Ecologia e autarchia

Cinzia Picchioni

Marino Ruzzenenti e Giordano Mancini, Ecologia e autarchia, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze 2023, pp. 228, € 20,00, Introduzione di Serge Latouche

«Giorgio Nebbia ha impiegato una vita
per spiegarcelo scientificamente
che è l’ecologia,
ovvero la materialità delle risorse limitate,
che deve comandare l’economia,
se l’umanità vuole avere un futuro.
Nebbia ce lo ha detto in teoria,
l’esperimento autarchico l’ha mostrato nella pratica», p. 145

Ecologia e autarchiaLa Libreria Editrice Fiorentina ha deciso questa pubblicazione come proposta alla sistematica distruttività ecologica della globalizzazione. Se l’ecologia è autarchica, l’autarchia può non esserlo infatti quella del fascismo non aveva finalità ecologiche […], p. 5

Il libro è la riedizione, arricchita, di un più breve – e pressoché ignorato – titolo del Ruzzenenti (L’autarchia verde, Jaca Book 2011). Forse i tempi non erano maturi. Ora sono fin troppo maturi, quasi marci, vista l’emergenza climatica giunta fino alle cantine sotto casa nostra. Ora che la pandemia – prima – e la guerra alle porte dell’Europa – poi – hanno mostrato «l’enorme fragilità delle catene di produzione globalizzate. Le analisi sulla rivalutazione di una politica autarchica dovrebbero quindi ora raggiungere una parte significativa dell’opinione pubblica illuminata […]», p. 7.

Facendo i dovuti «distinguo», naturalmente, come ricorda l’autore stesso: «se l’autarchia è di interesse attuale sul versante dei limiti dello sviluppo, non lo è affatto sull’altro versante dell’odierna crisi ecologica, ossia l’inquinamento ambientale», p. 10. Basti pensare a tre materiali autarchici per eccellenza: l’amianto (Eternit di Casale Monferrato), il Pvc e i Pcb (dall’acronimo inglese Printed Circuit Board: circuiti stampati elettronici che utilizzano conduttori di rame per creare connessioni elettriche tra i componenti).

Autarchia buona o cattiva e Club di Roma

È ovvio che già solo la parola «autarchia» faccia venire in mente il lungo periodo fascista della prima metà del Novecento, con i suoi nomi italianizzati… ma nel libro troviamo riflessioni anche su questa – giusta – obiezione che può arrivare da chi legge: «L’attuale clima di competizione sfrenata, suicida per tutti e disastroso per gli ecosistemi, richiede la fine della competizione esacerbata tra persone e territori […]. Dobbiamo rilocalizzare e quindi de-globalizzare. […] Autarchia verde, pacifica e socialista. In questo caso l’esperienza italiana è istruttiva. È un caso (ma è un caso?) che questa ristampa venga pubblicata in un momento in cui l’Italia ha, per la prima volta dalla Seconda Guerra Mondiale, un governo che dichiara apertamente di far parte dell’eredità del fascismo di Mussolini.

È più che improbabile, tuttavia, che la signora Meloni rivendichi l’eredità autarchica nel bene o nel male. Tutto indica che la politica italiana rimarrà saggiamente nei limiti dell’ortodossia neoliberista ancora dominante. È quindi auspicabile che, con cinquant’anni di ritardo, la sinistra fossilizzata faccia propri gli avvertimenti del primo rapporto al Club di Roma, I limiti della crescita [*], e si reinventi come eco-socialista ed eco-femminista, ispirandosi alle analisi, tra gli altri, di Marino Ruzzenenti», pp. 14-15.

[* noto come I limiti dello sviluppo, ma la traduzione è stata maldestra – come ripeteva sempre anche Nanni Salio – perché il termine, nel titolo originale, è growth, crescita, NdR].

Etimologia e ideologia

Il termine «autarchia», liberato da echi impropri – da un lato i neoliberisti non vogliono senitrne parlare, dall’altro evoca periodi bui della storia italiana: «il fascismo imperialista e guerrafondaio che ci portò alla catastrofe», p. 20 – ha a che fare con un concetto epicureo, autarkeia, l’ideale di «”bastare a sé stessi” come condizione per aver minor bisogno delle cose materiali del mondo e quindi per potersi avvicinare da parte del saggio allo stato di perfezione spirituale. Una meta ideale, dunque, sia per l’avventura esistenziale di ciascuno, sia per una società umana matura, rivalutata in epoca cristiana da San Francesco», pp. 20-21.

Semplicità volontaria

Il titoletto qui sopra suggerisce che il libro presentato questa settimana ha a che fare con lo stile di vita professato da Gandhi: una specie di autarchia per sganciarsi dalla dipendenza rispetto all’Impero britannico. Il famoso charka per tessere, su cui ogni giorno il Mahatma stesso lavorava per ottenere le stoffe e non dover comprare quelle inglesi, è un tipico esempio di autarchia no?

Foto di Enzo Gargano

Leggendo capitoli come Se l’energia scarseggia è meglio risparmiarla (e non andare a comprarla in nuovi Paesi, iniziando nuove dipendenze!); Il rurale nei campi non butta via nulla; La brava massaia è un’accorta economa, e anche tutta la Parte dedicata ai tessuti naturali (canapa, lino, seta, tutto wow! Da p. 67 in avanti, fino a p. 86 e al tema della Moda), mi sembrava di essere nelle pagine dei miei libri sulla semplicità volontaria, e in Consigli contro gli acquisti, con i suoi capitoli Come fare a non comprare le cose.

Ma soprattutto mi sembrava di ascoltare la voce di mia madre – classe 1918, morta quando avevo 28 anni – che mi ha nutrito a «pane e sacchetti del pane», nel senso che non li buttava via mai, come anche le carte dei regali di Natale. Mi raccontava anche dei misfatti del fascismo; con quelli e con le sue azioni nella memoria non ho pensato nemmeno per un attimo a qualcosa di sbagliato, leggendo il titolo Ecologia e autarchia, anzi, ho detto «Finalmente!». Qualcuno la pensa come me – o meglio io penso qualcosa che anche altri/e pensano… bella sensazione. Di non solitudine.

Così grazie alla LEF e grazie agli autori.

Prevenire è meglio che curare?

La risposta è sì, ma occorre aggiungere che sono importanti entrambi gli aspetti:

«dovrà l’umanità andare a sbattere violentemente contro il muro del “limite” prima di imparare come conviverci? L’interrogativo è angosciante perché dietro quello “sbattere violentemente”, dobbiamo saperlo, vi potrebbero essere sofferenze immani, conflitti sempre più deflagranti, nuove catastrofi, forse più devastanti di quelle viste nella prima metà del secolo scorso. Ma al poco desiderabile apprendimento “per trauma”, sottolineava il Club di Roma già quarant’anni or sono, si può e si deve opporre l’apprendimento “innovativo” fondato su “anticipazione e partecipazione2, almeno finché si è in tempo», p. 147.


 

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