Guerra, denaro e università

Robert C. Koehler

1° maggio 2024  – Protesta pacifica, reazione violenta – che dice già tutto

La politica umana – dal globale al locale – resta frammista a odio, dominazione e …beh, disumanizzazione. Ci siamo organizzati in tutto il pianeta attorno a un principio primario: l’esistenza di un nemico. La divisione fra “noi” e “loro” può basarsi su qualunque cosa: una differenza di etnia, lingua, cultura – o semplicemente di opinione, che è quel che comincia ad apparire nei vari campus del paese, allorché contestatori pacifici alla guerra ben decisi che esigono che le proprie istituzioni disinvestano dalla macchina da guerra israeliana, si trovano di fronte una violenta resistenza della polizia e/o di contromanifestanti.

Sì, i contestatori pacifici interrompono lo status quo – installando accampamenti, occupando perfino edifici universitari. Per esempio, alla Columbia University, gli studenti hanno effettivamente rinominato la sala Hamilton occupata, dichiarandone il nuovo nome di sala Hind, da Hind Rajab, una bimba palestinese di 6 anni uccisa dalle forze armate israeliane con il resto della sua famiglia (e parecchi soccorritori) in fuga da casa loro a Gaza. Il punto delle proteste è davvero cambiare il mondo: fermare il sostegno USA, compreso quello universitario alla devastante “guerra” (cioè carneficina) in corso. Non cercano di eliminare un nemico ma piuttosto d’illuminare la situazione – mettendosi in gioco per farlo.

Alcune reazioni alle proteste sono decisamente illuminanti. Una dichiarazione dell’Accampamento di Solidarietà alla Palestina dell’Università di California a Los Angeles (UCLA), per esempio, faceva notare:

“L’assalto a pericolo di vita che fronteggiamo stanotte è nulla mano di un orripilante spregevole atto di terrorismo. Per oltre sette ore gli aggressori sionisti non han fatto che lanciare nel nostro accampamento taniche di benzina, spruzzare urticanti, e lanciare cartucce di fuochi artificiali e mattoni. Hanno infrantole nostre barriere ripetutamente, chiaramente tentando di ucciderci”.

Inoltre, continua il resoconto: “Con l’area di rispetto del campus ignorata dopo appena qualche minuto, forze di sicurezza esterne ingaggiate dall’università a “rinforzo” che osservavano, filmavano e ridevano lì a lato mentre s’intensificava il pericolo immediato a nostro danno, le forze dell’ordine se ne stavano semplicemente immobili ai bordi del prato mentre gridavamo in cerca d’aiuto … L’università preferiva vederci morti piuttosto che disinvestire”.

In altre parole, sono quei dannati studenti il nemico. Anche quando la reazione alle proteste non è violenza bell’e buona, è spesso violenta retoricamente, come quella della senatrice repubblicana Marsha Blackburn del Tennessee che ha chiamato terroristi i dimostranti dichiarando: “Qualunque studente che abbia promosso [questo] terrorismo o si sia dato ad atti terroristici per conto di Hamas dovrebbe essere incluso immediatamente nell’elenco dei sorvegliati speciali e aggiunto alla lista No-Volo (dell’Amminisrazione di sicurezza dei Trasporti).”

Modo di pensare smaccatamente lineare, minimalista. Chi li critica non s’impegna in un dibattito sulla natura (e necessità) della guerra, immergendosi con i dimostranti in una complessa trattazione di politica globale, d’industrialismo militare e di moralità delle uccisioni. È di troppo fastidio! Gli basta chiamare i dimostranti indignati “il nemico” – nient’altro che una manica di terroristi, tali e quali Hamas. E ovviamente parte di quel solito antico asse del male.

Che è appunto il modo di pensare che i dimostranti cercano di disgregare! Ahimè, è anche saldamente parte dell’infrastruttura dello status quo. Il militarismo è impresso a fuoco nel nocciolo degli americani. Quando non facciamo guerra per conto nostro, mettiamo vari alleati in condizione di farla.

Come fa notare Heidi Peltier, che scrive dal Progetto Costi della Guerra della Brown University a proposito del bilancio annuo di questo paese, di quasi 2000 miliardi di dollari:

“Quasi metà del bilancio federale discrezionale USA [oltre le spese di funzionamento imposte – ndt] è allocate al Dipartimento della Difesa e oltre la metà di esso va alla ‘difesa’ in senso lato, cioè non di competenza del solo specifico ministero ma anche ai programmi di armamento nucleare nell’ambito del Dipartimento dell’Energia e spese difensive aggiuntive altre in altri ministeri … Ne risulta che altri elementi e competenze governative USA sono stati indeboliti, mentre le industrie militari hanno guadagnato potere politico. Decenni di alte spese militari hanno cambiato governo e società USA – rafforzandone la capacità bellica, ma indebolendone quella di svolgere altre funzioni fondamentali: gli investimenti in infrastrutture, sanità, istruzione, e preparazione alle emergenze, per esempio, ne hanno tutti sofferto, sospinti fuori bilancio dall’apparato e l’industria militare”.

Le proteste universitarie un po’ in tutto il paese, per cui oltre 1000 studenti sono stati finora arrestati, trattano in primo luogo la contorta ironia del denaro. Le università hanno dotazioni multimiliardarie – come donazioni – che investono nel mercato mobiliare, in varie aziende, ivi comprese … ebbene sì, fabbricanti di armamenti come Lockheed Martin, Boeing, Raytheon, General Dynamics, Northrop Grumman, e molte altre. Oh, il flusso misterioso, ironico del denaro!   All’Università di New York, un portavoce ha informato gli studenti in protesta che l’università non disinveste da tali aziende perché deve massimizzarne i profitti per “aiutare l’università ad adempiere alla propria missione di ricerca ed istruzione”. Cioè, sapete, per portare al mondo verità e conoscenza – a beneficio, tra gli altri dei manifestanti stessi.

Gli universitari americani affrontano quest’ironia a capofitto – a spese personali. Che peraltro, dicono, sono minime a confronto di quelle inflitte ai palestinesi, e alle vittime della guerra ovunque al mondo.


TMS PEACE JOURNALISM, 6 May 2024

Robert C. Koehler | Common Wonders – TRANSCEND Media Service

Traduzione di Miki Lanza per il Centro Studi Sereno Regis

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