Nakba: il ricordo dei Combatants for Peace

Elisabetta Donini

Lo scorso mercoledì 15 maggio, anniversario della Nakba (“catastrofe” in arabo), si è tenuta una cerimonia di commemorazione congiunta fra comunità palestinesi e israeliane, organizzata online dall’associazione Combatants for Peace la cui registrazione video è disponibile su Youtube:

La cerimonia congiunta di commemorazione della Nakba è da diversi anni un’occasione unica per ricordare il dolore e la tragedia della Nakba, quando nel 1948 più di 700.000 palestinesi furono espulsi con la forza dalle loro case, divennero rifugiati e i loro villaggi e città furono distrutti. In Israele, anche solo nominare la Nakba è un tabù, tuttavia l’associazione Combatants for Peace crede che la pace e la riconciliazione implichino un sincero e onesto confronto con la storia, perché le funeste conseguenze della Nakba non si sono esaurite nel 1948, ma continuano a mietere sofferenza e vittime ancora oggi.

L’associazione Combatants for Peace, nata dalle esperienze personali dei suoi fondatori, israeliani e palestinesi, in precedenza coinvolti nella violenza contro l’altra parte, è consapevole che per porre fine all’occupazione e trovare una soluzione al conflitto, dobbiamo ascoltare con empatia le storie degli altri e riconoscere le ingiustizie per raggiungere la vera liberazione.

“Non cerchiamo di negare il nostro passato violento – affermano – ma preferiamo piuttosto lavorarci sopra, per elaborarlo e trasformarlo da argomento di conflitto a memoria condivisa per un’azione congiunta e costruttiva. È così che percepiamo la storia di questa terra e dei due popoli che la abitano. Le nostre cerimonie hanno lo scopo di ricordare al pubblico – israeliano, palestinese e internazionale – i traumi del passato e le loro eredità persistenti, per volgere però poi lo sguardo al presente e costruire un futuro giusto, pacifico ed equo”.

Riportiamo, ringraziandola, quanto ha aggiunto Elisabetta Donini in seguito alla sua esperienza di partecipazione all’incontro seppure a distanza. (EF)


Care e cari,

vi sono molto grata per avere messo a disposizione l’accesso all’iniziativa del gruppo “Combatants for Peace”. Ascoltare e vedere la successione degli interventi credo abbia dato a ciascuna/o di noi lo spunto per ripensare a troppe immagini falsate da stereotipi e discorsi congelatisi in decenni di violenze, spoliazioni, iniquità, sofferenze e lutti.

Certo sono state intense anche le emozioni, non solo tra chi partecipava in sala: pur da lontano, si avvertiva la profondità dei sentimenti che circolavano negli interventi: brani di storie di vita, il ricordo di persone morte, canti a due voci, in arabo e in ebraico: “Basta paura, cadano i muri della paura…”. L’alternarsi delle due lingue contribuiva a far sentire quanto “Combatants for Peace” intenda costruire ponti e questo messaggio era ulteriormente rafforzato dalla scelta fatta dall’organizzazione di questa “Cerimonia congiunta” che è stato possibile seguire on line il 12 maggio: a condure la serata vi erano una palestinese e un ebreo ed entrambi parlavano ora l’arabo, ora l’ebraico, mentre in fondo scorrevano i sottotitoli nell’altra lingua e sempre anche in inglese.

Verso l’inizio sono apparse immagini, parole e disegni di bambine/i che raccontavano le loro esperienze di questi mesi e le loro aspirazioni per quando saranno grandi: diventare medica/o, ingegnera/e, avvocata/o; adesso il loro sogno è quello che gli ostaggi tornino a casa e che chi è morta/o torni indietro.

È seguito uno stacco musicale molto efficace: un canto in ebraico dai cui sottotitoli in inglese mi è parso di cogliere in particolare le parole: “Ti darò un mondo nuovo e buono e presto scoprirai uno spazio blu”.

Molti sarebbero i passaggi da ricordare, ma desidero concludere soffermandomi su due figure: una donna ebrea, madre di Laor, che dice di lui: “era una persona splendida… ed è morto il 7 ottobre”; da allora lei non vive più e non c’è più nulla di naturale attorno a lei, ma lei chiede che non ci sia più vendetta e che cessi il ciclo della violenza: “Laor non fiorirà più, ma noi siamo qui”. Penso che la riflessione sottostante sia che a chi è sopravvissuta/o compete la responsabilità di spezzare la catena delle morti – nuove uccisioni – nuovo dolore – nuova ricerca di compensazione con nuovo odio e nuovi massacri.

La seconda figura viene invece evocata dal figlio Yonatan: lei era Vivian Silver e della sua tragica morte, avvenuta anche questa il 7 ottobre, si era già diffusa notizia attraverso le reti delle attiviste per la pace; come tale appunto la ricorda suo figlio – oltre che come una magnifica madre – e sottolinea quanto il fatto che non sia morta come un’attivista per la pace lo faccia soffrire ancora di più… Era piena di iniziative, ha costruito organizzazioni e partenariati, ma ora la fiaccola è passata a lui e non sa se sarà all’altezza del compito.

Il presentatore ebreo lo corregge affettuosamente: “No, è passata a tutti noi”.

La cerimonia si è chiusa con una “Voce dal Futuro”: un coro di ragazze e ragazzi che esiste da dodici anni e che intonano insieme un canto in inglese.

Grazie davvero, è stato un incontro importante e bello.


 

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