Ucraina e rischio di conflitto geopolitico: risveglio ai pericoli nucleari?

Asli Bâli, Richard Falk

Intervista/conversazione dal titolo Ucraina e rischio di conflitto geopolitico con la mia brillante ex-studentessa Asli Bali, attuale professoressa di diritto all’Università della California – Lo Angeles, e cara amica. Già pubblicata l’8 giugno scorso dal Global Governance Forum, fonte eccellente di riflessioni accademiche su tematiche globali.

Il rischio di escalation nucleare nel contesto dell’invasione russa dell’Ucraina è da tempo oggetto di considerevole dibattito negli USA fra studiosi, politologi e commentatori sui media, rivelando un’ampia gamma di vedute – da chi declassa i riferimenti russi alle capacità nucleari come mero agitare minaccioso di spade a chi si preoccupa che se il presidente russo si trova spalle al muro in Ucraina possa ricorrere ad attacchi nucleari tattici. Qualunque sia la valutazione del rischio in Ucraina, è chiaro che le questioni della deterrenza nucleare sno tornate sul tavolo dopo quasi una generazione in cui quasi tutti gli analisti americani consideravano la non-proliferazione come il solo obiettivo di politica estera USA riguardo agli arsenali nucleari.

Per chi ha continuato a premere con le preoccupazioni per il disarmo nucleare dalla fine della Guerra fredda, il ritorno della questione nucleare può essere un’opportunità per aumentare la consapevolezza fra pubblici nuovi riguardo alla minaccia esistenziale costituita dagli arsenali nucleari esistenti. Richard Falk è da decenni un’autorità esplicita nei richiami alla denuclearizzazione. In quest’intervista, Asl? Bâli invita il professor Falk a riflettere se il conflitto in Ucraina rischia di diventare un confronto militare che piomba il mondo in un’ulteriore escalation nucleare o se resta un’opportunità per scostare il mondo dal precipizio nucleare.

Introduzione: la follia d’ignorare il disarmo

Asli Bâli: Per iniziare la nostra conversazione, sarebbe utile fornire un contesto al perché il disarmo nucleare sia stato sostanzialmente messo in disparte come urgente questione internazionale nel periodo post-guerra fredda. Come potremmo pensare agli ultimi vent’anni in particolare, durante i quali la possibilità di sviluppo di un arsenale nucleare iraniano è stata ritenuta tanto più minacciosa che i poderosi arsenali nucleari esistenti in mano ad altri stati?

Richard Falk: Penso che questi due ultimi decenni riflettano un periodo di comodo status quo per gli stati in possesso di armamento nucleare, particolarmente gli USA, che hanno organizzato questa sistemazione – per cui essi mantengono i propri arsenali e gli altri stati ne fanno a meno – come regime permanente ancorato al trattato di non-proliferazione (NPT) interpretato in modo tale da far cadere in pratica le clausole di disarmo di tale accordo. L’articolo VI del NPT contiene l’obbligo di disarmo nucleare in buona fede, che è stato presumibilmente l’incentivo che ha indotto gli stati senza armamento nucleare a diventare contraenti del trattato. Il tentativo degli stati con armamento nucleare di elidere tale clausola dal trattato costituisce un’interessante situazione di diritto internazionale: una violazione di una clausola essenziale del NPT viene trattata dagli USA e paesi NATO come una sorta di gran conquista del diritto internazionale. Il NPT è ridotto a una disposizione che pone quanto meno qualche limite alla proliferazione di armamenti nucleari, ne mantiene il controllo e la discrezione di svilupparne e minacciare di usarli stabilendo anche il come, il che risiede del tutto nell’ambito di sovranità nazionale degli stati già possessori di tali arsenali.

Per esempio, ho partecipato a un evento del Consiglio sulle Relazioni Estere sul futuro della sicurezza nazionale [USA], uno dei cui partecipanti ha esposto l’idea che l’articolo VI sia da intendersi al meglio come ‘finzione utile’, cioè che sia stato compreso nel trattato per soddisfare i paesi non-nucleari con la finzione di una specie di situazione negoziale equa. Mentre invece c’era un’interpretazione tacita fin dall’inizio per cui il disarmo non fosse un obiettivo realistico, o neppure desiderabile, da perseguirsi da parte degli stati con armamento nucleare, certo almeno non da parte USA.

Considerando il contesto più ampio che ha messo in disparate le tematiche del disarmo nucleare, l’altra cosa da sottolineare è che si era insinuata una sorta di compiacimento con questo armamento. Ci sono migliaia di armi nucleari, specialmente in USA e Russia, e pochissimo l’idea dell’imbarazzo esistente per la loro minaccia o utilizzo o in quali circostanze questi arsenali possano essere introdotti in diplomazia o addirittura in situazioni di combattimento. Gli USA in particolare, e alcuni altri paesi come Israele, hanno sviluppato ruoli di combattimento per certi tipi di armi nucleari—designate come armi nucleari tattiche o cosiddette “mini-nuke/nucleari” — che lasciavano intendere che possano effettivamente essere introdotte in conflitti regionali. Data la serie di conflitti bilaterali col rischio di escalation nucleare, fra cui la penisola coreana, India/ Pakistan e forse l’atteggiamento d’Israele in Medio Oriente, questa possibilità è via via diventata più inquietante; eppure, senza risposta internazionale concertata o coerente.

i rischi della situazione più generale sono ben riflessi per chi segue la tematica nucleare dal fatto che il Doomsday clockorologio dell’apocalisse gestito dal Bulletin of Atomic Scientists sovente considerato valutazione precisa del pericolo nucleare in un dato momento—si è spostato più vicino che mai alla mezzanotte, pur essendo già prima della crisi Ucraina a cento secondi dalla fine della civiltà, secondo i redattori del notiziario. La compiacenza per questo armamento e la soddisfazione per il regime NPT che hanno permesso agli stati potenti di mantenere una posizione arbitraria verso gli altri sono dimensioni importanti del rischio di apocalisse. Così la situazione ucraina che già precrisi richiedeva un’azione urgente per sventare rischi esistenziali, sfocata dalla compiacenza globale e dallo strabismo nel contenimento della proliferazione anziché preoccuparsi degli arsenali esistenti, ha impedito qualunque serio impegno nell’agenda nucleare col disarmo come priorità.

Acquiescenza globale nel nuclearismo delle grandi potenze

Asli Bâli: la sua risposta desta ancora un’altra domanda: perché secondo lei gli stati non-nucleari hanno remissivamente accettato la violazione del nocciolo negoziato nell’accordo NPT? 

Richard Falk: Penso che anche gli stati non-nucleari si siano adattati a quell’atmosfera compiacente invalsa per le armi nucleari, che può riflettere la loro sensazione di insufficienza negoziale sulla politica nucleare nel suo insieme in un contesto post-guerra fredda. Durante la guerra fredda c’era stata qualche disponibilità da parte dell’URSS e poi della Cina d’impegnarsi in un processo di disarmo e gli stati non-nucleari le avevano seguite nei negoziati di riduzione degli arsenali. Ma nel periodo post-guerra fredda gli USA si scostarono perfino dalla finzione di priorità di disarmo e c’è stata assenza di stati potenti nel pretendere una conversione di traiettoria. Ciò detto, penso che stia davvero emergendo una prospettiva critica da parte del Sud Globale, che possa modificare in tal senso la rotta verso modi più favorevoli alle aspirazioni dei patrocinatori del disarmo, cosa espressa inequivocabilmente nel nuovo Trattato sulla Proibizione di Armi Nucleari (TPNW), firmato nel 2017 ed entrato in vigore nel 2021 con oltre sessanta ratifiche. Il trattato è stato inizialmente sostenuto da ben 120 paesi, pur essendo stato firmato solo dai due terzi e ratificato da un po’ più di metà di quel numero.

C’è una specie di ansia in sospeso per la possibilità di utilizzo di armi nucleari su territorio europeo, il che può avere un effetto galvanizzante…

Un’altra indicazione di resistenza rinnovata del Sud globale a degradare gli obblighi di disarmo degli stati con armamento nucleare è evidente nel doppio rinvio della conferenza di revisione convocata per il NPT, prevista aver luogo ogni cinque anni – e specificamente la decima di capitale importanza era programmata per il 2020, originariamente posposta causa COVID-19 e con recupero atteso per il 2021; avrà forse luogo nell’agosto di quest’anno. Oltre alle ragioni sanitarie dovute alla pandemia, traspaiono timori degli stati detentori di potere nucleare di poter avere attriti con il Sud Globale appunto sul disarmo.

In breve, anche prima della crisi ucraina c’era ragione di pensare a un nuovo umore internazionale a livello intergovernativo riguardo alla minaccia incombente dagli arsenali nucleari esistenti. Credo che gli avvenimenti riguardanti l’Ucraina abbiano rafforzato tale cambiamento d’umore con il risveglio a livello di società civile delle preoccupazioni per la minaccia sull’uso di armi nucleari. Penso quindi che possa esserci un ravvivarsi delle pressioni dal basso per rimettere il disarmo nucleare nell’agenda della politica globale.

I rischi di escalation in Ucraina

Asli Bâli: alcuni hanno caratterizzato il conflitto in Ucraina come illustrativo del grado cui le potenze globali possano inciampare ciecamente in un confronto nucleare. Ha la sensazione che ci siano opportunità di contenere questo rischio oggi o con la diplomazia intergovernativa o la mobilitazione della società civile globale?

Richard Falk: Beh, penso che a livello della società civile ci sia una netta preoccupazione benché non sia troppo ben focalizzata al momento. C’è una specie di ansia sospesa per la possibilità d’uso di armi nucleari nel continente europeo, che può avere un effetto galvanizzante suscettibile di indurre forme di pressione nazionale in qualche paese europeo per agire in contrapposizione al rischio. Penso anche che qualcuno nell’amministrazione Biden abbia cambiato vedute sul conflitto ucraino col progressivo focalizzarsi delle sue dimensioni nucleari potenziali, apparentemente non considerate seriamente nella fase precedente, seppur sempre sensibili in certo senso ai pericoli maggiori di escalation bellica, evidente, ad esempio, nella resistenza di Biden agli appelli, specie parlamentari e di think tank di destra, di stabilire una no-fly zone in Ucraina, e originariamente nella sua esitazione a fornire armamento offensivo agli ucraini. Analogamente, la primitiva non-interferenza con i tentativi del presidente ucraino Volodymyr Zelensky di cercare qualche sorta di compromesso negoziato indicava che il governo Biden era cauto verso l’escalation, e disposto a lasciare che l’Ucraina controllasse il proprio futuro.

Ma in una seconda fase della guerra, allorché la resistenza ucraina risultò riuscire meglio di quanto previsto e pareva possibile e strategicamente attraente una sconfitta o un indebolimento della Russia, le priorità del governo Biden si sono visibilmente spostate a trattare manifestamente la guerra in Ucraina come opportunità di dare una lezione alla Russia e segnalare alla Cina che se tentasse qualcosa di simile con Taiwan, si troverebbe di fronte a qualcosa anche peggiore. Questo secondo punto è stato provocatoriamente sottolineato da Biden durante il suo recente viaggio in Asia in cui ha fatto una forte dichiarazione pubblica d’impegno USA alla difesa di Taiwan.

Riguardo al conflitto in Ucraina ho tracciato una distinzione fra due livelli. Primo, c’è un confronto Russia-Ucraina per temi pertinenti il loro conflitto bilaterale. Ma, secondo, ce il livello geopolitico di interazione fra USA e Russia, che comporta un confronto le cui poste superano la questione dell’ Ucraina. Qui l’escalation è stata stimolata da quanto io reputo la retorica alquanto irresponsabile del governo Biden che ha demonizzato Putin; che non è certo un leader politico particolarmente attraente, ma perfino durante la guerra fredda i leader americani si trattennero sensatamente da demonizzare Stalin o altri capi sovietici. Questo lo fecero alcuni funzionari pubblici, parlamentari, ma i capi dell’esecutivo se ne astennero perché avrebbe creato un ostacolo talmente evidente al mantenere aperti canali diplomatici fra USA e URSS.

Deprecabilmente nella seconda fase dell’attuale guerra in Ucraina, gli USA sono diventati una fonte di escalation. La loro influenza è stata diretta anche a scoraggiare più o meno il presidente Zelensky dal cercare ancora una fine negoziata alla guerra in atto sul terreno. La posizione USA è invece sembrata consolidarsi nella ricerca di una vittoria strategica, come reso esplicito dal segretario di stato Antony Blinken e dal segretario alla difesa Lloyd Austin con i propri commenti sull’opportunità di fiaccare la Russia. Penso che stiamo ora entrando in una terza fase del conflitto in Ucraina con qualche riconoscimento a Washington e altrove che il governo Biden sia andato troppo in là nell’escalation. Ma la preoccupazione è che le azioni precedenti abbiano creato uno slancio difficile da invertire, con il tragico risultato di una guerra più lunga con terribili conseguenze avverse per l’economia mondiale e specialmente per paesi dipendenti da un accesso ragionevole a cibo ed energia, ampiamente compromesso dalla guerra e dalle sanzioni alla Russia.

Inciampo in un conflitto nucleare?

Asli Bâli: Data la sua analisi del ruolo USA nell’intensificazione del conflitto, che pensa del rischio attuale di onfronto nucleare o ulteriore erosione delle possibilità di promuovere un controllo delle armi russo-USA e di disarmo nucleare?

Richard Falk: La cosa scoraggiante in questa terza fase è che il governo Biden non ha ancora aperto la porta a una risoluzione diplomatica o accentuato l’importanza di una tregua che fermi le uccisioni immediate e permetta una de-escalation. Il che lascia intendere che ci sarà uno o l’altro di due brutti scenari con l’ulteriore dipanarsi della crisi: uno è che il rischio e i costi di una lunga guerra fan sì che gli USA aumentino ancora la pressione per concludere prima forzando Mosca a cedere o ritirarsi; o fare qualcosa che permetta all’Ucraine e agli USA di cantare vittoria. Con la massima pressione quindi su Putin che a sua volta potrebbe decidere che un pericolo esistenziale così grave per la sicurezza russa giustifichi una risposta robusta comprensiva di minaccia ed eventuale effettivo utilizzo di armi nucleari tattiche, come modo – forse il solo – di evitare una sconfitta strategica.  Il secondo scenario è che gli USA si apprestino a vivere con una guerra prolungata sperando che a un certo punto Mosca se ne stanchi, come fecero i sovietici in Afghanistan e gli USA in Vietnam. Ma l’esperienza recente fa capire come questo andazzo sarebbe distruttivo per l’Ucraina e il mondo. Agli USA ci son voluti vent’anni per estricarsi dall’ Afghanistan, lasciando il paese in rovina, milioni di sfollati permanenti, di fronte alla carestia, e chissà quante centinaia di migliaia di invalidi afghani o peggio. Altrettanto deprimente, come già fatto notare da altri, il probabile risultato dal punto di vista ucraino: lo stesso,  che la guerra si concluda la prossima settimana o fra dieci anni, a parte l’ovvio aumento proporzionale di vittime e devastazione.

Asli Bâli: Potrebbe dire di più sulle sue aspettative a fine guerra secondo che avvenga per prossimi negoziati o per lunga estenuazione?

Richard Falk: Beh, mi aspetto come scenario più probabile per la fine della guerra qualche  concessione dell’Ucraina riguardo alla regione del Donbass nell’est, insieme a un solenne impegno di neutralità per il paese nel suo insieme e la non adesione alla NATO. In cambio, ci si aspetterebbe che la Russia s’impegni a sua volta a rispettare i diritti sovrani e l’indipendenza politica dell’Ucraina. Con ogni probabilità la questione della Crimea non sarà affrontata nel corso della conclusione dell’attuale conflitto. I contorni di tale conclusione negoziata del conflitto erano già emersi nei colloqui fra i russi e gli ucraini in marzo e ci sono poche ragioni per pensare che questi parametri cambino sostanzialmente. In altre parole, questo risultato si sarebbe conseguito prima, di certo nella prima fase della guerra se non prima dell’attacco russo, prima che precoci vittorie ucraine inducessero a farsi tentare dalla seconda fase, di escalation geopolitica.

Multipolarità fra le potenze nucleari

Asli Bali: Data questa valutazione, quali opportunità vede, se mai, di rivivificare gli appelli al disarmo nucleare in risposta ai rischi resi evidenti dalla guerra in Ucraina?

Richard Falk: Ovviamente c’è una forma molto cupa di opportunità che potrebbe emergere se ci fosse davvero un confronto nucleare e l’uso di armi nucleari tattiche o qualsivoglia. Un tale sviluppo genererebbe certamente una richiesta diffusa di disarmo—si spera che non capiti, ovviamente. Oltre questo scenario apocalittico, è un po’ imprevedibile se emergerà la consapevolezza che perseguire una stabilità permanente mediante l’approccio della non-proliferazione dovrebbe essere sostituito fa un nuovo sforzo verso il disarmo nucleare. Penso che sarebbe molto gradito davvero globalmente cercare di esplorarne la possibilità, e immagino che almeno i cinesi sarebbero alquanto aperti alla cosa.  Sullo sfondo di tale ipotesi c’è da chiedersi se gli USA siano disposti a vivere in un mondo multipolare. Di certo il periodo post-guerra fredda ha offerto agli USA l’opportunità di nutrire illusioni che il crollo dell’URSS potesse inaugurare un’era durevole di essere l’unico attore geopolitico globale. In un certo senso ciò è quanto il ministro Blinken intendeva presumibilmente dicendo in vari discorsi che l’idea delle sfere d’influenza avrebbe dovuto essere relegata nella pattumiera della storia. Il pensiero è che dopo la Seconda guerra mondiale, o comunque almeno dopo la Guerra fredda gli USA preferiscono presiedere a un sistema in cui la propria influenza non è confinata da alcuna sfera e si estende davvero globalmente. Ovviamente, se gli USA avessero adottato tale posizione nell’immediato secondo dopoguerra, come suggerisce il ministro Blinken, sarebbe equivalsa alla dichiarazione di una terza guerra mondiale; questo perché escludere le sfere d’influenza avrebbe comportato bloccare l’intervento sovietico nell’Europa orientale, che fosse in Ungheria nel 1956 o in Cecoslovacchia nel 1968. Inoltre, quel che Blinken suggerisce oggi non è un mondo senza sfere d’influenza ma piuttosto una specie di dottrina Monroe per il mondo, in cui gli USA considerano l’ordine globale come propria esclusiva sfera d’influenza. E, ovviamente, la dottrina Monroe nel senso convenzionale più stretto è anch’essa viva e vegeta persistendo gli USA ad asserirsi la prerogativa di dettare le politiche ai paesi di questo emisfero da Cuba al Venezuela al Nicaragua e oltre.

Con questo sfondo vale la pena notare che il continuo sforzo USA per la supremazia globale li mette in grosso vantaggio asimmetrico rispetto a tutti gli altri attori nell’esercitare influenza senza vincoli.  Con oltre 800 basi militari estere—e un contesto in cui 97% di tutte le basi militari all’estero sono USA—e truppe stazionate in ogni continente, gli USA hanno esteso la propria influenza globalmente e i propri comandi navali in ogni oceano. Intanto è ovvio, parallelamente a questo enorme investimento nel militarismo c’è un profondo disinvestimento nelle infrastrutture e nei servizi sociali necessari per sostenere a livello nazionale la propria popolazione. In breve, lo sforzo USA di impedire che un ordine multipolare sfidi la propria pretesa di supremazia globale si attua a costi enormi internamente e ora vacillando all’estero. Il rischio è che questo approccio si vincoli sempre più a un investimento atto a garantire la debolezza strategica dei russi in Ucraina, che a sua volta alimenta una politica arrischiata in termini nucleari.

L’Ucraina e il crescente spartiacque globale

Asli Bâli: C’è qualcosa di angoscioso nel modo in cui la Guerra in Ucraina ha riplasmato il dibattito nazionale, che alla fine degli anni di Trump nell’elezione presidenziale del 2020 aveva cominciato a convergere sull’idea di restringere il militarismo americano e por fine alle guerre senza fine Oggi il consenso bipartitico su un bilancio della difesa accentuato e un aiuto militare massiccio all’Ucraina sta forse eclissando quegli impegni precedenti. Lei considera che la guerra in Ucraina fornisca nuove prospettive al progetto del primato americano?

Richard Falk: Temo che possa essere così. Biden era così impegnato ad unificare il paese come parte della sua campagna presidenziale—l’immagine di sé come qualcuno capace di “attraversare il corridoio (distintivo)” e generare consenso bipartitico. In effetti però quel progetto è fallito miseramente con i Repubblicani a convergere sugli elettorati di Trump. La guerra in Ucraina ha un po’ rimescolato il mazzo e Biden sembra tenerci a cogliere quest’opportunità per forgiare un consenso bipartitico sulla guerra. Il suo livello di popolarità resta sorprendentemente basso, ma l’ondata di consenso bipartitico da guerra fredda sullo stanziamento di miliardi di dollari per l’Ucraina è innegabile. Da una prospettiva globale, però, questa grande esibizione di empatia per la sofferenza ucraina e il danno ai civili e i profughi e così via, si pone in netto contrasto con i modi in cui gli USA e l’Occidente hanno risposto ad altre crisi umanitarie. Sicché un Prezzo dell’unità in casa può essere un mondo ancor più diviso fuori in cui la posizione USA declina ancor più. Il paragone specifico fra la risposta occidentale all’Ucraina e l’indifferenza e insensibilità verso come in Siria, tutto ciò è difficile da spiegare senza ammettere un elemento di razzismo – realtà di certo non sfuggita all’attenzione dei governi e delle comunità del Sud Globale.

Allontanarsi dal precipizio nucleare?

Asli Bâli: Tornando alla questione nucleare, lei ha sostenuto che la guerra in Ucraina abbia risvegliato una nuova generazione ai rischi reali degli arsenali nucleari detenuti dalle potenze globali. Crede che questa consapevolezza insieme alle preoccupazioni per i due pesi e due misure inerenti all’egemonia USA possano mobilitare nuovi movimenti sociali globali che richiedano il disarmo e un ordine internazionale più equo?

Richard Falk: Certo lo spero. Penso sia premature aspettarsi che la guerra in Ucraina da sola riaccenda un vibrante movimento antinucleare a questo punto. Ma ci possono essere successivi sviluppi che hanno un tale effetto galvanizzante, qualcosa purtroppo non scontato dato che i russi si danno da fare in esercitazioni nucleari per rammentare agli stati occidentali i rischi d’escalation in Ucraina. Ci sono anche altri pericoli nucleari in vivaio al mondo. Penso che il rapporto Israele-Iran sia molto instabile e posa produrre qualche rinnovata consapevolezza del rischio nucleare; lo stesso vale per i conflitti in India-Pakistan e nella penisola coreana. Così nuove generazioni possono arrivare a capire che l’idea di ottenere stabilità con le armi nucleari è una sorta di falsa utopia. Ciò mi riporta all’idea cinica in cui mi sono imbattuto al Consiglio sulle Relazioni Estere a proposito del disarmo come finzione utile da dare in pasto al pubblico del Sud Globale. Al tempo, non ci fu una vera ripulsa a quell’asserzione. La risposta del pubblico fu semplicemente di riconoscere come le élite realiste parlano della sicurezza nazionale. È questo tipo d’acquiescenza e compiacenza che costituisce il maggiore ostacolo all’organizzarsi socialmente a livello globale a proposito di disarmo e pertanto il maggiore rischio di poter inciampare in una crisi esistenziale. Spero che le minacce adesso manifeste in Ucraina e oltre possano innescare nuove forme di consapevolezza fra le giovani generazioni adesso mobilitate che guidano movimenti sociali per la giustizia ambientale e razziale. Gli arsenali nucleari costituiscono una minaccia esistenziale al nostro pianeta come pure le politiche ambientali forsennate, le massicce disparità di ricchezza e il virulento razzismo strutturale che affliggono l’ordine globale. C’è molto lavoro da fare per affrontare tutte queste sfide, ma sarebbe un buon inizio riconoscere l’abolizione del nucleare come una priorità urgente.


TRANSCEND MEMBERS, 13 Jun 2022 | Richard Falk | Global Justice in the 21st Century – TRANSCEND Media Service

Traduzione di Miki Lanza per il Centro Studi Sereno Regis

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