Scenari di pace in contesti di guerra

Gianni Alioti

Intervento all’incontro Domenico e Nanni: un percorso per la pace nonviolenta, Centro Studi Sereno Regis, Torino 15 aprile 2024

 Non nascondo l’apprensione che mi ha accompagnato in questi giorni all’idea di dover intervenire al Centro Studi Sereno Regis in questa specifica ricorrenza… e… lo sconforto che mi ha preso quando si è definito l’argomento che avrei dovuto trattare nel mio intervento: “Scenari di pace in contesti di guerra”.

Sconforto dovuto sia alla coscienza di essere inadeguato ad affrontare questioni che non rientrano strettamente in quello di cui ti stai occupando, su cui pensi di avere delle cose da dire o esperienze da raccontare…; sia a un contesto di guerre e politiche di riarmo che, osservati con uno sguardo razionale, non lasciano alcuna speranza…

In soccorso ai miei timori e al mio sconforto mi sono arrivati un’articolo di Rocco D’Ambrosio, un mio amico prete, e l’ultimo numero della rivista trimestrale “Esodo”, pubblicata a Venezia, dedicato al tema “La nonviolenza attiva la pace”.

Don Rocco D’Ambrosio nel riflettere sull’episodio del Vangelo sull’incredulità dell’apostolo Tommaso sull’effettiva Risurrezione di Gesù, scrive:

«Siamo deboli e limitati […] Dovremmo accettarci come siamo e non temere. Dio lavora anche sui nostri dubbi, come su quelli di Tommaso». Per poi concludere l’articolo con le parole di don Primo Mazzolari: «[…] Quando non c’è più ragione di credere, allora incomincia la fede: quando non c’è più ragione di sperare incomincia la speranza»

… E lì mi sono ricordato che Domenico Sereno Regis, partigiano nonviolento, dopo la liberazione antifascista, non solo fu presidente della GiOC (Gioventù Operaia Cristiana), ma fu anche tra i promotori dei gruppi “Amici di don Mazzolari”.

La rivista “Esodo” l’ho ricevuta gratuitamente per aver pubblicato un breve articolo su “Riconvertire le fabbriche d’armi, è possibile?”. Nel sfogliarla mi accorgo che contiene un breve saggio “Nonviolenza virtù personale e azione collettiva”, con una bibliografia di riferimento, scritto da Enrico Peyretti. Ma è nel leggere l’editoriale di Cristina Oriato e Laura Venturelli, che inquadra il tema della nonviolenza e della pace ai contesti di guerra attuali, che mi imbatto in una riflessione di oltre venti anni fa dell’amico Nanni Salio.

«Le dottrine e le politiche militari sono sorrette da una gigantesca spesa militare, da un apparato burocratico costituito da decine di milioni di persone che operano a tempo pieno e da un consenso ampiamente generalizzato. Ma quante sono le persone che operano a tempo pieno nei movimenti per la pace, per esempio in Italia? A essere generosi si possono approssimare a poche centinaia, e realisticamente ancor meno. Con quali risorse operano? Pressoché nulle. È pensabile che in questo modo si possano contrastare scelte e decisioni come quelle che hanno portato alla guerra contro l’Iraq? No di certo!».

L’editoriale prosegue sottolineando come questa riflessione di Nanni Salio del 2003 sia talmente valida anche per i nostri giorni, da farci domandare quante risorse economiche e umane si investono nel mondo per la pace, per eliminare la guerra come mezzo di risoluzione dei conflitti. E seppure non siamo in grado di quantificarle, sappiamo che sono immensamente di meno rispetto a quelle che si investono per la guerra.

Pensiamo solo alla rapida progressione con cui sono cresciute le spese militari nel mondo negli ultimi anni: oltre i 2 mila miliardi di dollari nel 2020 in piena pandemia, 2.240 miliardi di dollari nel 2022 e, probabilmente, una cifra vicina ai 2 mila e 500 miliardi di dollari nel 2023. Il divario, quindi, tra quanto si investe per la guerra e quanto per la pace si sta enormemente ampliando, specie nella nostra Europa.

Aggiungiamo poi, a questi investimenti destinati al sistema militare, le immense risorse,  economiche e umane, dedicate a livello di sovrastruttura [sul piano mediatico, accademico, culturale e politico] per convincerci della inevitabilità della guerra, del riarmo come deterrenza, dei vantaggi tecnologici e occupazionali della ricerca e della produzione militare ecc. Pensiamo, solo in una realtà come Torino, ai mezzi impiegati dal Gruppo Leonardo, direttamente o mediante le sue Fondazioni: Leonardo e Med-Or, per orientare il dibattito pubblico e le scelte sul futuro economico, industriale e universitario della città.

Ecco, di fronte a questi enormi mezzi, l’esercizio della «forza della verità» [satyagraha], come Gandhi chiamava la «resistenza nonviolenta», da parte del Centro Studi Sereno Regis di Torino, pur privo di risorse [come scriveva Nanni Salio], è un presidio di pace in un contesto di guerre e genocidi ai quali partecipiamo, più o meno consapevolmente.

L’azione d’informazione, formazione e ricerca del Centro è spesso un argine alle “parziali verità”, con le quali si alimentano strumentali polemiche… Lo è stato, per me, sul caso recente della ricerca universitaria e delle sue finalità. Le decisioni prese dai due Atenei di Torino e Pisa, di non partecipare al Bando 2024 inerente l’accordo di cooperazione firmato tra le istituzioni italiane e israeliane, che comprende ricerche in campo tecnologico e industriale con applicazioni «dual use» (cioè in campo civile sia in campo militare), restituiscono dignità alla ricerca scientifica. Non è semplice affermare l’autonomia delle Università, sempre più dipendenti dagli investimenti privati, specie provenienti dall’industria militare.

Industria militare che vive in un contesto di guerra, in uno scenario non di pace straordinariamente vantaggioso […specie per i suoi manager e azionisti]. I titoli in borsa della tedesca Rheinmetall sono aumentati del 380% dall’invasione russa dell’Ucraina. Dal 15 settembre 2021 al 15 dicembre 2023 il valore delle azioni dell’italiana Leonardo è cresciuto del 210% e quelli della britannica BAE Systems, della francese Thales e dell’americana Lockheed Martin sono cresciuti, rispettivamente, del 193, 180 e 132%. Crescita proseguita a ritmi altissimi anche in questi primi mesi del 2024.

Ciò anche grazie alle dichiarazioni e decisioni prese dai vertici europei. Come l’affermazione in una riunione ufficiale a Bruxelles nei giorni scorsi dell’Alto rappresentante UE per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza, Josep Borrel:

«Una guerra convenzionale ad alta intensità in Europa non è più una fantasia…» a causa delle minacce vere e presunte di aggressione da parte della Russia.

I singoli Stati della UE dovranno spendere in campo militare nell’ambito NATO ancora di più, raggiungendo almeno il 2% del PIL, ma alzando l’asticella al 4% come già fatto dalla Polonia … e acquistando di più in maniera congiunta a livello europeo. La capacità produttiva dell’industria europea della “Difesa” dovrà raddoppiare entro il 2030. Il tutto, con il sostegno finanziario della Banca Europea degli Investimenti, che dovrà cambiare lo statuto, e l’emissione di euro bond specifici (cioè debito pubblico europeo) non per le future generazioni, ma per prepararsi alla guerra. L’obiettivo è disporre come UE di altri cento miliardi di euro da sommare agli aumenti dei budget militari previsti da ciascun paese.

Naturalmente, si evita di dire che la UE nell’ambito della NATO è dal 2024 che si sta preparando alla guerra, visto che dal 2014-2023 la spesa militare aggregata dei paesi UE è cresciuta del 48% in termini reali e la sola componente armamenti è cresciuta di ben il 270%.

Ma tutto questo non basta e l’industria militare europea dovrà essere aiutata ad accedere a ulteriori e maggiori finanziamenti da parte delle banche e delle società finanziarie private, includendo il settore della ricerca e produzione militare tra gli investimenti considerati sostenibili (ESG). Oltre a ciò, si dovranno ridurre sia gli oneri per queste imprese azzerando l’IVA sulla produzione e vendita di armamenti e munizioni, sia gli ostacoli normativi che regolano e limitano l’export. È quanto sta avvenendo in Italia con le modifiche in discussione alla Camera e Senato della Legge 185 del 1990.

Un’altra cosa che non si dice è che la produzione e il commercio di armi, che alimentano i conflitti su larga scala in tutto il mondo, sono già spinti dagli investimenti del settore finanziario.

La verità è contenuta in un nuovo rapporto “Finanza per la guerra. Finanza per la pace”, pubblicato nel febbraio 2024 dalla Fondazione Banca Etica e dalla Global Alliance for Banking on Values (GABV). Tra il 2020 e il 2022 il coinvolgimento delle banche e del settore finanziario nell’industria militare è stato quantificato in quasi mille miliardi di dollari. Una cifra sicuramente in crescita nel 2023 e 2024, vista l’impennata del valore dei titoli in borsa delle aziende produttrici di armi.

Nonostante tutto il rapporto evidenzia, al contempo, un fatto positivo: il crescente numero di fondi e banche che escludono le armi dagli investimenti, con particolare attenzione a quelle nucleari. Un motivo in più per sensibilizzare l’opinione pubblica, affinché sempre più persone e organizzazioni religiose e della società civile disinvestano i propri risparmi dalle banche e dai fondi finanziari e assicurativi, che non adottano politiche chiare di esclusione delle armi dal credito e dagli investimenti. È quello che fa andare in bestia il ministro della Difesa, Guido Crosetto e la lobby dei fabbricanti d’armi della AIAD, l’associazione dell’industria aerospaziale e della difesa, che lo stesso Crosetto aveva presieduta prima dell’incarico di Governo.

…Ecco, anche la crescita degli investimenti etici può essere colto come segno di speranza, come uno scenario di pace che si costruisce con l’azione diretta nonviolenta: Se vuoi la pace, non finanziare la guerra. Un motivo in più per mobilitarci in Italia in difesa della Legge 185 del 1990 messa sotto attacco in parlamento, con l’obiettivo di ridurre le restrizioni all’export e di rendere più opaco il commercio di armamenti. Eliminando la trasparenza di chi lo finanzia.

Concludo, questo mio intervento, cogliendo – tra i tanti possibili – un altro segno di speranza, che potrebbe aprire scenari di pace se il sindacalismo internazionale e quello europeo avessero il coraggio di fare proprio l’appello lanciato, a inizio dicembre del 2023, dal sindacato americano UAW, e raccolto da altri sindacati negli Stati Uniti…

L’appello originato da una manifestazione sindacale a Washington per la richiesta di un cessate il fuoco permanente a Gaza, abbraccia l’insieme dei contesti di guerra che viviamo.

Ne leggo uno stralcio:

«La strada della giustizia non può essere spianata dalle bombe e dalla guerra. La strada per la pace non può essere trovata attraverso la guerra. Ci impegniamo a lavorare in modo solidale coi popoli palestinese e israeliano per ottenere pace e giustizia. Gli iscritti al sindacato hanno provenienze diverse, tra cui ebrei, musulmani e altre comunità mediorientali. Londata di guerre e vendite di armi, a cui assistiamo, non fa gli interessi dei lavoratori in nessun luogo. In definitiva tutti noi vogliamo un posto da chiamare casa e che i nostri figli siano al sicuro. I lavoratori di tutto il mondo vogliono e meritano di vivere liberi dagli effetti della violenza, della guerra e della militarizzazione».

Il titolo di questo appello, nella sua semplicità e chiarezza, ha la “forza della verità” di Gandhi: «Ovunque guerra e riarmo non fanno gli interessi dei lavoratori». Non c’è altro d’aggiungere!


 

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