La resurrezione della Nakba tra i palestinesi

Ramzy Baroud

Grazie alla memoria palestinese, i palestinesi sono di nuovo uniti intorno alla loro comprensione del passato, che sta restituendo la speranza di un futuro migliore: la resurrezione della Nakba tra i palestinesi.

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Inavvertitamente, Israele ha premuto il pulsante di reset della sua guerra contro il popolo palestinese, riportando il cosiddetto conflitto al punto di partenza.

A parte alcuni funzionari palestinesi egoisti affiliati all’Autorità Palestinese (AP), la maggior parte dei palestinesi non sembra interessata al ritorno al processo di pace, né tantomeno impegnata in discussioni sulla soluzione dei due Stati.

La conversazione tra i palestinesi è ora per lo più incentrata su tutti gli aspetti della lotta palestinese, a partire dalla pulizia etnica della Palestina 76 anni fa, un evento noto come Nakba, o Catastrofe.

La Nakba viene commemorata il 15 maggio di ogni anno. La natura dell’evento annuale, tuttavia, cambia da una fase all’altra della lotta palestinese. In effetti, l’anniversario della Nakba acquisisce il suo significato dal contesto politico del momento: viene elevato nei periodi di speranza, sminuito nei periodi di disperazione, sconfitta e lotta intestina.

Nelle prime fasi della lotta palestinese, subito dopo l’espulsione di quasi l’80% della popolazione araba totale della Palestina, il Diritto al Ritorno non era uno slogan o un simbolo. Era, almeno nella mente della maggior parte dei rifugiati, una possibilità reale.

Tale diritto è sancito dal diritto internazionale con la Risoluzione 194 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite del dicembre 1948. All’epoca, l’esilio palestinese era percepito come temporaneo – da qui il termine “rifugi temporanei” associato alle umili abitazioni degli accampamenti di rifugiati subito dopo la guerra. Questi campi profughi si estendevano dalla Palestina stessa ad altri Paesi del Medio Oriente.

All’epoca, il nazionalismo arabo era una nozione politica potente che definiva un discorso politico panarabo, incentrato su Egitto, Siria e Iraq. Con il passare del tempo, tuttavia, è diventato chiaro che i liberatori arabi non sarebbero venuti a liberare la Palestina e che le risoluzioni delle Nazioni Unite sulla Palestina non erano destinate a essere attuate. Erano solo “inchiostro su carta”, dicevano spesso i palestinesi.

L’esperienza ha insegnato ai palestinesi a essere cinici nei confronti delle promesse altisonanti, soprattutto quando i “rifugi temporanei” forniti dalle Nazioni Unite sono diventati una realtà quotidiana e permanente.

I palestinesi hanno comunque continuato a commemorare la Nakba, perché la loro memoria collettiva è diventata la loro principale arma di lotta contro la cancellazione israeliana.

L’ascesa dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) negli anni Sessanta, la sua enfasi sulla liberazione di tutta la Palestina e l’uso di slogan rivoluzionari e della lotta armata fecero rinascere nei palestinesi comuni la speranza che il Diritto al Ritorno fosse ancora possibile.

Queste speranze si sono però infrante dopo l’esilio forzato dell’OLP dal Libano nel 1982 e la firma degli accordi di Oslo tra Israele e una leadership palestinese sempre più irrilevante nel 1993.

La resurrezione della Nakba

Foto IDF | Yitzhak Rabin with President Clinton and Yasser Arafat during the signing of the Oslo I Accord in 1993 (CC BY-NC 2.0)

Oslo e il suo fraudolento processo di pace guidato dagli Stati Uniti permisero a Israele di concludere ciò che aveva iniziato durante la Nakba palestinese. Il più grande risultato di Israele è stato quello di creare un’entità palestinese che lo aiutasse a gestire la sua vittoria finale sul popolo palestinese. L’Autorità palestinese è diventata quell’entità, portando all’allargamento delle divisioni di classe e di fazione nella società palestinese.

Il nuovo discorso politico emerso da Gaza dopo la guerra ha costretto a un ripensamento internazionale sulla Palestina e sulla lotta dei palestinesi.

Da allora, Israele è riuscito ad annettere ampie parti di ciò che rimaneva della Palestina storica, a controllare i palestinesi dissenzienti attraverso l’AP e ad assediare Gaza come atto di punizione collettiva per la sua continua resistenza. Tutte le guerre combattute contro Gaza negli ultimi anni dovevano servire a ricordare ai palestinesi la potenza di Israele e l’inferiorità palestinese.

I palestinesi, tuttavia, hanno continuato a commemorare la Nakba, anche se il Diritto al Ritorno, come concetto politico, è diventato marginale, quasi mai discusso, né da Israele né dall’Autorità palestinese, come una questione politica urgente.

Gli ultimi anni hanno indicato che Israele era pronto a superare tutto questo per passare a una fase politica completamente nuova, che non presta la minima attenzione alle aspirazioni palestinesi.

L’occupazione israeliana, gli insediamenti illegali, la Gerusalemme occupata e tutti gli altri argomenti critici che interessavano ai palestinesi hanno smesso di far parte delle campagne elettorali israeliane o del discorso politico israeliano in generale. Questa mentalità ha definito tutti i gruppi politici israeliani mainstream, dall’estrema destra alla sinistra.

Tutto ciò che sembrava importare a Israele era l’espansione degli insediamenti illegali, l’annessione della Cisgiordania, la normalizzazione dell’occupazione militare e le occasionali incursioni e guerre militari volte a schiacciare la Resistenza.

Il 7 ottobre, tuttavia, ha cambiato tutto questo. Il nuovo discorso politico emerso da Gaza dopo la guerra ha costretto a un ripensamento internazionale sulla Palestina e sulla lotta dei palestinesi.

Questo è stato cristallizzato nelle parole del portavoce del Ministero degli Esteri cinese, Wang Wenbin, che in una conferenza stampa del 15 maggio ha parlato della Nakba palestinese.

“A distanza di settantasei anni, l’ingiustizia storica subita dal popolo palestinese, lungi dall’essere sanata, si è ulteriormente aggravata”, ha detto Wenbin, collegando il passato al presente, Gaza alla Palestina storica.

Questo nuovo discorso sta prendendo piede, e la segmentazione della storia palestinese risultante da Oslo sta rapidamente scomparendo a favore di un approccio sano alla giustizia in Palestina. Sebbene Washington e alcuni dei suoi alleati occidentali insistano nel ritornare allo status quo di negoziati senza fine, altri non sono più legati a questo tipo di discorso soffocante ed egoistico.

Questo cambiamento di prospettiva non è stato solo il risultato del fallimento di Oslo e della portata della barbarie e del genocidio israeliano a Gaza, ma soprattutto della fermezza e della resistenza dei palestinesi stessi.

Si è scoperto che la memoria collettiva non era solo una nozione accademica, ma un’arma nelle mani della gente comune.

Grazie alla memoria palestinese, i palestinesi sono di nuovo uniti nella comprensione del passato, nella fermezza del presente e nella speranza di un futuro giusto.


Fonte: Common Dreams, 23 maggio 2024

https://www.commondreams.org/opinion/nakba-gaza-oslo-accords

Traduzione di Enzo Gargano per il Centro Studi Sereno Regis


 

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