Terra Bruciata. Puntata della Nonviolenza (e delle violenze)

Cinzia Picchioni

Una recensione non basta! 3censioni, a proposito del libro di Jonathan Crary, Terra bruciata.Oltre l’era digitale verso un mondo postcapitalista, Meltemi, Milano 2023, la cui recensione si trova qui:

 «Se mai sul nostro pianeta avremo ancora un futuro vivibile e condiviso, si tratterà di un futuro offline»

Paperoni e Paperini

«[…] la ricchezza e il potere della classe dei miliardari sono strutturalmente interrelati con gli elementi chiave del complesso di internet […] Gran parte delle strategie più redditizie per la creazione di ricchezza negli ultimi due decenni sarebbe inconcepibile senza la rapidità e le risorse di calcolo messe a disposizione dalle reti digitali avanzate, l’espansione delle criptovalute, le tecniche high-tech di elusione fiscale, gli schemi di riciclaggio di denaro, e la permeabilità delle riserve di ricchezza legittime da parte di profitti derivanti da droghe, armi e traffico di esseri umani. La massiccia migrazione della vita sociale, economica e personale su piattaforme e sistemi online alimenta il continuo trasferimento di ricchezza verso l’alto. In presenza di assetti digitali con i quali è possibile monetizzare quasi ogni singolo gesto e sguardo, è inevitabile che le persone vengano incitate a stare sullo schermo 24 ore su 24 e 7 giorni su 7. così, una delle responsabilità inderogabili della classe vassalla è quella di silenziare, escludere o marginalizzare chiunque metta in questione la necessità sociale e i presunti benefici dei prodotti mediatici digitali.», p. 96

24/7. Cos’è?

«Oggi siamo testimoni dell’atto finale della nostra follia, di un progetto incendiario di un mondo totalmente connesso, della sconsiderata convinzione che la disponibilità di elettricità 24 ore su 24 7 giorni su 7 per un pianeta di otto miliardi di persone si potesse ottenere senza le conseguenze disastrose che ora si stanno presentando ovunque», pp. 14-15

«Gran parte degli innumerevoli progetti e industrie per l’energia “rinnovabile” è pensata per perpetuare il business as usual, per mantenere modelli devastanti di consumo, competizione e disuguaglianze crescenti. Politiche ambientali basate su strumenti di mercato, come il Green New Deal, sono assurdamente inutili, in quanto non fanno assolutamente nulla per disattivare l’insensata espansione dell’attività economica, l’uso superfluo di energia elettrica o le industrie globali dell’estrazione di risorse incitati dal capitalismo 24/7», p. 10

Violenza e guerra civile

«Oggi, con lo spossessamento e la strumentalizzazione del viso, della voce e dello sguardo assistiamo a un debilitamento ulteriore delle più fondamentali capacità per […] invocare un mondo comune. Giorgio Agamben, scrivendo nei primi anni Novanta del Novecento, previde che questo spossessamento generalizzato avrebbe segnato la fine della possibilità stessa della parola dialogica, una violenza contro “la natura linguistica dell’essere umano” […] “A essere espropriata è la possibilità stessa di un bene comune”. Scrivendo prima della diffusione della cultura di internet su vasta scala, Agamben individua la svalorizzazione del volto come uno dei modi attraverso i quali il linguaggio è sfigurato e svuotato della sua efficacia sociale. […] “Il volto è il solo luogo della comunità […] la rivelazione del volto è la rivelazione del linguaggio stesso”. Guardando il modo in cui il viso è sfruttato e banalizzato nella pubblicità, nella pornografia e in molti altri ambiti, egli scrive che esso è fatto oggetto di “una guerra civile planetaria, il cui campo di battaglia è la vita sociale nella sua interezza […], le cui vittime sono tutti i popoli della terra”. Oggi, a venticinque anni di distanza da queste riflessioni, […] la voce e il volto possono essere tagliati fuori dagli spazi sociali e dall’associarsi interpersonale […] l’obiettivo prioritario è [l’] assimilazione […] degli esseri umani all’iinterno dei sistemi e dei meccanismi delle macchine, un obiettivo che richiede che le nostre reazioni a persone, eventi e scambi di vario tipo siano opportunamente ristrette e standardizzate», pp. 131 ss.

Nonviolenza, Stati Uniti e una pistola

Il brano che riporto qui sotto mi ha fatto pensare a chi va a camminare in montagna, da solo (e chiunque – guide alpine comprese – suggerisce di non farlo), mal equipaggiato magari, ma col cellulare/smartphone + altri dispositivi, forse per leggere? Invece di portare ciò che veramente serve in montagna cioè, si porta il cellulare come falsa sicurezza, illudendosi – individualisticamente – di poter affrontare la montagna armati di cellulare. Una studentessa una volta mi ha chiesto: «E, ma se ha un incidente, come fa senza cellulare?», senza rendersi conto che in caso di incidente magari sarei svenuta, o impossibilitata a usare un dispositivo, o che il dispositivo stesso potrebbe essere stato danneggiato… subito dopo un’altra studentessa ha subito obiettato, ridendo della domanda, ciò che ho appena scritto. Alla fine, qualcun altro (come accade sempre in caso di incidente) telefonerebbe, anche senza avere un cellulare, da un negozio, da una casa vicino o dal suo cellulare se ce l’ha. Nessuno può salvarsi da solo (anche se ha un cellulare); così andrebbe modificato il famoso detto ripetuto anche da Papa Francesco.

«In particolare, negli Stati Uniti un credo di sottofondo fatto di risentimento, individualismo e assenza di responsabilità nei confronti degli altri genera mostri ormai divenuti famigliari. Qui, a fianco di tute le altre merci che siamo esortati a bramare, se ne distingue […] una: la pistola. La pistola, simbolicamente, e troppo spesso anche in concreto, riscatta la vacuità di una cultura materiale che genera impotenza e insoddisfazione. Una pistola non si logora e ha raramente bisogno di essere riparata. […] rappresenta l’inverso di tutti gli oggetti scadenti e di tutti i rapporti falliti che vanno e vengono durante la vita. Più di tutto, però, la pistola, nella sua intrinseca letalità, diventa l’ultima garanzia diuna società di uguali, e il terrificante spettro di una soggettività individuale scomparsa», pp. 30-31

Le armi non sono solo le armi

«Nel momento in cui questo libro va in stampa, alcuni dei settori di innovazione tecnologica più pesantemente pubblicizzati sono l’AI, la robotica, le neuroscienze, la realtà virtuale/aumentata, i veicoli autonomi, le nanotecnologia, la genomica e l’Internet delle cose. […] se li paragoniamo insieme trasmettono un senso di soffocante colonizzazione di un mondo dal quale la soggettività umana e la creatività sono state espulse. La continua promozione dell’AI, della robotica e dell’Internet delle cose è il miserabile annuncio del relegamento degli esseri umani, in quanto esseri che vivono e lavorano, alla periferia del sistema tecnologico, nonché, per molti, nel debito, nella fame, nella malattia e nell’impoverimento. […] “un mondo senza di noi” [la frase, degli anni Cinquanta, è di Günther Anders, 2008, NdR]. Con ciò non intendeva riferirsi alla scomparsa delle persone come tali, quanto piuttosto all’invasione di sistemi autonomi che rendono obsoleto qualsiasi processo decisionale basato sulle necessità dele comunità umane. […] le armi nucleari, a partire dal momento stesso in cui furono utilizzate nella Seconda guerra mondiale, sono diventate l’oggetto tecnologico paradigmatico: per la loro efficienza assoluta, per aver dischiuso in modo definitivo l’orizzonte dell’irrilevanza e liquidabilità degli esseri viventi, e per la loro totale lontananza da qualsiasi pretesa a favore di un mondo umano e naturale», pp. 71-72

Le guerre, sul campo e «fuori»

«L’installazione delle reti 5G, consentendo di connettere tutti gli asset terrestri, marittimi, aerei e satellitari in un unico aggregato intercomunicante, è particolarmente cruciale per l’ambizione militare di mantenere “il dominio a tutto campo” [La tesi di] tecnologie che fanno a meno degli esseri umani trova dunque realizzazione nell’enorme creazione di ricchezza senza l’impiego di lavoro, in un’industria militare che programma guerre elettroniche senza soldati […] strumenti [che] dipendono dal saccheggio e dalla rapina di ricchezza sociale e risorse naturali, impedendo che siano in alcun modo messe al servizio di qualcosa che assomigli a un bene comune (diverso da quello di poter scaricare contenuti di ore in un millisecondo). I parametri estesi dell’“intelligenza” artificiale che guida la finanza globale e le piattaforme belliche autonome dell’esercito si fanno beffe dei pii desideri di chi pensa che l’AI vada a beneficio delle esigenze umane. I Big data e l’AI non fanno altro che intensificare le disuguaglianze globali esistenti e accelerare lo sviluppo di nuovi sistemi d’arma. […]

Nuovi schiavi dei telefonini

I vecchi schiavi dei telefonini sono i possessori/gli utilizzatori di internet.

I nuovi schiavi sono quelli che lavorano nelle miniere «a cielo aperto, estrazioni minerarie con una scala di dimensioni e brutalità tali da far impallidire le analoghe attività […] della cosiddetta Rivoluzione industriale o durante il XX secolo», p. 40.

«500.000 cave e miniere, oltre 45 milioni di persone; una delle più grandi e redditizie miniere del mondo si trova in Indonesia, un cratere di 19 chilometri quadrati, con 23.000 lavoratori a meno di un dollaro e mezzo all’ora per estrarre il rame destinato alle fabbriche di elettronica: pannelli solari, veicoli elettrici, chip dei supercomputer e per il cablaggio delle case “smart”. Litio per le batterie, neodimio per turbine eoliche, coltan per i droni Predator, nichel, molibdeno e altri elementi per i dispositivi e le reti digitali sono estratti nelle miniere del Sud del mondo, causando danni irreparabili ai suoili, all’acqua e alle vite umane. Una vera cannibalizzazione capitalistica del pianeta per prolungare l’era digitale”. Ma «la stragrande maggioranza dei possessori di smartphone, degli utilizzatori di social media e dei drogati di Netflix negli Stati Uniti […] non nutre alcun interesse per la vita [di quelle] popolazioni», p. 41

Nuovi colonialismi

«L’atomizzazione sociale indotta da internet riproduce qualcosa di intrisecamente americano, nella sua massimizzazione sfrenata dello spirito acquisitivo, nell’illusoria indipendenza che sembra promettere agli utilizzatori e nella sua capacità di comunicazione a senso unico, svincolata dal dialogo e dalla reciprocità, e distaccata da un luogo fisico. Come hanno spiegato Bernard Stiegler [B. Stiegler, The Decadence of Industrial Democracies, Polity, Cambridge 2011, pp. 7-13] e altri, il complesso di internet incarna un modello di consumo tecnologico specificamente americano, al quale in Europa e altrove non è stata oposta alcuna resistenza, e che ha come esito la liquidazione delle culture regionali o nazionali», p. 27

Internet, la pizza e il Pacifico

Non voglio credere a quello che vedo. Non voglio pensare che l’umanità cui appartengo sia la stessa che, quando arriva la pizza che ha ordinato la fotografa e invia la foto (la «posta», si dice, che orrore!) agli amici, alla fidanzata, alla madre o a chicchessia, per condividere l’esperienza. E tutte queste pizze, piazze, panorami, animali, bambini, animali, abiti, scarpe, pacchi di pasta, ahimè tutto quello che ormai chiunque fotografa per i più svariati – spesso inutili – motivi, sono trasmessi e immagazzinati nonsisadove grazie a mega-server accesi giorno e notte con enorme dispendio di energia e occupazione di spazio sul pianeta. Una volta c’era il racconto, poi c’erano le interminabili, noiose serate dagli amici che mostravano le duemila diapositive del loro viaggio in Cina, ora c’è questo bombardamento continuo in cui ciascuno crede importante far sapere a tutti che ha mangiato quella pizza. Ci fermiamo un attimo a pensare? No, è talmente facile fotografare e spedire… non importa nemmeno che la pizza si raffreddi… siamo impazziti, ormai è ufficiale.

«Internet è la controparte digitale della gigantesca – e in rapida espansione – isola di spazzatura presente nell’oceano Pacifico. Nella rete, l’accumularsi dei detriti dei network globali ingolfa qualsiasi “radura” nella quale possano avvenire reali scambi vitali tra individui o comunità. l’immensa e interminabile agglomerazione di dati, che si tratti di immagini o di linguaggio, produce una paralizzante cacofonia e disorientamento, in cui il pensiero è impedito e le possibilità di dialogo soffocate. Per milioni di persone ogni giorno, l’interazione primaria con gli altri è rappresentata dal menzionare, solo per poi dimenticarle in breve tempo, alcune particelle galleggianti di questa palude online. Uno dei risultati più avanzati della cosiddetta economia della conoscenza consiste nella produzione di massa di ignoranza, stupidità e odio», p. 54

E tutta un’interessante cronaca storica sulla Seconda guerra mondiale, che parte da Arpanet per concludersi con Virilio e il suo testo – Pure War – la cui tesi, nel 1983, era che «una macchina da guerra in costante espansione non può coesistere con la società civile, e che uno dei fondamenti dell’agenda militare è il “non sviluppo sociale”», p. 59

«[…] tutte le nuove forme di sradicamento digitale alimentano l’illusione dell’autonomia, mentre ogni vago desiderio di connessioni emotive durature è contrastato dalla caducità […] delle interazioni online. […] Diventiamo ciechi di fronte ad altre crescenti forme di sradicamento […]. Carestia, siccità e guerre continuano a spingere milioni di persone a lasciare le loro case e le loro comunità in via di disfacimento, e a lasciarsi alle spalle le proprie terre e intere regioni ormai incapaci di sostenere la vita. La decisione di affidare il nostro destino al “divenire digitale” di ogni cosa, ci manda alla deriva nella fantasia che tutto in qualche modo rimarrà intatto. A dispetto delle nostre speranze e delle nostre illusioni, continuiamo inconsapevoli a perpeturare il disastro del presente globale e a destinarci a ereditare la terminale tabula rasa del capitalismo della Terra bruciata», p. 60

Subito… no, sùbito!

«Oggigiorno, che le stime sui tassi di riscaldamento climatico sono regolarmente corrette al rialzo, diventa difficile pensare che vi sia qualcosa che sia “qui per restare”, eccetto le scorie radioattive, le microplastiche e le sostanze chimiche ad alta persistenza (forever chemicals). Viviamo in mezzo agli effetti cumulativi della convinzione che le azioni umane siano in qualche modo indipendenti dal mondo di cui siamo parte. […] la vera catastrofe è la perpetuazione del modo in cui le cose sono e sono state finora, il proseguimento di tutte le forme di violenza imperiale, ingiustizia economica […] devastazione ambientale. […] le abitudini del presente devono essere interrotte e […] il gradualismo nella prassi politica non è più un’opzione. […] l’evocazione della catastrofe è sempre più spesso […] usata come arma, dal potere aziendale e militare e dai loro tirapiedi tecnomodernisti. Spesso, le stesse autorità che insistono sul mantenimento delle istituzioni globali e delle reti 24/7 dell’era digitale, sono anche quelle che presentano il riscaldamento globale come una minaccia talmente grave da contemplare come unica soluzione la geoingegneria per la cattura di anidride carbonica, e da richiedere sforzi su una scala persino maggiore del Progetto Manhattan. […] questi messaggi contraddittori formano un “doppio legame” che alimenta paralilsi a fatalismo. In entrambi gli scenari (perpetuo presente di lavoro a basso salario, nuovi gadget senza fine, dipendenze da mini-serie televisive da un lato, oppure gestione militare o aziendale del disastro planetario dall’altro) il futuro è presentato come il mantenimento dei rapporti di potere esistenti. Prospettive dalle quali sono escluse ogni forma di postcapitalismo o ecosocialismo egualitari», p. 63.

«La storia ha dimostrato in modo conclusivo che il capitalismo è inconciliabile con qualsiasi tipo di conservazione o preservazione. Nel momento in cui l’energia termica si diffonde in tutta la biosfera a livelli tali da portare la vita all’estinzione, è importante affermare l’ovvio: questi minerali devono restare sottoterra, e il compito urgente è il ridimensionamento radicale dei bisogni di energia illimitata 24 ore su 24 e 7 giorni su 7, e di tutti i prodotti e servizi non necessari e usa e getta che deformano le nostre vite e avvelenano la terra», p. 41

«Oggi, uno dei segni caratteristici del capitalismo terminale è l’assenza di qualsiasi promessa fondata o credibile di un futuro migliore. Alcuni hanno sostenuto che negli anni Novanta una nuova forma di coscienza storica, spesso chiamata “presentismo” abbia iniziato a sostituire i vari “futurismi” dei due secoli precedenti. Tra gli elementi del presentismo vi sono tutte quelle innovazioni tecnologiche progettate per abolire il tempo o per funzionare “in tempo reale”, che privilegiano l’”adesso” e alimentano l’illusione dell’istantaneità e della disponibilità immediata. Il fatto che ogni servizio o prodotto debba essere accessibile “on demand” presuppine una realtà disancorata da vincoli spaziali, materiali e temporali. Una caratteristica correlata è l’utilizzo di calcoli per l’analisi del rischio, le previsioni e le simulazioni, nel tentativo di individuare esiti molteplici e di minimizzare il futuro prima che esso si verifichi.», p. 66

No, non dipende dall’uso che ne facciamo

Smettiamola di ripetere «a pappagallo» (con tante scuse ai pappagalli) questa frase per poterci tranquillamente comprare l’ultimo modello di «smart»phone.

«il fiume di composti chimici sintetici che avvelenano l’aria, l’acqua, il suolo, gli oceani e i corpi di tutti gli organismi superiori è senza dubbio una delle “conquiste” più durature della tecnoscienza capitalista. E sono gli scienziati stessi […] a portare la responsabilità diretta del danneggiamento terminale dei sistemi vitali con plastica, diserbanti, pesticidi e fertilizzanti chimici, oltre che dell’impatto tossico degli oltre 120.000 composti […] che saturano il nostro corpo e il nostro ambiente. Questi prodotti non sono stati realizzati per altro scopo che non fosse quello di facilitare i processi produttivi e tecnici, applicazioni militari incluse, e il potenziamento, in migliaia di modi, delle inutili “comodità” della vita quotidiana e del commercio. Il complesso dell’industria globale dipende da un flusso continuo di nuovi prodotti ed è strutturalmente incapace di limitarsi o autoregolarsi […] un mondo trasformato dalla tecnoscienza in un immondezzaio in stato terminale non è un’anomalia che avrebbe potuto, o potrebbe, essere corretta, ma è intrinseca al meccanismo del capitalismo della Terra bruciata. […] “chiunque creda che la scienza e la tecnologia riusciranno a offrire soluzioni ai problemi causati dalla scienza e dalla tecnologia, di fatto non crede che vi sarà un futuro [Dupuy, 2013]», pp. 79-80

Già tanto tempo fa, comunque, ecco quel che pensava Albert Einstein: «I problemi non possono essere risolti allo stesso livello di pensiero che li ha generati.»

Occhi a terra! Testa bassa e camminare!

Quelli che una volta erano quasi degli insulti sono diventati la norma. Quasi nessuno che cammini e basta; quasi nessuno che passeggi con qualcuno e basta; quasi nessuno che faccia una cosa per volta (ma bene):

«Uno dei fenomeni più osservati, e ormai banalizzati, della vita urbana contemporanea è la folla atomizzata di individui tutti assorbiti dai contenuti dei propri schermi. Queste situazioni fin troppo familiari, presenti in qualsiasi luogo di ritrovo, amplificano l’implosione dello spazio pubblico e costituiscono una dimostrazione rituale del rifiuto della comunità richiesto dal neoliberalismo. Sono un presagio della perdita dell’incontro, di un mondo-della-vita basato sull’indispensabilità dell’“essere con gli altri”. […] Questa frammentazione di un mondo sociale si basa però sull’imperativo della frenesia e dell’essere sempre occupati. È irrilevante cosa si stia effettivamente facendo, se guardare, lavorare, mandare messaggi, fare shopping, navigare su internet, ascoltare musica, giocare o qualunque altra cosa. Il risultato è comunque l’acquiescenza di massa a un’impalcatura immateriale di separazione, sostenuta da un’attività fittiziamente autonoma e dall’ndifferenza a qualsiasi cosa avvenga al di fuori di quella determinata pratica. […] Siamo di fronte a un isolamento in assenza dei benefici ristorativi di una reale solitudine, alla pseudo privatizzazione degli spazi pubblici, ma senza privacy. […] La psicopatologia dell’odierna cellularizzazione dello spazio pubblico fu anticipata dalla ricerca clinica degli anni Trenta di Eugène Minkowski, nella quale egli descriveva le forme pervasive di malattia mentale come “una perdita di contatto vitale con la realtà”», pp. 136-137

Ma allora non sono io la pazza

Molti, molti anni fa, avevo sentito un prete dire sconsolato «Ah! Questo guinzaglio…» mentre estraeva il suo cellulare da una tasca per rispondere a un fedele in cerca di soccorso per l’anima… non mi era sembrato eccessivo paragonare il cellulare a un guinzaglio. Ma ritenevo di essere io eccessiva… ora che la «malattia mentale» è tutt’intorno a me – che mi sento l’unica a vederla – posso dire che non solo il prete ci aveva visto lungo, ma che anch’io non sono per nulla pazza. Quella volta era Capodanno del 2000, in Lunigiana, in un casale sperduto nei boschi, i cui proprietari non avevano ancora il cellulare, né io. Solo il prete. Oggi, il libro di Crary è uscito ad aprile 2023 e lui già nel 2022, nell’edizione originale, scriveva: «lo stato d’animo o l’atmosfera degli spazi sociali ormai atomizzati sono inquietanti, palpabilmente tossici, e persino più corrosivi di quanto on appaia a prima vista.[…] assistiamo al dissiparsi della curiosità per l’alterità […]. L’esperienza è ridotta a ciò che è possibile ricercare istantaneamente online. Il teorico marxista Ernst Lohoff ha esplorato i parametri violenti della vita in una realtà guidata dal mercato, che rinuncia alla società per divenire composta soltanto da individui in competizione per il successo e per sopravvivere da soli, a qualunque costo. “La follia dalla quale nessuno è al riparo – il dover esistere come soggetto autosufficiente – si traduce nel folle impulso a difendere questo intollerabile modo di vivere con ogni mezzo necessario, finanche con un’arma in mano. Il soggiogamento dell’individuo al mercato è dunque segnato dalle illusioni di autonomia e tuttavia basato sull’effettiva impotenza. La razionalizzazione e la piena economizzazione delle relazioni sociali “crea una serra nella quale il loro opposto immanente, l’irrazionalità, sempre più carica di violenza, prospera”», pp. 138-139

«I sentieri verso un mondo diverso non potranno essere trovati sui motori di ricerca. Ciò che serve è piuttosto l’esplorazione e la ricettività creativa verso tutte le risorse e le pratiche sviluppate per migliaia di anni nel corso della lunga storia delle società umane. […] Strategie realistiche di resistenza richiedono inoltre l’invenzione di nuovi modi di vivere. Serve un radicale ripensamento di quali siano le nostre necessità, di cosa voglia dire riscoprire i nostri desideri al di là della marea di voglie superficiali promosse in modo così incessante. A oggi, il principale modo in cui comunichiamo con gli altri è attraverso ciò che compriamo […] spinti dall’invidia o dal bisogno di stima», p. 139

«i progetti più urgenti includeranno l’espansione della produzione e distribuzione di cibo locale, la messa a disposizione di servizi sanitari e paramedici di base, la protezione delle forniture d’acqua e la rigenerazione egualitaria dello stock abitativo esistente. Innovazione visionaria e ingegno pragmatico saranno entrambi necessari per la riorganizzazione dei quartieri di vicinato, per rivendicare gli spazi abbandonati, per trovare nuovi impieghi a tutti gli strumenti e i materiali esistenti e per estendere le forme di economie di baratto. Importante sarà anche riconcepire i legami tra gli esseri umani e gli animali, proteggendo ciò che rimane della biodiversità […]. a questo punto, la scarsità montante causata dal capitalismo della Terra bruciata sta mettendo a repentaglio la sopravvivenza di miliardi di persone e di altre forme di vita sul pianeta. Lo squilibrio sociale estremo, le micidiali deprivazioni e il saccheggio degli habitat essenziali alla vita sono il risultato di quello che Sartre ha chiamato “la praxis degli altri esseri umani”. Egli insisteva però anche sul fatto che la risposta a questa violenza può essere l’“azione comune” da parte di gruppi e comunità che sappiamo ricostruire, anche provvisoriamente, le fondamenta ferite delle relazioni umane. Individui isolati possono fare la scoperta “dell’azione comune, come unico modo di raggiungere l’obbiettivo comune”. […] Il complesso di internet continua a produrre in massa […] soggettività solitarie, a impedire forme di associazione cooperative e a dissolvere le possibilità di reciprocità e di responsabilità collettiva.», p. 140

Capelli grigi? Più di una moda

Decidere di non tingersi i capelli, mai, fin dall’inizio, non è solo una questione di salute, o di denaro, o di “non approfittare delle possibilità offerte dalla chimica/tecnologia”. Quando ho cominciato ad avere i primi capelli grigi (molto presto, intorno ai 35 anni, con una frezza tipo Indira Gandhi) ho subito deciso che non avrei nemmeno cominciato a tingermi, nemmeno con un henné, come era tanto di moda. Da qualche parte dentro di me «sapevo» che persino una scelta così apparentemente personale avesse a che fare con tutto il resto. Ma come al solito non sapevo spiegarlo bene come invece Crary riesce a fare qui:

«Sopprimere l’invecchiamento significa immaginare la vita come un presente esteso, sospeso dal tempo e libero da decadimento e cambiamento. Per migliaia di anni, la finitezza dela vita è stata ciò che ha dato significato, passione e scopo alla nostra esistenza e ai modi in cui amiamo e dipendiamo dagli altri. La svalutazione della finitezza umana, proponendosi di rendere la longevità delle persone un rice4rcato prodotto biotecnologico per ricchi, fa parte dell’estinzione di qualsiasi valore o credenza che trascenda la voracità del capitalismo. Con l’assimilazione del “tempo della vita” alla logica della finanziarizzazione, la mercificazione e privatizzazione del futuro si fa adesso esplicita. un’industria dell’anti aging alimenta ansia e paura; paura della fragilità e della dipendenza in un mondo in cui gran parte delle forme sociali di sostegno sono state indebolite o eliminate. Anche in un contesto in cui le protezioni sociali di welfare sono già minime, l’età anziana rappresentava per il capitalismo un problema strutturale a causa della relativa improduttività e del ridotto consumismo. […] In un’epoca in cui la violenza organizzata e l’immiserimento sociale si diffondono in tutti i continenti, le ambizioni di Google implicano una straziante indifferenza per le disparità che stanno alla base delle più urgenti crisi di povertà e sopravvivenza. Molti miliardi di persone nel Sud del mondo hanno aspettative di vita che sono due o tre decenni più brevi di quelle di ultraottantenni presenti in molte nazioni europee occidentali […] Negli slum di Bobay, Lagos e Rio, l’aspettativa di vita è inferiore ai quarant’anni. Da questa prospettiva, difficilmente possiamo considerare l’invecchiamento un’esperienza universale o inevitabile, e appare piuttosto una questione di “stile di vita” per le fasce abbienti del pianeta – quando ora, negli Stati Uniti e altrove, le “morti per disperazione” tra le persone tra i trenta e i quarant’anni sono in aumento a causa di farmaci, alcol e suicidi, tutte conseguenze delle sofferenze quotidiane dovute a povertà, debiti, solitudine e depressione. […] La verità è particolarmente intollerabile per la classe globale dei miliardari. Per loro, consumati dal’illusione dell’onnipotenza, l’inevitabilità della morte appare incomprensibile e assurdamente ingiusta. Il divario tra la brevità della vita adulta e l’enormità delle loro ricchezze porta a una rabbia insopprimibile per il fatto di non poter usare il denaro per comprare tempo, tempo infinito per sfruttare le loro fortune e alimentare il loro narcisismo. Da cui il noto schema di super ricchi che finanziano avidamente ricerche sulla longevità umana. […] terapia di ringiovanimento che prevedeva il trapianto di testicoli di scimmia nell’uomo […] la crioconservazione […]. oggi, sia nella Silicon Valley che altrove, i miliardari stanno inseguendo il miraggio transumanista per cui sarebbe possibile caricare i propri contenuti mentali su un computer ottenendo una sorta di immortalità biomeccanica. Negli anni Sessanta Theodor W. Adorno tracciava il profilo del tecnofilo come di un manipolatore patologico: coloro i quali fanno della tecnologia un feticcio, diceva, sono “le persone più fredde”, che non hanno mai conosciuto amore, gioia o empatia», p. 81

E non perdiamoci tutto il Capitolo terzo, in cui Crary tratta di “occhio”: LED, tracciamento oculare, spettro elettromagnetico, iride, uranio, giorno/notte, violenza sull’organo della vista:

«[…] ci troviamo avvolti dall’algoritmico nulla dell’elettroluminescenza. Siamo resi incapaci di comprendere direttamente la fragile interconnessione di tutte le cose viventi. Il nostro coinvolgimento 24/7 sugli schermi ci ha anestetizzati a tal punto da averci fatto perdere la capacità sensoriale di esperire noi stessi come matrice animata della vita terrestre […] abbiamo smarrito la nostra comprensione corporea del mondo e dei suoi ritmi e non viviamo più un’immersione cinestetica negli ambienti viventi. Possiamo deplorare astrattamente i milioni di vite e di specie rese liquidabili dal capitalismo o la devastazione degli ecosistemi dai quali dipendiamo, ma continuiamo ad aggrapparci alle nostre disincarnate routine online e all’illusione che il complesso non sia in qualche modo un agente primario di tale catastrofe», p. 126

E continuiamo a credere di aiutare il pianeta organizzando le manifestazioni tramite i social-media, mettendoci d’accordo con gli smartphone per scendere in piazza,  partecipando ai dibattiti restando a casa collegati online, facendo arrivare la rete fino al più sperduto villaggio dell’Afghanistan come delle valli montane. E invece è come se le due cose si annullassero, perché provengono dallo stesso terreno. Ricordate il già citato Einstein? «I problemi non possono essere risolti allo stesso livello di conoscenza che li ha creati». O anche, secondo altre traduzioni: «Non possiamo risolvere i problemi con lo stesso tipo di pensiero che abbiamo usato quando li abbiamo creati». O ancora: «Non possiamo pretendere di risolvere i problemi pensando allo stesso modo di quando li abbiamo creati». Ecco perché Greta Thunberg non ha usato l’aereo per partecipare allo sciopero per il clima (che è devastato anche dagli aerei). A me è sembrato ovvio, ma è stata tacciata di “estremismo” e/o di essere “radicalchic” eccetera. Come sempre. Quando qualcuno fa qualcosa che mette in discussione il nostro modo di fare corriamo ad accusarlo, oppure tiriamo fuori qualche altro problema di cui occuparsi “invece di”. Così possiamo rimandare all’infinito il momento in cui diventare responsabili.

Fine delle Puntate


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