Quale personalità nella società neoliberista?

Rita Vittori

Quale personalità nella società neoliberista? Come reagiscono le persone? Una riflessione su quali tratti di personalità si attivano.

Molti sono gli interrogativi che continuano a girarci in testa, mentre osserviamo cosa accade intorno a noi. In breve tempo abbiamo attraversato e stiamo attraversando molteplici cambiamenti a livello economico, sociale e di conseguenza relazionale di cui non comprendiamo il significato profondo.

Cosa sta succedendo nelle nostre relazioni sociali? E ai diritti sanciti dalla nostra Costituzione? Perché molte riforme passano sotto silenzio? I diritti sociali all’eguaglianza, alla salute, all’istruzione, al lavoro stanno diventando sempre più evanescenti, a causa di fondi statali ogni anno decurtati, mentre si allarga la forbice tra ricchi e nuove povertà.

Lo stato psicologico di insicurezza determinato dall’esperienza del Covid 19, della guerra in Ucraina (e del conseguente rialzo dei prezzi dei beni di consumo), della perdita di posti di lavoro, della siccità come manifestazione dell’ormai conclamato cambiamento climatico, influisce nelle relazioni sociali dove notiamo maggiore aggressività e violenza.

Ma forse ci sono anche altre letture che possono aiutarci a inquadrare questi fenomeni all’interno di processi economici in atto, e che profilano cambiamenti strutturali all’interno della nostra società e di conseguenza in tutti noi.

Verso una società neoliberista

Non ci siamo accorti a sufficienza che ormai dagli anni Ottanta del secolo scorso anche nel nostro Paese si è via via affermata a livello economico la teoria neoliberista. Questa dottrina economica sottolinea l’importanza di ridurre l’influenza dello Stato sull’economia, lasciando che siano le forze del mercato a regolare i rapporti all’interno del sistema economico stesso e non le leggi a regolamentare i processi economici.

La concorrenza e la competizione sono le forze riconosciute come legittime a ridefinire le relazioni professionali e private, mentre ogni limitazione viene vista come ostile alla libertà, anche se si tratta di pianificazione da parte dello Stato per ridurre le diseguaglianze sociali. Anzi la disuguaglianza viene vista come un processo virtuoso che stabilisce una naturale gerarchia tra forti e deboli.

Gli sforzi dello Stato per creare una società più equa vengono ritenuti innaturali: solo la «libera concorrenza» tra i servizi privatizzati garantisce al cittadino-consumatore la libertà e la democrazia.

Il «mercato» è il luogo disincarnato ove ciascuno ottiene ciò che merita.

I disoccupati vengono guardati come coloro che non sono in grado di trovare il lavoro che c’è e che preferiscono vivere alle spalle dei contribuenti, di coloro cioè che hanno saputo cercare il lavoro.

Meno diritti garantiti più libertà. Meno welfare più privatizzazioni. Questo sembra essere la soluzione a tutte le crisi che viviamo.

Tale politica, cominciata da Reagan negli Stati Uniti e da Margaret Thacther in Inghilterra, ha poi proseguito la sua azione a livello globale attraverso le scelte del Fondo monetario internazionale, la Banca Mondiale, il trattato di Maastricht e l’Organizzazione mondiale del commercio.

Ma la cosa più eclatante è stata che la dottrina del neoliberismo è stata sposata anche dai partiti della cosiddetta «sinistra» in sostituzione della vecchia ideologia legata al modello comunista. Anche l’Italia non ne è rimasta indenne.

Shock Economy

Come ha ben documentato Naomi Klein, giornalista e attivista canadese, nel suo libro Shock economy già nel 2007 afferma come nei momenti di crisi le persone tendano a concentrarsi sulla risoluzione dell’emergenza quotidiana e a porre fiducia nelle scelte del gruppo al potere. Lo shock emotivo provocato dalle guerre, dalla pandemia, dal cambiamento climatico viene sfruttato dai gruppi di potere per imporre riforme liberiste che in altri momenti non sarebbero passate. Mentre la popolazione è ancora confusa e preda della paura, vengono approvate leggi a favore della privatizzazione della cultura, della salute, dell’educazione: trarre profitto dai disastri diventa l’imperativo categorico delle industrie private in questi momenti di crisi.

In altre parole, si utilizzano le grandi crisi per portare avanti politiche che aumentano le diseguaglianze sociali, arricchiscono una élite impoverendo il resto della popolazione. Il tutto passa sotto silenzio se non addirittura come necessario per uscire dalle emergenze. Le nuove parole d’ordine diventano: privatizzazione, deregulation, tagli alla spesa sociale, per uscire dallo stato di emergenza. Il resto è davanti ai nostri occhi.

Quale personalità nella società neoliberista

Ma allora la domanda sorge spontanea: in questo contesto come reagiscono le persone?

Tommaso Fratini, ricercatore presso l’Università di Firenze, in un articolo ci offre una spiegazione e riflette su quali tratti di personalità vengono attivati in una società neoliberista. Egli parte dalla considerazione che i tratti narcisisti già presenti nella società dei consumi e dell’immagine esaltano la centratura su di sé, sul bisogno di successo, ammirazione e conferma da parte degli altri per sentirsi esistenti.

L’egoismo si coniuga quindi con la forte dipendenza dal gruppo spingendo la persona a una forte competizione nelle relazioni sociali: bisogno di potere e appiattimento delle differenze rappresentano due spinte emotive importanti che portano all’emulazione della classe dominante vista come classe di «eletti».

Ne consegue il culto dell’aspetto fisico e della eterna giovinezza ricercati ossessivamente tramite allenamenti estenuanti e diete per mantenersi giovani e attraenti, senza contare l’importanza della chirurgia estetica per togliere le tracce di un naturale invecchiamento sul volto e sul fisico.

Per questo si cerca di mantenere più a lungo le caratteristiche dell’adolescenza, anche con l’avanzare dell’età, così da rispondere in modo più adeguato alle esigenze della società neoliberista. L’esaltazione dei tratti narcisisti, unita alla tendenza a massificare consumi e pensiero, porta alla negazione dell’Altro come «differente da sé», si sentono legami di appartenenza solo con chi ha gli stessi interessi e condivide gli stessi pensieri. Si abbandonano i luoghi del confronto – visti solo come arene per difendere se stessi e affermare la bontà del proprio pensiero –; si affievoliscono sempre più i sentimenti di preoccupazione per chi è in condizioni di difficoltà: tali soggetti sono percepiti come in qualche modo responsabili della propria situazione, non sufficientemente capaci di trovare una soluzione per la propria sopravvivenza, e come tali meritevoli di indifferenza.

Come si può ben capire l’empatia in chi vive in povertà non trova spazio nella gamma di sentimenti della «personalità neoliberista», che, come obiettivo primario, ha il tentativo di non scivolare nella stessa situazione, di far parte dei «fortunati» e degli «eletti».

Ansia e depressione diventano le malattie sociali più diffuse tra la popolazione, unite a un senso di solitudine profonda capace di rendere la vita un cammino faticoso e irto di difficoltà, che si affronta spesso con una massiccia assunzione di ansiolitici fin dall’infanzia o rimanendo prigionieri della sindrome degli Hikikomori, adolescenti che non escono dalla propria camera per il timore delle relazioni sociali.

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