Noam Chomsky e l'apartheid israeliana

Noam Chomsky e l’apartheid israeliana

Ramzy Baroud, Romana Rubeo

Noam Chomsky e l’apartheid israeliana, gli attivisti famosi, il BDS e la soluzione a uno stato. Ramzy Baroud riprende e commenta l’intervista di Romana Rubeo al celebre intellettuale statunitense.

Questo è, secondo Antonio Gramsci, l'”interregno” – il raro e convulso momento della storia in cui si verificano grandi transizioni, in cui crollano imperi e ne sorgono altri, e in cui nascono nuovi conflitti e lotte.

L’interregno gramsciano, tuttavia, non è una transizione morbida, perché questi profondi cambiamenti spesso incarnano una “crisi”, che “consiste proprio nel fatto che il vecchio sta morendo e il nuovo non può nascere”.

“In questo interregno appare una grande varietà di sintomi morbosi”, scrisse l’intellettuale antifascista nei suoi famosi Quaderni del carcere.

Anche prima della guerra Russia-Ucraina e del successivo aggravarsi della crisi Russia-NATO, il mondo stava chiaramente vivendo una sorta di interregno: la guerra in Iraq, la guerra in Afghanistan, la recessione globale, l’aumento delle disuguaglianze, la destabilizzazione del Medio Oriente, la “primavera araba”, la crisi dei rifugiati, la nuova “corsa all’Africa”, il tentativo degli Stati Uniti di indebolire la Cina, l’instabilità politica degli Stati Uniti stessi, la guerra alla democrazia e il declino dell’impero americano.

Gli eventi recenti, tuttavia, hanno finalmente dato maggiore chiarezza a questi cambiamenti sconvolgenti, con la Russia che si è mossa contro l’espansione della NATO e con la Cina e le altre economie in ascesa – i Paesi BRICS – che si rifiutano di seguire la linea americana.

Per riflettere su tutti questi cambiamenti, e non solo, abbiamo parlato con l’intellettuale più citato e rispettato al mondo, il professore del MIT Noam Chomsky.

L’obiettivo principale della nostra intervista era quello di esaminare le sfide e le opportunità che la lotta palestinese deve affrontare in questo “interregno”. Chomsky ha condiviso con noi il suo punto di vista sulla guerra in Ucraina e sulle sue reali cause.

L’intervista, tuttavia, si è concentrata in gran parte sulla Palestina, sulle opinioni di Chomsky riguardo alla lingua, alle tattiche e alle soluzioni legate alla lotta palestinese e al discorso palestinese. Di seguito riportiamo alcune riflessioni di Chomsky su questi temi, tratte da una conversazione con la giornalista italiana Romana Rubeo.

CHOMSKY SULL’APARTHEID ISRAELIANO

Chomsky ritiene che definire “apartheid” le politiche israeliane nei confronti dei palestinesi sia in realtà un “regalo a Israele”, almeno se per apartheid si intende quella in stile sudafricano.

“Da molto tempo sostengo che i Territori occupati sono molto peggio del Sudafrica. Il Sudafrica aveva bisogno della sua popolazione nera, faceva affidamento su di essa”, ha detto Chomsky, aggiungendo: “La popolazione nera era l’85% della popolazione. Era la forza lavoro; il Paese non poteva funzionare senza quella popolazione e, di conseguenza, hanno cercato di rendere la loro situazione più o meno tollerabile per la comunità internazionale. (…) Speravano in un riconoscimento internazionale, che non hanno ottenuto”.

Quindi, se i Bantustan erano, secondo Chomsky, “più o meno vivibili”, lo stesso “non vale per i palestinesi nei Territori occupati. Israele vuole solo sbarazzarsi di queste persone, non le vuole. E le sue politiche negli ultimi 50 anni, senza molte variazioni, sono state solo quelle di rendere la vita in qualche modo invivibile, in modo che si andasse da qualche altra parte”.

Queste politiche repressive si applicano a tutto il territorio palestinese: “A Gaza li distruggono e basta”, ha detto Chomsky. “Ci sono più di due milioni di persone che vivono in condizioni orribili, al limite della sopravvivenza. Le organizzazioni di diritto internazionale dicono che probabilmente non saranno in grado di sopravvivere nemmeno tra un paio d’anni. (…) Nei Territori occupati, in Cisgiordania, le atrocità (avvengono) ogni giorno”.

Chomsky ritiene inoltre che Israele, a differenza del Sudafrica, non cerchi l’approvazione della comunità internazionale. “La sfacciataggine delle azioni israeliane è piuttosto sorprendente. Fanno quello che vogliono, sapendo che gli Stati Uniti li sosterranno. Ebbene, questo è molto peggio di quello che è successo in Sudafrica; non è uno sforzo per accogliere in qualche modo la popolazione palestinese come forza lavoro soppressa, è solo per sbarazzarsi di loro”.

CHOMSKY SULLA NUOVA UNITÀ PALESTINESE

Gli eventi del maggio 2021 e l’unità popolare tra i palestinesi sono “un cambiamento molto positivo”, secondo Chomsky. “Da un lato, ciò che ha fortemente ostacolato la lotta palestinese è il conflitto tra Hamas e l’OLP. Se non si risolve, è un grande regalo a Israele”.

Secondo Chomsky, i palestinesi sono riusciti anche a superare la frammentazione territoriale: “Anche la divisione tra i confini legali” che separano Israele dall'”area allargata della grande Palestina” è sempre stata un ostacolo all’unità palestinese. Questo è ora in fase di superamento, poiché la lotta palestinese “si sta trasformando nella stessa lotta. I palestinesi sono tutti uniti”.

“La descrizione di B’tselem e Human Rights Watch dell’intera regione come una regione di apartheid – anche se non sono del tutto d’accordo con essa per le ragioni che ho menzionato, perché penso che non sia abbastanza dura – tuttavia, è un passo verso il riconoscimento che c’è qualcosa di cruciale in comune tra tutta questa area”.

“Quindi, penso che questo sia un passo positivo. È saggio e promettente per i palestinesi riconoscere che “siamo tutti coinvolti”, e questo include le comunità della diaspora. Sì, è una lotta comune”, ha concluso Chomsky.

CHOMSKY SU UNO STATO, DUE STATI

Sebbene negli ultimi anni il sostegno a un unico Stato sia cresciuto in modo esponenziale, tanto che un recente sondaggio d’opinione condotto dal Jerusalem Media and Communication Center (JMCC) ha concluso che la maggioranza dei palestinesi in Cisgiordania è ora favorevole alla soluzione di un unico Stato, Chomsky mette in guardia da discussioni che non diano priorità alla conversazione più urgente sulla ricerca coloniale di Tel Aviv di un “Israele più grande”.

“Non dobbiamo illuderci di pensare che gli eventi si stiano sviluppando verso un risultato di uno Stato unico o verso una confederazione, come viene ora discutono alcuni esponenti della sinistra israeliana. Non si sta andando in quella direzione, non è nemmeno un’opzione per ora. Israele non lo accetterà mai finché avrà l’opzione di un grande Israele. Inoltre, non c’è alcun sostegno da parte della comunità internazionale, nessuno. Nemmeno gli Stati africani”.

“I due Stati, beh, possiamo parlarne, ma dovete riconoscere che dobbiamo lottare contro l’opzione di un Israele più grande che continua a vivere”. In effetti, secondo Chomsky, “gran parte della discussione su questo argomento mi sembra fuori luogo”.

“Si tratta per lo più di un dibattito tra due Stati e uno Stato che elimina l’opzione più importante, l’opzione viva, quella che viene perseguita, cioè un Israele più grande. Stabilendo un Israele più grande, dove Israele prende tutto quello che vuole in Cisgiordania, schiaccia Gaza e annette – illegalmente – le alture siriane del Golan…, prende solo quello che vuole, evita le concentrazioni di popolazione palestinese, quindi non le incorpora. Non vogliono i palestinesi a causa di quello che si definisce lo Stato ebraico democratico, la pretesa di uno Stato ebraico democratico in cui lo Stato è lo Stato sovrano del popolo ebraico. Quindi, il mio Stato, ma non lo Stato di un abitante di un villaggio palestinese”.

Chomsky continua: “Per mantenere questa finzione, bisogna mantenere una grande maggioranza ebraica, così si può in qualche modo fingere che non sia repressiva. Ma così la politica è quella di un Israele più grande, in cui non si avrà alcun problema demografico. Le principali concentrazioni di palestinesi sono escluse in altre aree, vengono sostanzialmente espulse”.

CHOMSKY SU BDS, SOLIDARIETÀ INTERNAZIONALE

Abbiamo anche chiesto a Chomsky della crescente solidarietà con i palestinesi sulla scena internazionale, sui social media, e del sostegno alla lotta palestinese tra molte personalità pubbliche e celebrità.

“Non credo che le celebrità mainstream contino molto. Ciò che conta è quello che sta accadendo tra la popolazione generale negli Stati Uniti. In Israele, purtroppo, la popolazione si sta spostando a destra. È uno dei pochi Paesi che conosco, forse l’unico, in cui i giovani sono più reazionari dei vecchi”.

“Gli Stati Uniti stanno andando nella direzione opposta”, ha proseguito Chomsky, “i giovani sono più critici nei confronti di Israele e sempre più favorevoli ai diritti dei palestinesi”.

Per quanto riguarda il movimento di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS), Chomsky ha riconosciuto il ruolo significativo svolto dal movimento di base globale, anche se ha notato che il BDS “ha un bilancio contrastante”. Il movimento dovrebbe diventare “più flessibile (e) più riflessivo sugli effetti delle azioni”, ha osservato Chomsky.

“Le basi ci sono”, ha concluso Chomsky. “È necessario riflettere attentamente su come portarle avanti”.


Foto in evidenza | Grafica di MintPress News

Fonte: MintPress News

Traduzione di Enzo Gargano per il Centro Studi Sereno Regis

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