Gli studenti della Columbia sono “malati nel cuore” – proprio come lo eravamo noi nel ’68

Mark Rudd

Un organizzatore delle proteste degli studenti della Columbia University del 1968 spiega perché il messaggio contro la guerra, allora come oggi, è lo stesso.

Qual è la risposta etica quando si assiste a un grande crimine morale? Voltarsi dall’altra parte e lasciarsi distrarre? Fingere che non esista? Oppure riconoscere il crimine per quello che è e promuovere una qualche azione per cercare di fermarlo?

Gli studenti della Columbia nel 1968 capirono che il nostro governo – con la complicità della nostra università – aveva invaso il Vietnam per condurre una guerra di occupazione contro una popolazione civile, commettendo omicidi di massa con tattiche come il bombardamento a tappeto di intere province, irrorando le risaie di veleni chimici e costringendo intere popolazioni rurali in campi di concentramento. Inoltre, sapevamo che l’università, a maggioranza bianca, si stava espandendo in uno dei pochi parchi della vicina Harlem nonostante l’opposizione di quella comunità. Gli studenti neri della Columbia, in particolare – che erano cresciuti durante l’era in cui si affermavano i diritti civili nell’immediato dopoguerra – sentirono l’urgenza di agire.

Quella primavera, nel mio ruolo di presidente della sezione della Columbia di Studenti per una Società Democratica, contribuii a organizzare le proteste in tutto il campus, durante le quali centinaia di studenti occuparono cinque edifici – una tradizionale tattica nonviolenta. All’occupazione seguì poi uno sciopero di massa che chiuse la Columbia per più di un mese.

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Ora, più di mezzo secolo dopo, gli studenti della Columbia sono di nuovo impegnati in tattiche consapevolmente nonviolente per protestare contro la complicità dell’università in una guerra – questa volta l’invasione di Gaza da parte di Israele, che ha causato la morte di oltre 34.000 esseri umani, soprattutto donne e bambini, e lo sfollamento di 2,3 milioni di persone.

Dopo aver montato le loro tende su un prato e aver affrontato un severo scrutinio da parte dei media, per non dire degli arresti e delle sospensioni, un altro gruppo ha iniziato a occupare una di quelle stesse aule che noi occupammo nel 1968. Proprio come noi, gli studenti di oggi sono malati nel cuore e si sentono in dovere di fermare questa oscenità morale.

Tutto il resto è opinione.

Allora come oggi

Quello che i manifestanti stanno dicendo al Paese, allora come oggi, è che non è moralmente accettabile che un’università conduca ricerche per di più segrete a sostegno della guerra contro il Vietnam o che investa nelle industrie militari israeliane. Per difendere lo status quo, i vertici dell’istituzione e i loro finanziatori cercano naturalmente di zittire gli studenti.

Nel 1968, l’amministrazione della Columbia chiamò la polizia di New York per sgomberare gli edifici, manganellando e arrestando quasi 700 studenti. Cinquantasei anni dopo, la polizia di New York è stata nuovamente chiamata a interrompere un’occupazione studentesca, arrestando un centinaio di studenti durante lo sgombero delle aule occupate e dell’accampamento qualche notte fa. È stata la seconda volta nell’ultimo mese – dal suo viaggio a Washington, dove ha giurato fedeltà e obbedienza ai politici di estrema destra nel tentativo di salvare il suo operato – che la presidente della Columbia (Minouche Shafik, ndr) è ricorsa all’intervento della polizia nel campus per effettuare arresti.

Nonostante le somiglianze tra allora e oggi, ci sono delle differenze.

La maggior parte dei leaders dell’occupazione della Columbia nel 1968 era composta da giovani uomini come me. Oggi non sembra più essere così, né alla Columbia né nelle altre proteste universitarie del Paese.

Nel 1968 abbiamo commesso l’errore di rispondere alla violenza della polizia con la rabbia, attaccandola e insultandola, per esempio definendo i poliziotti dei maiali. Abbiamo confuso il confine tra nonviolenza (l’occupazione degli edifici) e violenza (i nostri slogan e la nostra retorica), compromettendo così la nostra posizione morale.

Gli studenti che protestano contro il massacro di Gaza, con la loro leadership così eterogenea, non stanno commettendo questo errore. Sono totalmente nonviolenti. Ci possono essere individui o provocatori che deragliano da questa strategia, ma almeno i manifestanti cercano di rendere chiare le loro intenzioni. In un post scarsamente notato su Instagram la scorsa settimana, intitolato “I valori della comunità di protesta degli studenti di Gaza della Columbia”, hanno scritto: “Nelle università di tutta la nazione il nostro movimento è unito nel dare valore a ogni vita umana” e “Rifiutiamo fermamente qualsiasi forma di odio o bigottismo”. Montare tende e pregare per le anime dei morti, di tutti i morti, non è violenza.

L’accusa di antisemitismo

Essendo cresciuto, come la maggior parte degli ebrei americani, con la convinzione che la mia identità ebraica sia legata a Israele, capisco perché le critiche a Israele possano suonare minacciose. Il trauma generazionale è profondamente radicato in tutti noi.

Eppure, dopo essermi convertito a una posizione antisionista a causa della brutalità e del razzismo di Israele nei confronti del popolo palestinese, sono stato etichettato come “ebreo che odia se stesso”, “traditore” o peggio. Ora è apparso un nuovo epiteto, quello di “non ebreo”.

Come la nonviolenza ebraica può aiutare a guidare il cammino in Israele-Palestina

Non importa. Quelli di noi che rifiutano l’odio, la violenza e la negazione dei diritti umani e civili – convinti che questo sia intrinseco all’identità ebraica – restano comunque ebrei. Preoccupati per il benessere e il futuro dei sette milioni di ebrei che vivono in Israele, noi invochiamo (al pari di molti palestinesi non violenti) un futuro Israelo-Palestinese democratico, dove tutti i cittadini siano uguali, espressione di  quell’ideale di Stati Uniti autenticamente democratici per cui molti di noi stanno lottando. Più questa guerra continua, più questa soluzione o qualsiasi altra diventa lontana – e più la situazione diventa pericolosa per gli ebrei in Israele. E’ un bene per gli ebrei questa guerra contro Gaza?

Pretendendo di agire in difesa degli ebrei che si sentono minacciati dalle critiche a Israele, l’estrema destra (che ospita veri e propri antisemiti tra le sue fila) – nazisti, Proud Boys [1] e persino uno squilibrato che ha ucciso 11 persone alla sinagoga Tree of Life di Pittsburgh – è passata subito all’attacco. Il presidente della Camera e accolito del MAGA [2] Mike Johnson la scorsa settimana ha versato lacrime di coccodrillo alla Columbia, agitandosi per il presunto antisemitismo nel campus.

Se fosse seriamente intenzionato a contrastare un simile odio, sconfesserebbe e sopprimerebbe la menzogna alla base del suo movimento nazionalista cristiano bianco come del movimento anti-immigrazione: che “gli ebrei” stanno cospirando per creare l’ondata di immigrazione non bianca al fine di “sostituire” i bianchi.

I media fascisti, ovviamente, si sono precipitati ad attaccare i manifestanti. Seguiti a ruota dai media liberali, sempre così preoccupati per il dilagare dell’antisemitismo.

È molto difficile trovare da qualche parte resoconti dei continui attacchi che si sono verificati alla Columbia contro gli studenti musulmani, tra cui uno da parte di veterani dell’IDF che hanno usato spray chimico per gli occhi, mandando le vittime all’ospedale con lesioni gravi. Non meno raro vedere dei media che mettano in evidenza i molti sostenitori ebrei della protesta di Gaza.

Coraggio e chiarezza

Seppellito sotto questa coltre di illazioni resta la motivazione di partenza dei manifestanti, ovvero il massacro di massa che sta avvenendo in queste ore a Gaza.

Nonostante le minacce di violenza, espulsione, arresto, manomissione illecita dell’identità online e esclusione dalle future possibilità di impiego a causa dell’etichetta si antisemitismo, i manifestanti che protestano per Gaza non si arrendono. I loro ranghi stanno aumentando, con decine di campus in tutto il Paese che hanno organizzato proteste e più di 1.200 studenti arrestati. Speriamo che questo crescente movimento riesca a fermare il sostegno americano alla guerra contro Gaza e a modificare la politica americana così unilaterale nei confronti di Israele.

Per quanto grande possa essere la menzogna che viene propinata a noi americani circa il fatto che le guerra siano utili alla pace, molti giovani riescono a vedere oltre. Dovrebbero essere ringraziati e rispettati per la loro chiarezza morale e per il loro coraggio

Mark Rudd è stato presidente della sezione della Columbia del movimento Students for a Democratic Society (aprile 1968). Successivamente divenne un “rappresentante nazionale” dell’ SDS e l’ultimo segretario nazionale dell’SDS nel giugno 1969. A causa delle sue illusioni rivoluzionarie circa gli Stati Uniti, lui e il suo gruppo, i Weatherman,[3] chiusero l’ SDS, la più grande organizzazione studentesca radicale, all’apice della guerra, con suo grande rimpianto. È stato uno dei fondatori della mal concepita e sfortunata Weather Underground nel 1970. Latitante federale fino al 1977, non ha subito alcuna conseguenza a causa delle illegalità del governo. Da allora è stato un attivista a tempo pieno e un formatore del community college di Albuquerque, nel Nuovo Messico. È autore del libro di memorie Underground, My Life in SDS and Weatherman. È anche uno studioso nell’ambito delle pratiche di organizzazione e strategia nonviolenta.


Note

[1] Un’organizzazione di militanti di estrema destra, che promuove il suprematismo e la violenza politica

[2] Acronimo del movimento Make American Great Again, promosso in particolare da Donals Trump.

[3] Organizzazione militante marxista di estrema sinistra fondata nel 1969 nel campus di Ann Arbor dell’Università del Michigan, che nel 1970 prese il nome di Weather Underground.


Fonte: Waging Nonviolence, 1° maggio 2024

https://wagingnonviolence.org/2024/05/columbia-protests-students-1968/

Traduzione di Daniela Bezzi per il Centro Studi Sereno Regis


 

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