Porre fine alle atrocità di massa a Gaza e oltre

Shimri Zameret

La gente comune può riparare il carente/inadeguato sistema internazionale postbellico, fornire giustizia globale ai palestinesi e agli oppressi di tutto il mondo e porre fine alle atrocità di massa a Gaza e oltre

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Nelle ultime settimane il numero di civili innocenti palestinesi uccisi negli attacchi del governo israeliano ha raggiunto livelli senza precedenti. Una maggioranza di persone nonché di governi al mondo sono contrari alle atrocità di massa contro civili in corso a Gaza. Perché questa opinione di buonsenso non si traduce in azione che fermi questi crimini internazionali? E che cosa può fare la gente comune per porre fine alle atrocità a Gaza e altrove?

Prima di rispondere a queste domande, vorrei esporre la mia esperienza personale nel giorno d’inizio di quest’ultimo turno di violenza.

Come da scena di film dell’orrore, il mio 7 ottobre iniziò come tanti altri sabati mattina — la mia figlioletta di 3 anni mi svegliò gridando: “Aba, Aba!” (papa in ebraico). Ma l’inizio normale andò in frantumi appena vidi le notizie da Gaza. Col cuore che mi martellava aprii immediatamente le chat WhatsApp di famiglia e degli amici. Vivendo a Ann Arbor [USA], dove dirigo un progetto di ricerca su governance globale, guerre e resistenza civile all’Università del Michigan, sono sette ore indietro rispetto al resto della famiglia in Israele. Se fui sollevato a sapere che stavano tutti bene, scoprii però ben presto che degli amici avevano perso famigliari o anche presi come ostaggi nell’attacco di Hamas. Amici palestinesi a Gaza e in Cisgiordania stavano postando sui social che l’esercito israeliano aveva cominciato ad attaccare e che uccideva civili. Il governo israeliano di lì a poco dichiarò guerra.

Come molti milioni d’altri per il mondo, scorrevo shockato le immagini sul mio schermo, senza riuscire a smettere di pensare alla domanda postami sovente dai miei studenti quando si parla di guerre e atrocità di massa in classe: “Come si può fermare questo?” Come dico agli studenti, la mia scomoda risposta comincia non con un “loro” ma con un “noi” — le atrocità contro civili nei kibbutz israeliani e nella città palestinese di Gaza sono sintomo di un sistema che noi abbiamo messo su, che richiede il nostro consenso quotidiano attivo o passivo. Quel sistema possiamo ricostruirlo, se scegliamo così. Ne abbiamo il potere, e perciò la responsabilità, di cambiare il sistema che permette le atrocità di Gaza.

Resistere alla guerra, all’occupazione e all’apartheid

L’attacco di Hamas quel giorno uccise più di 1.200 israeliani, compresi oltre 40 bambini. Lo sapevamo anche prima, era chiaro che l’attacco era abbastanza grave da venir registrato come shock della società in Israele — qualcosa di comparabile all’11 settembre [2001] per gli americani.

Nel giro di poche ore l’esercito israeliano cominciò ad attaccare la Striscia di Gaza. Da allora, gli attacchi hanno ucciso oltre 22.500 palestinesi, la maggioranza dei quali bambini e donne, che di solito non partecipano ai combattimenti. Per dare una qualche prospettiva: gli Stati Uniti hanno ucciso meno civili in Afghanistan durante i loro 20 anni d’occupazione — e la popolazione dell’Afghanistan è circa 20 volte quella di Gaza. Più specificamente, in Afghanistan, in più di 20 anni il governo USA ha ucciso un civile su 3.225. A Gaza, il governo israeliano in meno di 3 mesi ne ha ucciso, si stima, uno su 128.

Di servizio come volontario al coordinamento della Rete di Solidarietà degli Obiettori, una rete globale di 8.000 persone che fungono da base di sostegno internazionale per gli obiettori alla guerra e attivisti per la pace in Israele, ho passato molte serate e weekend dal 7 ottobre a lavorare per amplificare le voci degli obiettori alla guerra israeliani, cercando di aiutare in ogni modo possibile.

È stato ed è un periodo difficile per le associazioni di resistenza alla guerra, anti-occupazione e anti-apartheid in Israele. (Di nuovo, forse qualcosa di comparabile all’organizzare sfide antibelliche in USA nel periodo post-11.09.01). Gruppi binazionali ebraici e palestinesi all’opera per la pace si sono trovati di fronte tensioni significative, dovendo trattare con due narrazioni nazionali degli avvenimenti, almeno inizialmente per buona parte inconciliabili. A un certo punto, il capo nazionale della polizia, Yaakov “Kobi” Shabtai, minacciò di mandare i manifestanti anti-guerra a Gaza. “Chiunque voglia diventare Cittadino israeliano, benvenuto”, disse “Chiunque voglia identificarsi con Gaza, benvenuto pure lui/lei. Lo/a metto sugli autobus diretti là adesso.”

La polizia ha anche rifiutato di autorizzare dimostrazioni e conferenze anti-guerra dall’inizio della guerra, particolarmente nelle città arabe d’Israele. Una piccola dimostrazione di solo suggerimento organizzata da alcuni ex-parlamentari è stata risolta con arresti, pur essendo sotto i 50 partecipanti, requisito soglia per l’autorizzazione della polizia. Sono stati arrestati quattro ex-parlamentari — tutti cittadini palestinesi d’Israele — innescando dimostrazioni a Tel Aviv e Gerusalemme, finite anch’esse con altri arresti. Quando Hadash, un fronte parlamentare arabo-ebraico socialista, organizzò una conferenza anti-guerra, la polizia minacciò rappresaglia sul proprietario della sede dell’incontro se non l’avesse cancellato.

La rete dove faccio il volontario sta documentando e amplificando [dall’inizio] queste voci anti-guerra — compresi gli attacchi subiti dalla polizia — sui social media e sulle nostre newsletter, coordinando intanto la solidarietà internazionale per aiutarli, cogliendo quasi ogni momento libero. È d’ispirazione vedere il movimento anti-guerra israeliano trovar modo di badare soprattutto all’ empatia e al blocco del l’interminabile ciclo delle violenze, pur in questa occasione di estrema lesione.

Da 15 anni gli obiettori antiguerra israeliani vanno dicendo ai concittadini che lo status quo a Gaza è insostenibile — che non possiamo continuare a tenere milioni di palestinesi in una grossa prigione all’aperto aspettandoci che questo possa andare avanti per sempre, o finir bene. Nessuno sciame di caccia F-16, nessun muro di miliardi di dollari e armamenti sofisticati finanziati ogni anno dai contribuenti USA può cambiare quella realtà. Anche prima della guerra Israele-Hamas, una maggioranza di cittadini nei paesi del Nord globale erano contrari allo status quo nel conflitto palestino-israeliano, e sostenevano una fine all’occupazione e all’apartheid israeliane.

I cittadini di paesi poveri non sono purtroppo presi sovente in considerazione nelle loro opinioni sulla politica globale, ivi compreso il conflitto palestino-israeliano, ma i governi del Sud globale dichiarano pubblicamente che l’occupazione israeliana dei territori palestinesi è stata la causa di fondo del conflitto. Contemporaneamente, una maggioranza di governi presenti in varie organizzazioni internazionali votano ripetutamente risoluzioni contro il dominio israeliano sui Territori Palestinesi. Eppure — poiché il nostro sistema internazionale è sfasciato — questo consenso a livello mondiale non si traduce (né si tradurrà) in azione per fermare l’apartheid e l’occupazione israeliane.

Un unico abito del destino

I miei studenti mi sfidano spesso con una richiesta giustificata: “Allora, qual è la soluzione al conflitto palestinese-israeliano? Come lo risolviamo?”. Spesso chi me lo chiede vuole una sorta di soluzione rapida. Ma dopo 10 anni di ricerca sui conflitti e sulla governance globale, è mio compito difficile dire che la guerra tra Israele e Hamas è un sintomo di un problema ben più grave: il fatto che il nostro sistema mondiale è rotto. La buona notizia è che noi, persone normali di tutto il mondo, possiamo ripararlo.

Nel 1964, Martin Luther King Jr. scrisse un testo intitolato ” The Greatest Hope For World Peace”, pubblicato solo di recente. In esso King sosteneva che la risposta definitiva alla guerra è la creazione di un’autorità democratica sovranazionale. Riecheggiando il linguaggio della sua famosa “Lettera dal carcere di Birmingham”, scrisse che avrebbe “attenuato molte tensioni che esistono oggi, e avrebbe anche permesso a tutti di capire che siamo vestiti con un unico abito del destino, e che qualsiasi cosa colpisca direttamente una nazione nel mondo, indirettamente colpisce tutte”.

Sostenendo questa forma di democrazia internazionale, King seguiva le orme di Albert Einstein, Mohandas Gandhi e della suffragista Rosika Schwimmer, che due decenni prima, in opposizione alla creazione del sistema postbellico, avevano creato il movimento One World e invocato la democrazia internazionale. Oggi è forse meglio inteso come il sostegno a una sorta di Unione europea mondiale o di Unione africana mondiale. Einstein disse a un amico che avrebbe dedicato la sua vita a questa visione, e in effetti lo fece nei suoi ultimi anni. Gandhi disse in un discorso: “Io credo in un unico mondo… Non vorrei vivere in questo mondo se non dovesse essere un unico mondo”.

La mia ricerca sul One World movement ha portato alla conclusione che la loro lotta contro il rifacimento dell’ordine postbellico è fallita perché non hanno intensificato la loro campagna fino al punto di utilizzare i metodi della resistenza civile (di cui parlerò tra poco). Tuttavia, mentre la loro teoria del cambiamento è fallita, la storia ha dimostrato che la loro analisi dei problemi del sistema postbellico era corretta. Considerando gli orrori del massacro di Gaza del 7 ottobre – come l’intrattabile guerra in Ucraina, la crisi climatica, la pandemia di coronavirus, l’ascesa dell’intelligenza artificiale, le ricorrenti crisi finanziarie e l’ascesa dell’ultranazionalismo e dell’estremismo – non possiamo ignorare ciò che ci sta guardando in faccia: Come avevano avvertito Gandhi, Einstein, Schwimmer e King, il sistema internazionale costruito nel 1945 non è semplicemente attrezzato per le sfide del XXI secolo.

Di fronte al nostro mondo distrutto, possiedo lo stesso amaro ottimismo che un osservatore realista avrebbe potuto provare nel 1944 sul futuro dell’Europa. La fine della guerra era in vista e la maggioranza dei cittadini del continente aveva capito che lo status quo era insostenibile. Allo stesso tempo, un piccolo ma crescente numero di persone si rese conto che le persone normali avevano il potere di cambiare la struttura politica dell’Europa. E poiché le persone normali avevano il potere di cambiare l’Europa, avevano anche la responsabilità di provarci. Eppure, nel bel mezzo di una guerra mondiale e dell’Olocausto, alcuni osservatori realistici vedevano comunque un terreno fertile per il cambiamento. È stata quella limpidezza e quella visione a dare vita a un’Unione europea che è emersa dalle ceneri della guerra.

Ora, per affrontare le sfide del XXI secolo, dobbiamo attingere a quella stessa flessibilità e visione. Dobbiamo rafforzare e democratizzare radicalmente il sistema internazionale, rifacendo i meccanismi fallimentari che abbiamo costruito per affrontare le crisi globali.

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Riparare un mondo distrutto

I meccanismi internazionali che abbiamo costruito per affrontare le crisi globali soffrono di un problema fondamentale: la mancanza di controllo popolare e di legittimità democratica porta all’ingiustizia e all’impasse, a Gaza e non solo. Alcuni esempi di come funziona questo sistema difettoso sono:

  • Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e il potere di veto che permette agli Stati Uniti di autorizzare crimini di guerra contro i palestinesi, alla Russia di autorizzare crimini di guerra contro i siriani e alla Cina di autorizzare crimini contro i tibetani.
  • Il segreto Comitato di Basilea per la vigilanza bancaria, in cui le decisioni sui livelli di rischio consentiti nell’economia globale vengono prese in riunioni tra funzionari governativi di una manciata di governi ricchi e una manciata di lobbisti bancari (che poi danno lavoro ai primi).
  • I negoziati sul cambiamento climatico sponsorizzati dalle Nazioni Unite, dove l’inazione dei governi e delle imprese è nascosta da una cortina fumogena di “vertici” e “conferenze delle parti” intergovernative (COP 1 – COP 28) per oltre 30 anni. Analogamente al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, il potere di veto sui negoziati sul clima offre ai governi delle superpotenze più inquinanti uno strumento per imporre “obiettivi” non vincolanti.
  • L’Organizzazione Mondiale della Sanità, la cui politica di dare eco acritica alle dichiarazioni degli Stati membri, e in particolare della Cina, avrebbe potuto impedire un’azione più tempestiva, costata milioni di vite nella recente pandemia.

Nel mio libro di prossima pubblicazione ” The World Is Broken “, esamino queste organizzazioni e il sistema internazionale del dopoguerra nel suo complesso, e suggerisco tre componenti minime di una vera democrazia internazionale.

  1. Porre fine alla dittatura dei finanziamenti. I governi ricchi spesso controllano le organizzazioni internazionali utilizzando un modello di finanziamento basato su contributi volontari e condizionati. In questo modo i governi, e soprattutto i governi ricchi, hanno il controllo totale. Per essere democratiche, queste istituzioni devono avere un finanziamento pubblico indipendente.
  2. Porre fine alla dittatura del veto. Nel dopoguerra, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite aveva il compito di mantenere la pace internazionale. Esso, e solo esso, può autorizzare l’uso legale della forza a livello internazionale, così come le sanzioni finanziarie contro le minacce alla pace internazionale (questo è, ad esempio, il modo in cui sono state stabilite le sanzioni contro l’Iran e la Corea del Nord e in cui sono state inserite nella lista nera le persone legate al finanziamento del terrorismo). Ma nel Consiglio, cinque superpotenze – Regno Unito, Francia, Russia, Stati Uniti, Cina e Russia – possono porre il veto o bloccare qualsiasi decisione. Questo potere di veto è stato usato dagli Stati Uniti per proteggere i governi israeliani almeno 53 volte. Gli Stati Uniti hanno usato il loro veto ancora e ancora per proteggere il governo israeliano contro una comunità internazionale che giustamente considera le azioni del governo israeliano – compresa la costruzione di insediamenti ebraici nelle terre palestinesi occupate – come crimini di guerra secondo il diritto internazionale. Altre organizzazioni internazionali hanno meccanismi simili di potere di veto formale o informale. Dobbiamo togliere questo potere di veto alle superpotenze e passare a un governo a maggioranza, in cui i governi potenti non possano più imporre la loro volontà al resto del mondo.
  3. Porre fine alla dittatura dell’esecutivo. Solo i governi hanno un vero potere nelle organizzazioni internazionali. L’idea democratica della “separazione dei poteri” – come quelli giudiziari, esecutivi e parlamentari – serve a spezzare il potere politico per proteggere i cittadini e creare controlli ed equilibri. Ma nel sistema internazionale del dopoguerra, i governi (il potere esecutivo) non sono controllati; nulla può ritenerli responsabili o bilanciarli.

La resistenza civile offre un percorso strategico

Due importanti proposte per porre fine a queste tre dittature hanno guadagnato slancio negli ultimi anni. C’è la campagna per un’Assemblea parlamentare delle Nazioni Unite, sul modello del Parlamento europeo e del Parlamento panafricano, ma che coinvolga i parlamentari di tutti i Paesi del mondo. L’altra iniziativa mira a creare un’Assemblea globale permanente dei cittadini, basata su una selezione, simile agli organismi che hanno aiutato l’Irlanda a legalizzare l’aborto e lo Stato del Michigan a ridisegnare le proprie circoscrizioni in modo democratico e non partitico.

Le assemblee dei cittadini – a tutti i livelli, compreso quello globale – sono sostenute dal visionario movimento internazionale per il clima Extinction Rebellion, oltre che da molti esperti e organizzazioni della società civile di tutto il mondo. Le assemblee dei cittadini sono composte da persone normali che vengono selezionate per sorteggio (come una giuria) ma attraverso un processo che le rende rappresentative della popolazione generale dal punto di vista demografico (ad esempio per sesso, reddito, livello di istruzione, opinioni politiche, ecc). Nel 2022 è stata sperimentata per la prima volta un’assemblea di cittadini globali, che ha coinvolto 100 normali cittadini che rappresentavano la popolazione mondiale e sono stati selezionati tramite sorteggio.

Sebbene possa sembrare un’idea radicale quella di governare il sistema internazionale in modo democratico, in realtà ha un senso comune molto concreto: Nei rari casi in cui si chiede alle persone normali come vogliono che il mondo sia governato, esse sono in maggioranza favorevoli a questa opzione.

Ad esempio, un sondaggio del 2005 condotto in 17 Paesi, tra cui Stati Uniti, Cina e Russia, ha rilevato il 58% di consensi per l’eliminazione del veto nel Consiglio di Sicurezza (con una maggioranza di favorevoli in tutti i Paesi tranne la Russia). Nel frattempo, il 74% (e la maggioranza in tutti i Paesi intervistati) era favorevole al fatto che “il rappresentante ufficiale del vostro Paese all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite sia eletto dal popolo del vostro Paese”. Il 63% (anch’esso a maggioranza in tutti i Paesi intervistati) è favorevole alla “creazione di un nuovo Parlamento delle Nazioni Unite, composto da rappresentanti eletti direttamente dai cittadini, con poteri pari all’attuale Assemblea Generale delle Nazioni Unite (che è controllata dai governi nazionali)”.

Come dimostra il dottor Farsan Ghassim dell’Università di Oxford, esaminando i sondaggi condotti in diversi Paesi negli ultimi decenni – e conducendo egli stesso nuovi sondaggi – il sostegno alla democrazia internazionale è generalmente coerente tra Paesi e nazionalità. Il sondaggio condotto da Ghassim nel 2020 ha rilevato un forte sostegno alla democrazia internazionale in tutti e cinque i Paesi intervistati: Brasile, Germania, Giappone, Regno Unito e Stati Uniti.

Molti si chiederanno se le persone normali abbiano il potere necessario per sistemare il mondo. Il mio amaro ottimismo è alimentato dalla conclusione che la storia dimostra ripetutamente che abbiamo il potere di sistemare il nostro mondo. La resistenza civile, una metodologia di cambiamento sociale, offre un percorso per ottenere quel cambiamento necessario e per aggiustare il nostro sistema di governance globale.

La resistenza civile ha portato alla vittoria movimenti di persone normali in tutto il mondo, soprattutto nelle campagne per la democratizzazione delle strutture politiche e soprattutto contro avversari potenti. Gli esempi abbondano, come la crociata che ha ottenuto il diritto di voto per le donne, la campagna per l’indipendenza dell’India dal colonialismo britannico, il movimento per i diritti civili degli Stati Uniti che ha ampliato l’uguaglianza, la libertà e il diritto di voto, e l’attuale movimento globale per il clima che sta riuscendo sempre più a rendere la crisi climatica una questione politica centrale nelle società di tutto il mondo.

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Le proteste del WTO come modello

Un esempio particolarmente azzeccato di come la resistenza civile possa sfidare con successo le regole della governance globale è la serie di proteste di massa contro l’Organizzazione Mondiale del Commercio (World Trade Organization) negli anni Novanta. Con le sue radici nella rivolta indigena zapatista in Messico contro l’accordo di libero scambio nordamericano, le proteste del WTO miravano a fermare gli accordi commerciali globali che avvantaggiavano i Paesi ricchi e danneggiavano i lavoratori di tutto il mondo, in particolare dei Paesi più poveri.

In tutto il mondo sono state organizzate azioni dirette di massa in occasione dei vertici del WTO, la più nota delle quali si è svolta a Seattle nel 1999. Una protesta brillantemente organizzata dai governi del Sud del mondo all’interno del vertice è stata accompagnata da un’azione brillantemente organizzata di resistenza civile di massa all’esterno del vertice. Questo ha portato alla cancellazione del primo giorno del vertice e successivamente al fallimento dell’accordo commerciale che era stato negoziato. Queste proteste hanno contribuito a creare una concezione più ampia del “libero scambio” come antidemocratico e hanno impedito al WTO di completare un altro accordo commerciale.

Considerando il numero di morti a Gaza e il veto degli Stati Uniti che blocca l’azione nel Consiglio di Sicurezza, è difficile capire perché i brillanti organizzatori dei gruppi pacifisti ebraici e di molti altri gruppi contro la guerra blocchino Wall Street e chiudano la Grand Central Station e non prendano di mira anche il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Dopo tutto, il Consiglio di Sicurezza e il veto sono ciò che protegge il governo israeliano dall’applicazione del diritto internazionale. La struttura antidemocratica delle Nazioni Unite è ciò che impedisce il dispiegamento di truppe di pace per proteggere i civili, le sanzioni economiche e l’embargo sulle armi al governo israeliano. Impedisce il deferimento alla Corte penale internazionale da parte del Consiglio e le sanzioni economiche contro i singoli israeliani che si sono macchiati di crimini internazionali.

Che aspetto avrebbe un momento di chiusura di Seattle del 1999 nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite? Una coalizione guidata dai governi del Sud globale all’interno delle Nazioni Unite potrebbe essere affiancata dai movimenti sociali all’esterno per distruggere quello che è al tempo stesso il pilastro centrale e uno dei pilastri più deboli da cui dipende l’occupazione israeliana? Le proteste potrebbero richiedere un’assemblea globale dei cittadini sul conflitto israelo-palestinese per prendere decisioni sulle sanzioni economiche e sull’embargo sulle armi al posto del Consiglio di Sicurezza? Gli Stati Uniti e le altre superpotenze hanno bisogno di un Consiglio di Sicurezza dell’ONU funzionante per varie ragioni – quindi se il Consiglio di Sicurezza venisse chiuso come il WTO nel 1999, il “business as usual” non potrebbe continuare.

Rileggere le lezioni di Seattle per oggi

Una chiave del successo della protesta del 1999 a Seattle è stato il modo in cui ha riunito sindacati e ambientalisti. Anche in questo caso si potrebbe formare una coalizione eterogenea, dal momento che le vittime del veto del Consiglio di Sicurezza non sono solo palestinesi, ma anche siriani, ucraini, tibetani e altre vittime di atrocità di massa. Inoltre, anche i gruppi ambientalisti potrebbero essere coinvolti. Dopo tutto, il Consiglio ha adottato più di 70 risoluzioni che riguardano il clima, ma evita di intraprendere azioni concrete in materia. Poiché la crisi climatica sta già alimentando guerre e conflitti e rappresenta una minaccia per la pace in tutto il mondo, potremmo davvero usare un Consiglio di Sicurezza – democratico e gestito a maggioranza invece che con la dittatura del veto – per sanzionare le imprese e gli individui responsabili di mettere in pericolo il pianeta.

Un altro modo per sfidare il Consiglio di sicurezza, utilizzando le tattiche della resistenza civile, è quello di colpire le sue finanze. È un fatto poco noto che il Consiglio di Sicurezza è finanziato dai soldi dei contribuenti di ogni Paese del mondo. Per il modo in cui sono strutturate le Nazioni Unite, non è mai stato istituito un vero e proprio meccanismo di applicazione, una debolezza spesso usata dalle superpotenze per dominare, ma raramente utilizzata dai cittadini. Questi finanziamenti includono i pagamenti raccolti da molti governi che si oppongono apertamente alle atrocità di Gaza e le tasse di ognuno di noi. Perché questi governi e noi, i loro cittadini, stiamo finanziando un’istituzione che, per sua stessa concezione, permette che le atrocità a Gaza continuino?

E perché non c’è una campagna nazionale, regionale o globale che chieda ai governi di disinnescare il Consiglio di Sicurezza a meno che non si democratizzi? Perché stiamo finanziando un’istituzione che protegge i criminali di guerra che uccidono i civili, a Gaza e nel mondo?

Verso la democrazia internazionale

La resistenza civile è stata usata per migliaia di anni. il primo atto documentato è stato uno sciopero di costruttori di tombe nell’antico Egitto. Solo di recente, tuttavia, si è svolta una ricerca sistematica sui metodi di resistenza civile. Per la maggior parte, questa ricerca si è concentrata sulle transizioni democratiche nazionali, lasciando un enorme vuoto nella letteratura quando si tratta di capire come la resistenza civile possa sfidare l’ingiustizia internazionale e democratizzare le organizzazioni internazionali.

Tuttavia, il successo dei movimenti di resistenza civile lascia molto spazio all’ottimismo. I due esempi più noti – il movimento per i diritti civili negli Stati Uniti e il movimento per l’indipendenza dell’India – sono stati guidati da organizzatori che si consideravano parte di un movimento transnazionale anticoloniale volto a modificare la struttura del potere internazionale e a porre fine al colonialismo diretto nella maggior parte del mondo. Ma le vecchie forme di dominio, come il colonialismo, hanno finito per essere ricreate. Il Consiglio di Sicurezza e il suo potere di veto sono i primi esempi di questo nuovo sistema, che alcuni hanno chiamato neocolonialismo e Albert Camus ha definito dittatura internazionale. Partendo da questo linguaggio, l’alternativa a questo sistema potrebbe forse essere meglio descritta come democrazia internazionale.

Credo che un movimento internazionale per i diritti civili che utilizzi la lotta nonviolenta per combattere per la democrazia internazionale sia non solo possibile, ma necessario. Riparare il mondo è possibile – lo si è fatto molte volte in passato. La storia ci dimostra che è qualcosa che le persone normali possono fare e che hanno fatto molte volte in passato, organizzandosi e vincendo, anche contro gli avversari più potenti.

Nei giorni successivi al 7 ottobre, quando guardo mia figlia, non posso fare a meno di pensare a quanto sia illusorio il nostro senso di sicurezza. Invadere l’Afghanistan, lo capiamo ora, non ha creato una sicurezza reale e duratura, così come bloccare e poi rioccupare Gaza non creerà una sicurezza reale e duratura. Finché non svilupperemo un sistema internazionale di governance globale che ci permetta di rendere conto ai criminali di guerra (indipendentemente dalla loro nazionalità) e di proteggere i bambini (indipendentemente dalla loro cittadinanza), nessuno dei nostri figli sarà al sicuro. Siamo vestiti con un unico abito del destino.


Fonte: Waging Nonviolence, 5 gennaio 2024

https://wagingnonviolence.org/2024/01/we-can-end-mass-atrocities-gaza-beyond/

Traduzione di Miki Lanza per il Centro Studi Sereno Regis


 

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