiettivi limitati e specifici. Uno dei casi più noti è certamente il boicottaggio degli autobus a Montgomery, negli Stati Uniti, da parte della comunità nera, un’azione che, decisa in seguito all’arresto di Rosa Parks a causa del suo rifiuto di cedere il posto ad un bianco, portò nel 1956 all’abolizione della segregazione razziale sugli autobus dell’Alabama.

Anche contro il Sudafrica segregazionista, nel 1979 l’Assemblea delle Nazioni Unite invitò tutti gli Stati a interrompere le relazioni con il regime, e ciò portò multinazionali, banche e altri soggetti a ritirare i propri investimenti da quel paese. In seguito fu costituito anche un Comitato speciale contro l’apartheid. Inoltre, nel 1985-86 la Comunità Europea varò l’embargo sul commercio delle armi, del petrolio e sugli scambi culturali e sportivi. Ma nel paese stesso in quegli anni la lotta contro l’apartheid della comunità nera si espresse con diverse azioni.

A partire dal 1985 si sviluppò una grande campagna  di boicottaggio dei negozi di proprietari della comunità bianca di Port Elizabeth, che accettava e rendeva possibile l’apartheid. Guidata da una nuova leadership nera, con l’appoggio di alcuni attivisti bianchi dell’ANC, questa lotta  portò nel 1989 alla revoca dello stato di emergenza e alla liberazione di Mandela da parte del nuovo presidente De Clerck, passi che precedettero la fine della segregazione razziale, con la successiva vittoria di Mandela alle elezioni del 1994. I giovani leaders neri che avevano guidato la popolazione delle township nel boicottaggio erano consapevoli del potere che una comunità fortemente determinata e coesa ha di poter incidere sulla realtà e trasformarla, con un’azione semplice e mirata: non acquistare nulla nei negozi dei bianchi coinvolti nel regime segregazionista.

Sulla scia di questi esempi storici, sono state  messe in atto campagne internazionali di boicottaggio anche contro aziende responsabili di scelte commerciali o di produzione discutibili dal punto di vista sociale o ambientale. Si pensi al caso del boicottaggio contro la Nestlè, iniziato nel 1977, in seguito alla sua commercializzazione spregiudicata di latte in polvere in paesi a basso reddito, con gravi conseguenze sulla salute dei bambini, che portò, pochi anni dopo ad un significativo risultato:

«l’Assemblea mondiale della Sanità (assemblea generale dell’Oms), il 21 maggio 1981 adottò un Codice internazionale di regolamentazione per i sostituti del latte materno: offriva ai governi un modello di regolamentazione necessario a proteggere la salute infantile impedendo un marketing inappropriato» (M. Correggia, il manifesto, 3 luglio 2007».

Allo stesso modo, nel 1990, l’associazione per la difesa dei diritti umani Operation Push promosse una campagna di boicottaggio della Nike, azienda di produzione di scarpe che praticava salari da fame, operando in paesi con regimi oppressivi, con sindacati illegali, come l’Indonesia e altri paesi asiatici. Per individuare e segnalare simili situazioni il Centro Nuovo Modello di Sviluppo, fondato da Francuccio Gesualdi, ex allievo di don Milani, ha pubblicato anni fa un testo, Fa la cosa giusta, da alcuni anni diventata una Fiera, che invita il consumatore a usare correttamente il proprio potere per boicottare aziende e prodotti non sostenibili. Recentemente è stata anche creata una APP per cellulari, EQUA, a cura dell’Osservatorio diritti, sul consumo responsabile.

Questi sono alcuni recenti ambiti in cui si è sviluppato il boicottaggio, sia come mezzo da parte del consumatore per orientare il mercato nel senso di una maggiore equità e sostenibilità, sia come azione concreta per contrastare situazioni di oppressione e violazione dei diritti umani. Uno strumento di lotta alla portata di tutti.


 

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