Una pessima legge elettorale

Una pessima legge elettorale che fa comodo a tutti i partiti

Gian Giacomo Migone

L’extrema ratio di un cartello tecnico con adesione di tutte le forze politiche (con la propria autonomia) contro il trionfo del centrodestra nei collegi uninominali dovuto a una pessima legge elettorale

Le elezioni in tempi ravvicinati sono una certezza. Che si risolvano in un tentativo di plebiscito improvvisato intorno alla figura di Mario Draghi o in una rivincita della destra unita per l’occasione, occorre innanzitutto salvaguardare l’essenza della democrazia che è la sovranità del popolo esercitata attraverso il voto. Persino la Costituzione potrebbe risultare a rischio. Perciò il superamento della legge elettorale vigente, il Rosatellum, torna di bruciante attualità, ignorata da tutti o quasi.

È inquietante il fatto che, nelle circostanze insolite determinate dallo scioglimento subitaneo delle Camere da parte del presidente della Repubblica, non se ne parli; dando per scontato che tale è e resta. Forse a qualcuno serve mantenere un parlamento nella condizione dequalificata attuale, con la complicità dei capi bastone partitici a cui fa troppo comodo scegliere liberamente tra i propri fedelissimi.

La legge attuale viene in ogni caso silenziosamente ritoccata – un ritocco spacciato per tecnico – perché la composizione del Parlamento è stata ridotta di oltre un terzo per via referendaria: 200 membri del Senato e 400 della Camera. Invece, la modifica radicale del Rosatellum costituisce una priorità perché con premio di maggioranza e listini, indipendentemente dall’esito prodotto nelle urne, priva i cittadini del diritto di scegliere una parte cospicua dei propri rappresentanti con conseguenze che sono sotto i nostri occhi e che non hanno nulla a che fare con l’approvazione o meno del governo Draghi.

Parlamentari vagolanti da un gruppo parlamentare a un altro, alla ricerca di padroni in grado di assicurare la loro carriera futura, senza rispondere agli elettori in un ambito territorialmente definito; privi del potere che ne deriva, quello proveniente da una frazione di popolo solo più in teoria sovrano.

In altre parole, occorrerebbe una legge elettorale che sopprimesse i nominati, restituendo al cittadino il diritto di scegliere la parte politica, ma anche la persona, con la speranza che questa restituzione di poteri, attualmente menomati, contribuisca a motivare a recarsi alle urne. La priorità è questa, indipendentemente dalla scelta tra un sistema proporzionale e un sistema maggioritario.

Il ritorno a una legge proporzionale con indicazione di preferenza (meglio se doppia, per assicurare l’equilibrio di genere), con una soglia minima, avrebbe il doppio vantaggio di generalizzare il potere dell’elettorato nella scelta dei propri rappresentanti – indispensabile soprattutto con una costituzione che, all’art. 67, esclude il vincolo di mandato, mentre resta inattuata la struttura democratica interna ai partiti, prevista dall’art. 49 – e di trovare i consensi necessari per essere approvata nei pochi mesi restanti di attività parlamentare.

È vero che quanto assomiglia a un ritorno alla Prima Repubblica, con il pericolo di crisi endemiche di governo, non è allettante. Chi, come chi scrive, compreso Enrico Letta prima maniera, avrebbe preferito il maggioritario in una forma che al 75% assicurerebbe anche la scelta del parlamentare (il Mattarellum), farà bene ad attendere tempi migliori.

La legge vigente rischia di esprimere un governo di centrodestra – e questo è fisiologico in regime di democrazia – ma, grazie al premio di maggioranza e ai listini vigenti, chiunque vinca, in queste circostanze ripeto insolite, potrebbe totalizzare il quorum necessario per modificare la Costituzione con la semplice applicazione dell’art. 138. Forse da evitare.

Se, come sembra, ogni mutamento del Rosatellum fosse ormai politicamente impossibile – i tempi tecnici ci sarebbero – come sopravvivervi? Il rimedio di Antonio Floridia (cfr. il manifesto, 24 luglio) è quello di un cartello tecnico a cui aderirebbero tutte le forze politiche. Pur conservando la propria autonomia politica, impedirebbero il trionfo maggioritario dell’alleanza di centrodestra nei collegi uninominali previsti da una pessima legge elettorale vigente. Potrebbe costituire una extrema ratio a due condizioni.

In primo luogo, non è tollerabile che si dia per scontata l’applicazione di una legge elettorale di dubbia costituzionalità che menoma ab origine l’autorevolezza del futuro parlamento. Il tutto senza alcun dibattito politico, attraverso un tacito pactum sceleris tra segreterie di partiti, piccoli e grandi, di destra e di sinistra. Lo stesso Presidente della Repubblica non ha nulla da dire in proposito?

In secondo luogo, in ogni caso occorre la presenza di una proposta politica che risponda a una diffusa domanda popolare di chiarezza rispetto ad alcuni nodi essenziali del proprio convivere civile:

  • una politica estera europea di pace che abbia come obiettivo immediato la cessazione delle guerre in corso, in primo luogo sul proprio territorio (Ucraina);
  • una radicale redistribuzione del reddito, con un uso appropriato dei fondi europei disponibili, da una esigua minoranza privilegiata, dominata dalla ?nanza, alla maggioranza individualmente e territorialmente meno abbiente;
  • la salvaguardia dei diritti del lavoro e di un’immigrazione a cui offrire vita, asilo e cittadinanza;
  • il rafforzamento drastico dei servizi pubblici, a partire da quello della tutela della salute;
  • la salvaguardia della sopravvivenza del pianeta, minacciato dalla distruzione dell’ambiente e dalla diffusione non controllata di armi di distruzione di massa.

Fonte: il manifesto, 27.07.2022

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