Dedicato ad Askatasuna

Dedicato ad Askatasuna e al movimento No Tav

Enzo Ferrara

Askatasuna è un nome bellissimo: significa in lingua basca “libertà”, ma il suo etimo scappa via ancora più lontano: ha la stessa radice di “scaturire”, che letteralmente è “sfuggire dalle mani”, “rinascere a nuova vita” dopo una prigionia o – per restare sulla stessa etimologia – dopo una “cattività”. Dedicato ad Askatasuna e al movimento No Tav.

Esattamente quest’ultimo termine, ci rimanda a un lucido testo di Claudio Novaro, Costruire il nemico: Askatasuna, i No Tav, il conflitto sociale, apparso su Volere la Luna la scorsa settimana.

Forse senza rendersene conto, parlando di “cattivo presente” nel suo incipit, Novaro ha offerto una riflessione anche etimologica sulla vicenda che vede nuovamente in questi giorni il centro sociale Askatasuna soggetto di un procedimento aperto dalla Procura di Torino che questa volta ipotizza il reato di “associazione per delinquere” non da parte del centro sociale ma, al suo interno, di “un gruppo criminale dedito a compiere una serie indeterminata di delitti principalmente in Val di Susa”.

Non torniamo qui sulla consistenza delle accuse della Procura, che già ottimamente Novaro ha analizzato considerandole decisamente inconsistenti e spostando piuttosto l’attenzione sulle derive giudiziarie e democratiche che potrebbero sottendere alla loro origine.

Come Centro Studi dedicato a Domenico Sereno Regis è nostro dovere ricordare che in democrazia vige il “primato della partecipazione” (garantito dall’articolo 3 della nostra Costituzione), che non corrisponde alla semplice cattura di consenso da parte dei partiti e che va inteso:

[…] non come un tranquillante per creare meno grane agli amministratori, e ancora meno come mezzo di gestione del consenso popolare o come forma di compromesso cogestionale, bensì sarà quel modo nuovo di fare politica, in cui il cittadino, acquisita una sua maturità politica, rifiutata la delega in bianco e a tempi lunghi, tenderà a rivitalizzare gli attuali strumenti di democrazia, superando i momenti deteriori del parlamentarismo e della partitocrazia, esigendo una gestione sempre più diretta, cosciente, comunitaria dei problemi della società in cui opera […]

(Domenico Sereno Regis, Relazione Conferenza Nazionale sul Decentramento, in Chiara Bassis, Domenico Sereno Regis, Beppe Grande Edizioni, p. 201).

Per la nostra modestissima esperienza di lotta a tutela dei diritti umani e dell’ambiente, contro leggi discriminatorie e fratricide che impediscono perfino il soccorso ai bisognosi (mentre un tempo era reato il comportamento opposto: “l’omissione di soccorso”, come sottolinea giustamente l’attivista Emilio Scalzo) contro grandi opere sovradimensionate e inutili, contro lo spreco di risorse per la produzione di tecnologie militari insostenibili, possiamo affermare che i principi democratici sono messi in pericolo non da spazi occupati come Askatasuna, lo Spazio popolare Neruda, o i presidi che in Val di Susa favoriscono – e non ostacolano – la partecipazione popolare ma da “tutte quelle forme di concentrazione del potere – la citazione qui  è di Primo Levi – che negano al cittadino la possibilità e la capacità di esprimere ed attuare la sua volontà.

A questo si arriva in molti modi, non necessariamente col terrore dell’intimidazione poliziesca, ma anche negando o distorcendo l’informazione, inquinando la giustizia, paralizzando la scuola, diffondendo in molti modi sottili la nostalgia per un mondo in cui regnava sovrano l’ordine, e in cui la sicurezza dei pochi privilegiati riposava sul lavoro forzato e sul silenzio forzato dei molti” (Primo Levi, Un passato che credevamo non dovesse tornare più, Corriere della sera, 8 maggio 1974).

Siamo pertanto preoccupati, anche perché quest’ultima iniziativa giudiziaria si inserisce in un solco lungo e duraturo che, per esempio, nel caso del movimento NoTav, ci riporta a censure e procedimenti giudiziari contro giornalisti, scrittori, perfino nei confronti della tesi universitaria di una studentessa di sociologia che aveva usato il “noi” per raccontare un’esperienza interna al movimento valsusino.

Più recente, dello scorso fine maggio, è la notizia secondo cui la stessa procura di Torino ha introdotto restrizioni al diritto di cronaca: in tema di arresti, prima di darne notizia, occorre ora chiedere il permesso. Dello scorso anno (Decreto Legge 121/2021, comma 9-ter, articolo 3) sono invece i provvedimenti che, dopo il cantiere della Maddalena di Chiomonte, hanno ridotto al rango di “Siti Strategico di Interesse Nazionale” – soggetti pertanto all’autorità militare e inaccessibili perfino a giornalisti e parlamentari – i comuni di Bruzolo, Bussoleno, Giaglione, Salbertrand, San Didero, Susa e Torrazza Piemonte, dove dovrebbero sorgere i cantieri della nuova linea TAV Torino – Lione.

Questo è il “cattivo presente” a cui rimanda l’articolo di Novaro: una realtà “catturata”, imprigionata da un immaginario di crescita economicamente e ecologicamente insostenibile, che per affermarsi non può che ricorrere a forme di violenza strutturale e culturale anacronistiche, e che non potrà generare altro che nuove contrarietà e nuove ribellioni.

Per una vera transizione, per il cambiamento di cui abbiamo disperatamente bisogno, occorre non reprimere ma liberare, occorre che “scaturiscano” energie più giovani e impegnate nella trasformazione del presente in direzione maggiormente creativa, ecologista e solidaristica. Dobbiamo rinunciare a ogni illusione di continuità con le “magnifiche sorti e progressive” del recente passato, il cui orizzonte è breve, ormai legato solo più a occasioni di opportunismo politico e economico, destinato inesorabilmente a tramontare.

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