Gorbacëv

Gorbacëv. Un pensiero

Marco Labbate

Credo che solo gli ominicchi possano berciare con la foto di uno spumante di fronte alla scomparsa di Gorbacëv. E questo a prescindere dalla tenuità delle parole con cui la morte meriterebbe di essere trattata. Quello del sacro rispetto, non è un sentimento univoco ed è connesso a fedi, passioni, opinioni e affetti che affondano nella nostra storia prima che in quella di chi scompare.

Il giudizio storico su Gorbacëv non può che avere qualcosa della luce e qualcosa dell’ombra. E sarebbe bene non dico lasciare questo agli storici che hanno maneggiato quella storia, ma almeno provare il proprio parere, le proprie convinzioni con la complessità che solleva chi studia carte e contesti (e credo che tra i saggi in italiano il testo di Andrea Graziosi, L’Urss dal trionfo al degrado, rimanga ancora il miglior punto di partenza).

Ma non provare un certo tremore di fronte alle forze sprigionate dal rinnovamento tentato da Gorbacëv, all’incapacità dell’uomo di controllare l’impeto di quelle energie dentro un sistema suppurato, che poteva solo spezzarsi senza possibilità di assorbirle, all’isolamento che si stringe attorno alla sua figura imponente e drammatica, ai connubi dolorosi di glorificazione e abbandono, speranze levate e incomprensioni, significa essere i servitori della parodia di una ideologia, priva di vita interiore.

La biografia di Gorbacëv rifugge quasi naturalmente agiografie e condanne a buon mercato. Egli si staglia sulla fine del Novecento come il suo eroe più tragico.

Non provare nemmeno a soffermarsi di fronte alla tragicità grandiosa del suo fallimento, non cercare un linguaggio che possa adagiarvisi, a me pare un tradimento di quel senso del mistero che è il nostro passaggio terreno in un tempo e uno spazio.

Gorbacëv

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