La vera vittoria di Putin

Angela Dogliotti

Nota dell’autrice.

Avevo appena inviato questo articolo per la pubblicazione sul sito del Centro Studi Sereno Regis, venerdì 22 marzo, quando alla sera i telegiornali si sono aperti con l’attentato a Mosca.

Quali nuovi scenari si aprono ora? I primi segnali non sono incoraggianti e suggeriscono una nuova tappa nell’escalation della guerra.

Putin sospetta di complicità Kiev, che risponde definendo ciò una provocazione russa ; fake news di propaganda circolano alimentando la tensione e legittimando un incremento della mobilitazione su tutti i fronti…Sembra l’incidente perfetto (Sarajevo, Pearl Harbor insegnano,,,,)

In questa situazione e di fronte alle enormi sfide globali che abbiamo di fronte, una politica che non fosse succube dell’economia (e del complesso militare industriale , in particolare) e che sapesse avere una visione realistica di futuro non potrebbe che impegnarsi urgentemente nel riformare e rivitalizzare le Nazioni Unite, l’unico strumento che abbiamo per ristabilire una politica internazionale capace di fermare il “flagello della guerra” (Prologo dello Statuto delle Nazioni Unite, San Francesco, giugno, 1945)

…il pericolo atomico, da inaudita minaccia di sterminio, estinzione, atroci malattie per i sopravvissuti, è diventato una specie di evenienza da mettere in conto tra le tante … C’è qualcosa di sconcio, in questo assuefarsi collettivo alla più sconcia delle ipotesi. Qualcosa di sconcio ma anche di sfinito, come se gli uomini parlassero di se stessi senza più nessuna fiducia in se stessi. Chi siamo noi? Siamo la bestia con le zanne all’uranio. Riusciamo ancora a immaginarci in un’altra maniera? Forse no, e questa sarebbe la vera vittoria di Putin.

(Michele Serra, Repubblica del 17 marzo, 24)

Finché l’alternativa è tra resa e vittoria, tra l’una e l’altra, e tra gli uni e gli altri, non esistono compromessi nè mediazioni. Per cercarli – e per trovarli- bisogna cambiare orizzonte, uscire dalla logica del tutto o niente, capire e accettare che al di fuori della guerra c’è tutto un mondo possibile…
La bandiera bianca non significa resa, ma non sparate perchè io non sparo. Cessiamo il fuoco!

(Guido Viale, in Comune.info del 17 marzo 2024)

Ciò che sta accadendo in queste ore nel summit sulla guerra del Consiglio UE è di una gravità inaudita. L’unico paradigma in campo è quello dello scontro armato, fino alla vittoria, come auspica Zelensky nel collegamento: il sistema di Putin deve perdere in questa guerra contro l’Ucraina. Questa è la guerra della Russia non solo contro l’Ucraina, ma contro tutti noi, anche contro i vostri paesi, contro tutta la nostra Europa e lo stile di vita europeo. 

Appare sempre più evidente che lo scontro in Ucraina è uno dei tasselli per ridisegnare diversi equilibri politici a livello internazionale., come scrive Tonino Drago su Mir -Forum  :

La guerra in Ucraina ha come posta in gioco fondamentale la detronizzazione degli USA da gestore del mondo (attraverso soprattutto la NATO e quindi l’Europa) ad una compartecipazione plurale delle maggiori potenze alle decisioni mondiali fondamentali. Nella quale pluralità è riposta la speranza che l’ONU riprenda il suo ruolo super Stati, fossero anche superpotenze come gli USA.

Ciò che rende altamente  pericoloso e drammatico questo momento è però il fatto che non si vedano all’orizzonte leaders capaci di svolgere  un ruolo di de-escalation come quello che svolsero Kennedy e Krusciov nella crisi di Cuba durante la guerra fredda.  Le leadership in Usa e  UE da un lato  , in Cina, Russia e India dall’altro, sono bloccate nello stesso paradigma dettato dal sistema di guerra; vittoria o resa. Puntando, ovviamente secondo questo schema, alla vittoria,  stanno accelerando una pericolossima escalation che, in presenza degll attuali sistemi d’arma, atomica compresa,  può portare fino alla reciproca distruzione assicurata ( mutual assured destruction, che l’acronimo MAD ben rende nel suo significato)

Ho riportato in apertura due passaggi di due articoli tratti da diversi canali informativi, ma entrambi molto significativi ed efficaci, che vorrei qui riprendere e mettere in relazione.

Michele Serra si chiede se la vera vittoria di Putin non consista proprio nel trascinare tutti noi a diventare “bestie con le zanne di uranio”.  Come non pensare ad una analoga situazione, quando per sconfiggere il Giappone alleato di Hitler gli Usa decisero di mettere in campo l’atomica scaricando le due bombe su Hiroshima e Nagasaki? Non è stata anche quella scelta, dettata tra l’altro da ragioni geopolitiche più che militari, una sciagurata apertura del vaso di Pandora che ha fatto emergere le “tendenze naziste” presenti nel mondo contemporaneo, come chiama Giuliano Pontara [1] le tendenze negative che individua in otto aspetti: la visione del mondo come teatro di una spietata lotta per la supremazia; il diritto assoluto del più forte; lo svincolamento della politica da ogni vincolo morale; l’elitismo; il disprezzo per il debole; la glorificazione della violenza; il culto dell’obbedienza assoluta; il dogmatismo fanatico?

Sulla stessa linea si collocano i ragionamenti che di solito si fanno per giustificare la necessità di fermare Putin con tutti i mezzi mecessari , quelli che ricordano il “cedimento” nei confronti di Hitler a Monaco sulla questione dei Sudeti, con un evidente  parallelismo tra Putin e Hitler.. Ragionamento che parte dal presupposto che sarebbe stato necessario fermare Hitler con la guerra, così come oggi è necessario fermare Putin con gli stessi mezzi.

Mai qualcuno che si chieda, invece, perchè, di fronte a tali passi aggressivi di Hitler  , le potenze europee vincitrici della prima guerra mondiale non si siano interrogate sui tragici effetti della vittoria punitiva imposta alla Germania con il trattato di Versailles, che con le sue pesanti conseguenze sul popolo tedesco ha stimolato il suo revanscismo e lo ha reso sensibile ai proclami hitleriani , procurandogli il consenso necessario alle sue mire espansionistiche e bellicose.

Non lo si fa perchè sarebbe richiesto un altro modo di pensare, un paradigma che non prospetta l’unica alternativa tra vittoria o resa, ma mette in campo strumenti di diplomazia e cooperazione per affrontare i conflitti in una prospettiva di reciproco riconoscimento degli obiettivi legittimi di tutte le parti , come ci insegna il compianto J.Galtung, ricercatore per la pace recentemente scomparso.

Un parallelismo forse più utile oggi sarebbe quello con gli scenari che hanno condotto alla prima guerra mondiale e a come il mondo sia precipitato nella guerra nonostante la stragrande maggiornaza dei popoli fosse contraria e le stesse leadership politiche siano state travolte da quel “piano inclinato della guerra” provocato dalla corsa agli armamenti,  di cui scriverà nelle sue memorie Lloyd George.

Non è ciò che sta accadendo anche oggi, fatte le dovute necessarie precisazioni sulla diversità dei contesti?28 miliardi di euro previsti in Italia per la spesa militare nel 2024,  2240 miliardi a livello mondiale nel 2023, appena stanziati altri 5 miliardi di armamenti per  la “difesa” dell’Ucraina …., grandi profitti per l’industria degli armamenti, l’unica che ci guadagna, a spese di militari e civili travolti dalla guerra, senza considerare le distruzioni dell’ambiente e degli ecosistemi , che peseranno per decenni.

Per non parlare dell’intollerabile situazione in Medio Oriente, dove si lascia che un popolo sia affamato, violentato, distrutto, con una punizione collettiva  che non può essere giustificata dal precedente,  inaccettabile attacco di Hamas  e che stride contro l’inerzia della comunità internazionale nel far ripettare le risoluzioni  sistematicamente violate da Israele.

È questo doppio standard, questa insensibilità verso le violazioni dei diritti umani, siano esse compiute contro oppositori, popoli che si ribellano, persone che emigrano tentando di sfuggire a guerre e cambiamenti climatici devastanti  che le guerre in corso stanno velocemnte e inesorabilmente aggravando sempre più,  è questo retaggio neocoloniale che tollera rapine di materie prime, sfruttamento di risorse e crescita delle diseguaglianze  ciò che squalifica l’Europa , la rende incapace di intervenire con un approccio diverso, più coerente con i motivi ispiratori a fondamento della sua nascita come area di pace , di diritto e di libertà per tutti.

Quali prospettive di fronte a tutto questo?

Certo a livello politico servirebbe l’emergere di una leadership internazionale , magari dal Sud del mondo, capace di intervenire per bloccare queste dinamiche con prospettive in grado di sostituire al dominio la cooperazione, alla guerra la negoziazione, all’ingiustizia rapporti di equità e sostenibilità.

Al momento non si vede, e noi poco possiamo fare a questo proposito. Ma la storia può riservare sorprese…

Intanto, però, ciò che è in nostro potere è portare avanti una politica dal basso che sappia incidere anche a livello istituzionale e cambiare progressivamente la cultura profonda delle nostre società.

Per fare ciò è necessario uno sforzo unitario che sappia superare la frammentazione dei movimenti e delle realtà che già agiscono in una prospettiva di pace e nonviolenza.

Il punto di partenza è che la logica della guerra non è più sostenibile e che è oggi sempre più evidente come la nonviolenza sia l'”attuale varco della storia”, come già sosteneva Aldo Capitini.

Ciò significa lavorare contro la militarizzazione, per l’affermazione sempre più convinta e consapevole della necessità di scelte personali di obiezione di coscienza contro tutto il sistema di guerra, per lo sviluppo a livello politico di alternative strutturali alla difesa armata, come è previsto dal progetto di legge di iniziaitva popolare “Un’altra difesa è possibile”, per una educazione che sappia a tutti i livelli costruire un diverso paradigma di conflitto,  basato non sulla polarizzazione e sullo schema amico/nemico, ma sulla trasformazione delle contraddizioni e degli interessi divergenti attraverso la dinamica dell’intervento nonviolento che cerca terze parti dentro gli schieramenti tra le quali gettare ponti per avviare processi di negoziazione e di pace.

Non è utopia. Nella storia è già avvenuto, attraverso la lotta nonviolenta e la resistenza civile, dunque può avvenire, ed è  l’unica possibilità per non soccombere.

Nota

[1]   Giuliano Pontara, L’antibarbarie. La concezione etico-politica di Gandhi e il XX secolo, EGA, Torino, 2006


 

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