Proteggere i rifugiati ambientali: soluzione o finzione?

David Harvie, Matilda Fitzmaurice, Nicholas Beuret

Ecco come le Nazioni Unite intendono trarre profitto con un fondo per proteggere i rifugiati ambientali

Nel 2022 il numero di persone che negli anni sono state costrette ad abbandonare il proprio paese a causa di disastri ambientali ha superato i 30 milioni – più della metà dei cosiddetti “sfollati interni”.

Nonostante questo numero sia in costante aumento, gli stati maggiormente responsabili della crisi climatica rifiutano di sbloccare i fondi necessari per garantire la sicurezza e l’incolumità delle persone colpite.

L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), ovvero l’organismo internazionale per i rifugiati, versa in gravi difficoltà finanziare che ne mettono a rischio la l’operatività. Ma ecco che questa crisi, come ogni altra, può trasformarsi in un’opportunità.

Violenza

L’UNHCR sta cercando di risolvere i propri problemi finanziari – nonché continuare ad operare e contrastare la violenza di genere – trasformando i rifugiati in una fonte di reddito.

Nasce così il “Refugee Environmental Protection Fund” (REP), un progetto che offre ai sostenitori privati dell’UNHCR di “finanziare progetti di riforestazione e clean cooking[1] per rifugiati in fuga da contesti di vulnerabilità climatica”.

Il fondo non è solo un’altra fonte di denaro a sostegno dei campi profughi, bensì un vero e proprio piano che individua nei rifugiati una fonte di crediti di carbonio spendibili all’interno dei mercati globali e dei programmi di compensazione. Un modo, quindi, per

immettere denaro nei mercati finanziari permettendo alle stesse aziende responsabili del loro sfollamento di continuare a inquinare indisturbate.

Violazioni

Da diversi anni ormai numerose attività dell’UNHCR sono sottofinanziate, al punto che le dodici proposte avanzate nel 2022 rischiavano di essere interrotte. Le ragioni di queste difficoltà sono molteplici.

Innanzitutto, le migrazioni forzate sono in aumento: nel 2022, si stima che 108,4 milioni di persone siano state costrette a lasciare le proprie case a causa di persecuzioni, conflitti, violenze, violazioni dei diritti umani o eventi che turbano gravemente l’ordine pubblico.

35,3 milioni di questi sono rifugiati, mentre 62,5 milioni sono sfollati interni. In secondo luogo ci sono stati enormi aumenti dei costi delle spese primarie tra cui il carburante, come conseguenza della guerra in Ucraina e dell’alta inflazione. Nel 2022, ad esempio, l’UNHCR aveva previsto un raddoppio delle proprie spese per il carburante.

Al contempo, i paesi donatori, che generalmente sono paesi ricchi come la Germania e il Regno Unito, hanno ridotto le loro disponibilità di spesa nonché le donazioni all’UNHCR.

Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, l’agenzia si sta rivolgendo sempre più a partner privati, con una somma raccolta che ha raggiunto un miliardo di dollari nel 2022, rispetto ai 412 milioni di dollari raccolti nel 2019, e questa situazione non potrà che peggiorare con l’intensificarsi degli effetti del cambiamento climatico.

Contabilità fraudolenta

Il Fondo REP sosterrà programmi di tree-planting e di clean-cooking all’interno e nelle immediate vicinanze dei campi profughi. L’intento è duplice: in primo luogo, ridurre il tasso di deforestazione, già molto alto, nei dintorni dei campi; in secondo luogo, risparmiare ai residenti, principalmente donne, il lavoro di raccolta della legna da ardere.

Il risvolto interessante del piano consiste nel fatto che le emissioni di carbonio di tali programmi verranno registrate e controllate per misurarne l’impatto ambientale.

Secondo l’UNHCR in questo modo si produrranno ‘i primi crediti di carbonio su larga scala generati dai rifugiati’, consentendo al fondo di autoalimentarsi, poiché i crediti di carbonio generati da un programma possono finanziare il successivo.

Gran parte del lavoro di riforestazione sarà svolto dai residenti del campo e dalle popolazioni locali, con il valore aggiunto della creazione di posti di lavoro “green”.

Un credito di carbonio è fondamentalmente un trucco contabile. Una persona fa qualcosa che riduce le emissioni di carbonio, come piantare un albero, e in cambio riceve un ‘credito’ nel suo registro personale delle emissioni.

Questo credito può poi essere venduto sul mercato a un soggetto inquinante – come ad esempio una compagnia petrolifera che trivella al largo delle coste della Namibia – interessato a ‘compensare’ o bilanciare le proprie emissioni.

Spazzatura

«C’è un’amara ironia nel pagare i rifugiati ambientali per mitigare il cambiamento climatico – causa del loro stesso sfollamento – permettendo al contempo ai responsabili di continuare a fare affari come sempre».

Oltre a questo, ci sono molteplici ragioni per cui i crediti di carbonio e la compensazione non funzionano. Non abbiamo uno strumento affidabile per misurarli per il semplice fatto che un calcolo accurato dei debiti e crediti del carbonio è impossibile.

Spesso i crediti si generranoi per attività benefiche che si sarebbero svolte comunque o per attività inquinanti che stavano già per cessare. In altre parole, le aziende riescono a trarre profitto da attività che avrebbero svolto a prescindere. Insomma: business as usual.

Spesso, quando c’è un vero cambio di rotta, l’impatto si percepisce nel futuro, mentre l’attività inquinante che si vuole ‘compensare’ avviene nel presente.

E, naturalmente, come nel caso dei rifugiati ambientali, si tende a spostare la responsabilità dai soggetti inquinanti più ricchi, ad esempio le compagnie petrolifere, a quelli più poveri.

Inoltre, come è emerso da recenti indagini, molti dei programmi su vasta scala sono molto spesso ‘spazzatura’ o, come nel caso delle foreste scozzesi, si tratta di progetti dagli intenti fraudolenti.

Imperialismo

Oltre il 90% dei crediti di compensazione per le foreste pluviali vendute dal principale ente di certificazione mondiale è inutile: questi progetti non riducono in modo significativo la deforestazione.

I progetti di riforestazione spesso comportano diversi problemi ed è vero che molti falliscono: in alcuni luoghi il tasso di mortalità tra i giovani alberi è del 90%. Ciò significa che la riduzione di carbonio promessa non si verifica mai, benché sia già stata venduta.

I progetti di riforestazione possono anche avere conseguenze indesiderate, ad esempio possono modificare il potere riflettente della superficie terrestre, riducendone così le ricadute positive sperate. Inoltre, spesso costringono habitat ed ecosistemi a spostarsi, prosciugano i sistemi idrici e allontanano le popolazioni locali, contribuendo ironicamente ad aumentare il numero di sfollati.

Questi problemi fanno sì che il Fondo REP si aggiunga a una lunga lista di altre offerte finanziarie legate alle crisi, tra cui i bond pandemici o quelli per l’estinzione, per perdite e danni, per la resilienza e per le catastrofi. Ciò che le accomuna è che tutti questi programmi cercano di risolvere un problema – generato dal capitalismo razziale o dal potere imperiale – cristallizzando proprio quelle relazioni sociali che hanno portato innanzitutto al problema di base.

Espropriazione

Una delle proposte cruciali del REP è il clean-cooking, il cui tentativo è quello di contenere il sempre più ampio perimetro di deforestazione intorno ai campi profughi, nonché salvaguardare le donne dagli effetti nocivi causati dai metodi culinari inquinanti e dalla violenza sessuale e di genere (SBGV). Si ipotizza una riduzione di queste forme di violenza qualora alle donne venisse risparmiata l’incombenza della raccolta di legna da ardere all’esterno dei campi. Ciononostante, non ci sono sufficienti numeri per affermarlo, principalmente a causa di mancate rilevazioni e una mancata denuncia dovuta allo stigma. Emerge anche un presupposto intrinseco secondo cui la maggior parte della SGBV avviene al di fuori dei campi profughi anziché all’interno di essi o nei contesti familiari.

Lavoro non pagato

I ricercatori Samer Abdelnour e Akbar Saeed descrivono questa logica come la rape-stove panacea, ovvero la “panacea dello stupro”. Nata da un’iniziativa finanziata dagli Stati Uniti nei campi profughi di Dadaab al confine tra il Kenya e la Somalia, si è poi evoluta in “panacea tecnica” preferita per contesti umanitari più ampi. L’efficacia di queste misure, dati alla mano, è scarsa. Abdelnour e Saeed affermano che «le ONG continuano a promuovere la diffusione di nuove tecnologie con l’obiettivo di ridurre il tempo che le donne trascorrono al di fuori dei campi”, ma i casi di violenza sessuale e di genere nei campi, spesso perpetrata anche dagli stessi peacekeeper dal personale delle Nazioni Unite non diminuiscono. In altre parole, le soluzioni proposte non fanno che segregare le donne nello stesso luogo.

A partire dagli anni ’90, quando venne inaugurata l’iniziativa di Dadaab, il mercato volontario del carbonio ha finanziato numerosi programmi di clean-cooking benché le ricerche suggeriscano che i benefici climatici di questi programmi siano stati sistematicamente sopravvalutati. Tutti questi strumenti hanno le pretesa di contribuire alla protezione delle donne e alla deforestazione, ma il risultato è che infliggono alle donne una “doppia espropriazione”: non solo esse sono le maggiormente colpite dagli effetti dei cambiamenti climatici e dalle avversità economiche delle Nazioni Unite, ma subiscono un’appropriazione del loro lavoro non retribuito che si trasforma in merce di scambio nel più ampio contesto dei crediti di carbonio.

Contesto ostile

Se è vero che il REP potrebbe generare fondi a supporto delle attività dell’UNHCR e contribuire a un’immagine “green” dei propri campi, il dato di fatto è che non risolverà il problema del numero dei rifugiai climatici né altri problemi derivanti dal riscaldamento globale, compreso l’insufficiente finanziamento delle istituzioni preposte ad operare in risposta a queste crisi. Il REP e altri schemi simili non ridurranno né le emissioni di carbonio né la deforestazione. Anzi, rischiano solo di peggiorarli in un momento storico in cui i numeri sono in aumento, contribuendo persino a supportare stati e aziende che continuano a distruggere il pianeta.

È per questo motivo che il REP è soltanto una soluzione temporanea. Risponde alle necessità delle aziende di perpetrare le loro inquinanti attività di sfruttamento e di estrazione. Privilegiando i meccanismi finanziari come risposta ai problemi globali quali il cambiamento climatico risolve le logiche finanziarie dominanti che già limitano le nostre vite.

Ambiente ostile

Inoltre il REP ancora le persone sfollate sul posto tenendole lontane dai confini dei paesi ricchi del Nord Globale, e riesce a fare tutto questo trasformando il problema delle persone sfollate in un bene di valore. Naturalmente quando tali schemi si progettano s si implementano, le voci dei migranti climatici e degli individui marginalizzati e vulnerabili raramente si ascoltatano. Non si chiede il loro consenso, e non si menziona il costo di “partecipazione”. Basta guardare poco oltre il confine di questi campi “green” per intuire il destino che attende coloro che si rifiutano di restarne segregati: un “ambiente ostile” circondato di filo spinato, detenzione e respingimenti mortali in mare.

Questi campi, compresi gli schemi che trasformano le persone sfollate in risorse finanziarie, non sono che il rovescio della medaglia del regime di frontiera globale. In entrambi i casi, le persone contano solo laddove rappresentano un fonte di profitto per le aziende e i paesi del Nord Globale.

Nota

[1] Pratiche di cottura che utilizzano fonti pulite NdT.


Fonte: The Ecologist, 3 aprile 2024

https://theecologist.org/2024/apr/03/refugee-environmental-protection-fund-fix-or-fiction

Traduzione a cura di Luca Castelletti per il Centro Studi Sereno Regis Questa traduzione è frutto dell’accordo di partenariato con Unicollege SSML


 

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