Chi è Leonard Peltier e perché dovremmo sapere almeno qualcosa di lui

Daniela Bezzi

È iniziata ieri in quel di Monza e proseguirà fino a lunedì con un lungo striscione nella Piazza Duomo di Milano, una vera e propria maratona di sensibilizzazione promossa dall’insegnante/giornalista/attivista Andrea De Lotto in favore di un nativo americano ormai 77enne, da 47 anni ingiustamente detenuto in varie carceri di massima sicurezza americani, per un reato che persino i giudici che lo hanno incriminato hanno poi messo in dubbio – e che risponde al nome di Leonard Peltier.

Alzi la mano chi ha saputo di questa storia nei dettagli, o abbastanza da sentirsene coinvolto, desideroso di mobilitarsi, una volta di più indignato per la sistematica ferocia con cui la cosiddetta ‘giustizia’ di marca US riesce a condannare a morte anche da vivi i suoi nemici interni? E dell’esistenza di una campagna, che nella reiterata richiesta di clemenza per Peltier, indirizzata a tutti i presidenti degli Stati Uniti degli ultimi decenni, ha registrato l’adesione di personalità come Madre Teresa di Calcutta, Nelson Mandela, il Dalai Lama e di varie organizzazioni internazionali, a cominciare da Amnesty International, Human Rights Watch… recentemente anche di Moni Ovadia, Luisa Morgantini, in vista di un’azione presso il Parlamento EU per interessamento di David Sassoli…

In tutta sincerità io stessa non ne avrei saputo nulla se non avessi avuto l’opportunità anzi privilegio di incontrare colui che in solitaria, da ben 10 anni, se ne sta occupando nel nostro paese: Andrea De Lotto, che in modalità ‘one man campaigner’ (come direbbero gli inglesi) sta facendo l’impossibile per far conoscere questa storia.

E nonostante le tante porte bussate invano, i tanti potenziali influencer che sul più bello svicolano via, la quantità di articoli scritti (da lui stesso), i tanti e diversi striscioni concepiti nei più diversi formati e lì per lì improvvisati con la bomboletta, con cui stazionare (sempre da solo) davanti ai vari Palazzi, Consolati US etc… non si è mai perso d’animo. Nonostante la solitudine, e anche qualche disavventura. Per esempio quando nel marzo del 2014 pensò che il miglior modo di attrarre l’attenzione del Papa (almeno lui!) fosse stazionare in pieno giorno davanti alla basilica di San Pietro con uno bel cartone appeso al collo con su scritto Free Leonard Peltier. Si beccò un fermo di polizia che per un breve attimo ‘fece notizia’ – ma durò proprio un attimo, dopodiché… la solita indifferenza e rinnovata fatica, a parte poche eccezioni. In compenso resta on line il filmato in cui, nonostante bloccato da due agenti in borghese, Andrea riesce a condensare in pochi minuti quella vicenda di ingiustizia che sta andando avanti da decenni: bravissimo anche in quella situazione!

Non abbiamo ancora detto del capo di accusa che da 47 anni tiene dietro le sbarre quest’uomo ormai ridotto all’ombra di sé stesso – e che potrebbe considerarsi in fin di vita, perché oltre all’età, al diabete e un aneurisma dell’aorta addominale ci si è messo pure il Covid.

Una storia che risale alla metà degli anni ’70, ai movimenti di protesta che vedevano mobilitati vari fronti della militanza afroamericana, insieme a quella dei nativi indiani e alla crescente opposizione contro la guerra in Vietnam. Leonard Peltier, classe 1944, fa parte di uno dei tanti popoli originari del Nord America. Fin da piccolo è consapevole della condizione di emarginazione culturale oltre che economica, riservata alla comunità di appartenenza, come ben descrive nel suo libro autobiografico “La mia danza del sole” ormai introvabile – speriamo in una ristampa.

Fin da giovane conosce la durezza dell’istituzione scolastica riservata ai nativi americani dal  BIA (Bureau of Indian Affairs), che lui descrive come ‘il mio prima carcere’. Diventato adulto, dal Canada si sposta negli USA, inizialmente a Seattle, dove lavora come muratore, meccanico, e soprattutto diventa militante dell’AIM (American Indian Movement),  che insieme al Movimento dei Black Panthers il governo americano cerca di reprimere in tutti i modi. Segue un periodo di azioni molto eclatanti, che rivelavano le origini violente, razziste, la storia di sistematica illegittimità di quell’occupazione territoriale che ha ‘coinciso’ con la nascita degli USA. E tutto ciò disturba parecchio il governo americano: occupazione dell’isola di Alacatraz per oltre un anno; occupazione della sede del BIA delegata al welfare degli Indiani d’America, ma in effetti macchina di corruzione; occupazione infine, nel 1973, insieme agli indiani Lakota, della spianata di Wounded Knee, dove un secolo prima si era svolto uno dei più terribili massacri della storia… e fu in quell’occasione che si verificò l’incidente di Oglala, indubbiamente provocato e che in qualche modo bloccò la vitalità di quel movimento.

Per difendere la riserva di Pine Ridge una comunità di nativi aveva chiesto il sostegno dell’AIM. Arrivarono in 17, tra loro anche Peltier. Gli scontri iniziarono quando sgommando arrivò anche un’auto, con due uomini a bordo, senza alcun segno di riconoscimento. In seguito si seppe che erano agenti dell’FBI che erano alla ricerca di un tale, nativo, accusato di furto – di un paio di stivali! Era naturalmente un pretesto, per fomentare ancor più la tensione. Che infatti sfociò presto in sparatoria, con gran rinforzo di decine di agenti che attendevano solo l’occasione per intervenire. Alla fine della giornata lo scontro a fuoco registrò la morte di uno dei nativi, oltre che dei due primi agenti – e qualcuno doveva pagare.

Vennero accusati in tre: Dino Butler, Bob Robideau e appunto Leonard Peltier. Mentre per i primi due il processo appurò (più o meno testualmente) che “non ci sono prove della loro colpevolezza, ma anche se ci fossero sarebbe stata legittima difesa”, per Leonard Peltier, arrestato per ultimo quando era già riparato in Canada, non ci furono sconti. L’estradizione venne attuata con prove talmente insostenibili da sollecitare la protesta persino del governo canadese – quando però Peltier era già nelle maglie dell’FBI e vittima designate di quel processo-farsa che l’avrebbe condannato con ben due ergastoli.

L’incidente di Oglala accadde il 26 giugno del 1975 ed ecco spiegato l’intenso calendario di eventi che vedono Andrea De Lotto così impegnato, proprio in questi giorni:

Dopo la serata di ieri al “Circolo contadini e operai” di Monza, la storia di Leonard Peltier verrà raccontato di nuovo:

  • stasera, Giovedì 23 alle 19 alla Baronata, a Milano, con pizza popolare e musiche di Alessio Lega;
  • e poi Venerdì 24 alle 18 in Valsusa, presidio di San Didero, anche per ricordare un bel documentario di Adonella Marena che si intitolava “No Tav, indiani di valle” (per la serie insomma: incrociamo le lotte) e di nuovo con la partecipazione di Alessio Lega;
  • Sabato 25 alle 18l’appuntamento è alla Casa Umanista di Torino;
  • Domenica 26 alle 14.30 si ritorna in area milanese, all’Arci Pessina di Chiaravalle. Per chi vuole ci sarebbe anche il pranzo benefit (per prenotare: 349 7013742);
  • e infine Lunedì 27 alle 18 in piazza Duomo a Milano, il gran finale con chi ci sarà a reggere l’enorme striscione che recita: “FREE LEONARD PELTIER, MUMIA ABU JAMAL, JULIAN ASSANGE, EMILIO SCALZO… TUTTI E TUTTE LIBERE UNA VOLTA PER TUTTE”.
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