L’empatia al tempo del digitale

Rita Vittori

Come accennato nell’articolo precedente [la Terza parte di Perché parlare di guerra ai bambini, NdR] , siamo immersi in una cultura che fa della violenza uno «spettacolo» sempre più invasivo, dell’incertezza del futuro un pretesto per creare paura diffusa se non angoscia e ansia, del linguaggio di odio una modalità sempre più presente nella vita quotidiana e sui social-media.

Allora quali sono le prospettive per chi lavora nel campo dell’educazione alla pace per diventare più incisivo nel proporre modelli di comportamenti nonviolenti?

L’empatia sui social: perché no?

Se uno dei fondamenti di una personalità nonviolenta è la capacità empatica, la prima cosa da fare è svilupparla anche nell’uso dei social.

Etimologicamente la parola empatia deriva dal greco antico empàtheia, ed è stata equiparata al termine tedesco Einfühlung che significa, letteralmente «sentire dentro». Essere empatici, quindi, richiede una componente emozionale di reale immedesimazione in ciò che prova l’altra persona: è percepire i sentimenti di qualcuno, anche se non li condividiamo, senza dimenticare la nostra individualità. In pratica è la nostra capacità di rimanere interconnessi agli esseri viventi. Da questa capacità deriva la scelta di non ferire, non maltrattare gli altri viventi perché vengono percepiti simili a noi.

Ovviamente l’empatia  si sviluppa molto più facilmente  nell’ambito di  relazioni «in presenza», quando possiamo ricevere dalla persona davanti a noi tutta una serie di messaggi non verbali che ci permettono di intuire il suo stato d’animo, di condividere il registro comunicativo, di leggere le emozioni sul volto dell’altro mentre parliamo. Questo spesso ci aiuta a scegliere le parole da usare, il tono della voce, la postura in modo che il nostro messaggio possa essere percepito nel modo più vicino alle nostre intenzioni.

Diverso è quando dobbiamo invece inviare un messaggio o una e-mail o fare un commento in una discussione e abbiamo davanti solo uno spazio vuoto; non abbiamo a disposizione tutte le informazioni che costituiscono la ricchezza comunicativa. Ci basiamo allora sulla nostra immaginazione o interpretiamo alla luce del nostro umore o dei significati che noi attribuiamo a costrutti logici e alla formulazione delle frasi… e su quella base scriviamo o rispondiamo.

Allora perché non insegnare a usare il linguaggio empatico anche sui social?

Ecco, questo potrebbe essere uno dei punti da sviluppare: perché non esercitarsi a mettersi dal punto di vista di chi riceverà il messaggio, prima di pubblicarlo o inviarlo?

Le regole del linguaggio empatico vanno sperimentate anche sui social.

Varrebbe la pena impegnarsi  a scuola e in famiglia per chiarire quali passaggi fare prima di pubblicare un messaggio in un gruppo facebook, in un gruppo di discussione, per non essere fraintesi e non sorprendersi di reazioni inaspettate: in alcuni casi non ci si è espressi in modo adeguato, ma è trapelato un giudizio non intenzionale, ma sempre giudizio rimane.

Le parole senza mimica facciale diventano più interpretabili.

Insegnare come si scrive un contenuto prima di pubblicarlo sui social-media permette di porre la propria attenzione al linguaggio, a come vengono formulati i contenuti, cercando di rileggere il messaggio anche dal punto di vista di chi lo riceverà per valutare se può essere offensivo oppure non completamente chiaro.

Ecco perché non possiamo sottovalutare quello che decidiamo di scrivere o di condividere sui social-media. La scelta e l’intenzione sono due elementi importanti del nostro agire comunicativo. Da un lato determinano il messaggio che noi vogliamo dare al mondo – e quindi parlano di chi siamo e cosa pensiamo – dall’altro contribuiscono a generare emozioni nelle persone che intercettano il nostro contenuto.

Pensiamo ad esempio a quante informazioni accogliamo ogni giorno nel tempo che trascorriamo sui social-network. Cosa generano quelle informazioni? Quali emozioni ci trasmettono? E quante di queste sono costruttive e utili? Queste domande sono sufficienti per aprirci a nuovi sguardi: basta mettersi dall’altra parte per rendersi conto che anche noi contribuiamo alla diffusione di informazioni. Se sono utili o generano solo emozioni distruttive questo dipende dalla nostra scelta. Quando condividiamo un contenuto, che sia nostro o di altri, dobbiamo sempre ricordarci che stiamo contribuendo alla diffusione di un racconto che non rimarrà inosservato.

A tale scopo alcuni consigli risultano interessanti come:

  • Puntare su comunicazioni brevi e narrative…
  • Molto utile è l’utilizzo delle emoticon, che in maniera istantanea veicolano significati emotivi e creano un legame autentico con l’esperienza dell’altro, connotando anche l’intenzione di chi scrive, perché manca tutto l’aspetto nonverbale che chiarisce la comunicazione verbale.
  • Usare  alcune espressioni testuali metaforiche che coinvolgono i cinque sensi riesce a suscitare l’attivazione della corteccia somatosensoriale e aiuta a «sentire» le parole che si leggono, contribuendo all’esperienza di rispecchiamento.

Non è tempo sprecato allora né a scuola né in famiglia affrontare questo aspetto della comunicazione; e soprattutto aiutare i ragazzi a porre una distanza emotiva tra la propria interpretazione di ciò che si legge, a cui manca il tono, la postura, lo sguardo di chi scrive, e a cui si possono attribuire significati emotivi errati.

 

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