Pensare in piccolo

Cinzia Picchioni

Wendell Berry, Pensare in piccolo, Lindau, Torino 2024, pp. 80, € 12,00

«Quasi ognuno di noi,
quasi ogni giorno della sua vita,
contribuisce direttamente
alla rovina del pianeta.
Una manifestazione di protesta
sul tema dell’abuso ambientale
non la organizzano degli accusatori,
ma dei colpevoli», p. 12

Partiamo da pagina 12, da questo schiaffo in faccia? O da parole di altri tempi, cantate, ma dello stesso peso? Era De Andrè, era Storia di un impiegato, il contesto era diverso ma uguale il mònito: «Per quanto voi vi crediate assolti, siete lo stesso coinvolti».

Ancora un libro – come L’economia di Gandhi, di cui uscirà a breve una mia recensione – che mette l’accento sulla sfera personale, sulla crescita personale, sul coinvolgimento personale. Il libro originale è del 2000. Scritto 24 anni fa sembra dell’altroieri!

Wendell Berry – è di lui che si tratta – ci mette in guardia dal ritenere che qualunque causa – perciò anche l’ecologismo – sia esclusivamente politica e pubblica: «Se non ci rendiamo conto che la crisi ambientale è causata dalle nostre scelte e abitudini, tutte le associazioni ambientaliste del mondo potranno fare ben poco», trascrivo dal risguardo di copertina.

Piccolo è (ancora) bello

Il librino – solo per dimensione, 76 pagine – è composto di due saggi, quello che dà il titolo alla raccolta – Pensare in piccolo – e quello che la termina – Una collina nativa –, dove si narra dell’altopiano su cui vive tuttora Wendell Berry e dove hanno vissuto i suoi nonni e bisnonni: Port Royal è la cittadina dove uno degli avi è giunto da Tipperary, in Irlanda, facendo il calzolaio. Di quel luogo Berry scrive, quando scelse di lasciare New York per insegnare all’Università del Kentucky: «[…] non ho mai dubitato che il mondo per me fosse più importante del mondo letterario […] il Kentucky era il mio destino», pp. 32 e 31.

Il secondo saggio è anche una riflessione sulla storia dell’America, con l’epopea indiana, i taglialegna e i costruttori di strade;

una riflessione critica («I costruttori di strade, al contrario [di indiani e contadini, NdR] erano persone senza luogo [il corsivo è dell’autore, NdR]», p. 41;

una riflessione sulla differenza fra un sentiero e una strada;

una riflessione a tratti dolorosa («Un tempo l’humus li ricopriva [quei pendii, NdR], scuro e pesante; l’aratro è stato la sua rovina», p. 46;

una riflessione che supera il tempo e lo spazio («Ho sentito che avrei potuto non essere io. Lì in piedi a guardare come me, avrebbe potuto essere mio nonno ai suoi tempi, come sapevo aveva fatto. […]», p. 46; «Non sto guardando la stessa terra che videro i primi arrivati. La superficie originaria della collina si è estinta come il piccione viaggiatore. L’America incontaminata, vista dai primi uomini bianchi arrivati, è un continente perduto, sprofondato nel mare come Atlantide», p. 49.

Il secondo saggio («secondo» solo per posizione) è da leggere riga-per-riga come una poesia, più di una poesia, ché da ogni riga emerge la vita vera. Leggendo si ha l’impressione di stare camminando con Wendell Berry. Impagabile.

E a proposito di camminare, noi (mi rivolgo ai torinesi, anche d’adozione come me) che abbiamo la fortuna di stare in una città dove si può vedere – anzi vivere – la confluenza di due fiumi come se guardassimo una mappa, andiamoci! Subito.

«La mia mente non è mai vuota o inerte di fronte alle congiunzioni dei torrenti. Qui c’è l’opera del mondo che continua. In questi luoghi si avverte la creazione […] Sarà perché […] la congiunzione dei torrenti giace ai piedi del pendio come un martello e uno scalpello posati ai piedi di una scultura finita. Ma il torrente non è uno strumento inanimato: è vivo; è ancora in azione», pp. 54 e 55.

Il cinema, sempre il cinema. La grande bellezza

«La collina è come una donna anziana che, avendo adempiuto a tutti i suoi obblighi con l’umanità, lavora giorno dopo giorno, in  una sorta di ozio estasiato, a un complicato ricamo. Ha tempo per tutto. Poiché non si aspetta di concluderlo, ha una pazienza infinita nei dettagli. Perfeziona fiori e foglie, piume e canti, dotando la vita più breve di una grande bellezza, come se fosse destinata a durare per sempre», pp. 70-71.

Il cuore del libro è in queste pagine…

«Per la maggior parte della storia di questo Paese il nostro motto, espresso o implicito, è stato “pensare in grande”. Un motto migliore, e oggi necessario, è “pensare in piccolo”, che implica un cambiamento necessario nel modo di pensare e di sentire, e indica il lavoro da fare. Pensare in grande ci ha portato e due degli stratagemmi politici del nostro tempo più grandi e a buon mercato: fare programmi e fare leggi. […] Qualcuno percepisce un problema e qualcuno nel governo si  inventa un programma o una legge. Quello che ne deriva, nella maggior parte dei casi, è il persistere del problema mentre il governo si ingrandisce e si arricchisce. […] Mentre il governo “studia”, finanzia e organizza il suo Grande Pensiero, nulla viene fatto.

Ma il cittadino che è disposto a pensare in piccolo e, accettando la disciplina che comporta, ad andare avanti da solo, sta già risolvendo il problema. Un uomo che cerca di vivere da buon vicino coi suoi vicini avrà una comprensione immediata e pratica di cosa sia lavorare per la pace e la fratellanza. E, senza dubbio, sta lavorando in quel senso […] Un buon agricoltore che si occupa del problema dell’erosione del suolo su un acro di terreno ha una comprensione più solida del problema, se ne preoccupa di più e probabilmente sta facendo di più per risolverlo, di qualsiasi burocrate che ne parla in generale. Un uomo che è disposto a correggere le proprie abitudini accettando la disciplina e le difficoltà che questo comporta vale di più per il movimento ambientalista di un centinaio di persone che insistono solo perché il governo e l’industria correggano le loro abitudini.

Se siete preoccupati per la proliferazione dei rifiuti, creae un’associazione nella vostra comunità per fare qualcosa al riguardo. Ma, prima di farlo – e mentre lo fate –, raccogliete voi stessi lattine e bottiglie. In questo modo almeno dimostrerete a voi stessi e agli altri che fate sul serio.

Se siete preoccupati per l’inquinamento dell’aria, fatevi sentire affinché il governo controlli, ma nel frattempo usate meno la vostra auto e consumate meno combustibile in casa.

Se vi preoccupa la costruzione di dighe lungo i fiumi selvatici, entrate nel Sierra Club, scrivete al governo, ma spegnete anche le luci che non utilizzate, non installate un condizionatore d’aria, non fissatevi con gli aggeggi elettrici, non sprecate acqua. […]

se la distruzione ambientale vi preoccupa, allora smettete di essere un parassita ambientale. Lo siamo tutti, in un modo o nell’altro, e i rimedi non sono sempre evidenti, anche se metterli in pratica sarà sempre più difficile. Essi richiedono un nuovo tipo di vita: più dura, più faticosa, senza troppi lussi e comodità, ma anche, ne sono certo, più ricca di significato e di piaceri autentici. Per avere un ambiente sano dovremo tutti rinunciare a cose che ci piacciono; forse a cose che abbiamo imparato a considerare necessarie. Ma temere la malattia e non essere disposti a fare quanto serve per curarla non significa solo essere ipocriti, significa essere condannati. E se si dicono delle belle parole senza che queste ci cambino, allora non solo siamo ipocriti e condannati, ma siamo diventati un agente della malattia», pp. 18-20

 … la fine di tutto è in queste

«Quello che voglio dire è che se dirigiamo la nostra attenzione direttamente e con competenza ai bisogni della terra cambieremo in modo fondamentale e necessario anche la nostra mentalità. Cominceremo a comprendere l’attuale economia degli sprechi, ne diffideremo e la cambieremo, perché non solo mette in vendita il prodotto della terra, ma anche la capacità della terra di produrre. Vedremo che bellezza e utilità dipendono entrambe dalla salute del mondo. Ma vedremo anche al di là delle mode e delle tendenze dei movimenti di protesta.

Comprenderemo che guerra, oppressione e inquinamento non sono questioni separate, ma aspetti dello stesso problema. Tra le grida per la liberazione di questo o quel gruppo, sapremo che nessuna persona è libera se non nella libertà delle altre persone, e che la nostra unica vera libertà è conoscere e occupare fedelmente il nostro posto – un posto molto più umile di quanto ci sia stato insegnato a pensare – nell’ordine della creazione.

 

Poesie e programmi/cose da fare

«[…] dobbiamo imparare a riconoscere che la creazione resta un mistero;

[…] Dobbiamo smettere di essere arroganti

e nutrire un timore reverenziale […]

solo se sarà umile e reverente di fronte al mondo,

la nostra specie potrà continuare ad abitarlo», p. 58.

Ma il cambiamento di mentalità di cui parlo non implica solo un cambiamento di conoscenza: implica anche un nuovo atteggiamento nei confronti della nostra ignoranza essenziale, un nuovo atteggiamento di fronte al mistero.

I principi dell’ecologia, se li abbiamo a cuore, dovrebbero renderci consapevoli che le nostre vite dipendono da altre vite e da processi ed energie in un sistema di interconnessioni che siamo perfettamente in grado di distruggere, ma non di comprendere e neppure di controllare per intero. La nostra grande pericolosità consiste nel fatto che, chiusi nella nostra economia egoistica e miope, tendiamo a cambiare e distruggere più di quanto riusciamo a comprender. Non siamo abbastanza umili e rispettosi. […]

Si consideri, al contrario, la profonda intelligenza ecologica di Alce Nero […]: “È la storia di tutta la vita che è sacra ed è bene raccontarla, e di noi due zampe che la condividiamo con i quattro zampe e le ali dell’aria e tutte le cose verdi…”. […] quando era bambino raccontò: “Vidi che il cerchio sacro del mio popolo era uno dei tanti cerchi che formavano un unico cerchio, ampio come la luce del giorno e come la luce delle stelle, e al centro cresceva un grande albero fiorito per ospitare tutti i figli di una sola madre e di un solo padre. E vidi che era sacro», pp. 22-23.

E queste parole concludono il primo contributo del libro! Sono di Alce Nero, leader capo indiano, “un uomo santo dei Sioux Oglala” (denominazione originale: Lakota. “Sioux” è un nome che i dominatori francesi hanno dato alla tribù Lakota); Oglala è uno dei clan, il medesimo cui appartiene Mariano Romano, che ho avuto la «fortuna» di incontrare oltre vent’anni fa e che da allora ho il privilegio di seguire, quando offre le cerimonie della tradizione Lakota-Oglala anche in Italia.

Le parole che ho letto in questo libro Lindau mi sono sembrate così familiari! Chi voglia approfondire può trovare un testo, Nutrire l’aquila (anche al prestito, presso la Biblioteca del Centro Studi Sereno Regis di Torino), in cui Mariano Romano ha riversato le sue conoscenze, apprese da un’anziana leader Lakota della tribù degli Oglala. Proprio le medesime raccontate da Alce Nero – oltreché qui – nel famosissimo libro Alce Nero parla, altro consiglio bibliografico!

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