L'assassinio di Shireen Abu Akleh

L’assassinio di Shireen Abu Akleh: chi ha dato l’ordine?

Miko Peled

JENIN, PALESTINA OCCUPATA – L’annuncio di Israele di non voler proseguire le indagini sull’uccisione della famosa giornalista di Al Jazeera Shireen Abu Akleh non ha sorpreso. Le ragioni specifiche addotte per giustificare la decisione non fanno molta differenza. Tuttavia, una cosa è certa: è altamente improbabile che l’uccisione di una giornalista come Shireen Abu Akleh sia stata una decisione di un soldato solitario o di un comandante sul campo. L’assassinio di Shireen Abu Akleh: chi ha dato l’ordine?

Abu Akleh era molto conosciuta e rispettata. Era chiaramente identificabile come una non combattente e una giornalista che non rappresentava una minaccia per le forze israeliane. Si era già trovata in situazioni simili e sapeva come prendere le precauzioni necessarie, tra cui indossare un elmetto e un giubbotto antiproiettile. Doveva essere colpita da un cecchino ben addestrato, la cui identità doveva essere nota alle autorità israeliane.

Doveva esserci un ordine o, come minimo, un’approvazione da parte dei più alti livelli dell’apparato di difesa israeliano, fino al ministro della Difesa o addirittura al primo ministro, prima che il cecchino potesse eseguire l’assassinio. Poi, in un tentativo piuttosto trasparente di coprire l’assassinio, Israele ha finto di voler condurre un’indagine e ha chiesto all’Autorità Palestinese, che ha condotto l’autopsia, di consegnare il proiettile che ha ucciso Abu Akleh.

Citando un funzionario militare israeliano, il Times of Israel ha riportato che “l’esercito israeliano ha identificato il fucile di un soldato che potrebbe aver ucciso la giornalista di Al Jazeera Shireen Abu Akleh”. Tuttavia, continua ad affermare che “non si può essere certi se i palestinesi non consegnano il proiettile per analizzarlo”. Il tentativo di ingannare è sempre più evidente in questa dichiarazione. Poiché deve essere stato un cecchino a mirare e poi a sparare, non ci sono dubbi su chi abbia premuto il grilletto.

MILITANTI PALESTINESI?

Il quotidiano britannico The Guardian ha recentemente scritto: “Abu Aqleh [sic] è stato ucciso durante un’incursione di un commando israeliano contro militanti palestinesi”. Dichiarazioni come questa dimostrano il problema più grande. I raid del commando israeliano non hanno alcuna giustificazione e sono responsabili di innumerevoli morti di civili palestinesi. Inquadrare i combattenti palestinesi – difensori del loro campo, della loro città e del loro popolo – come “militanti” e gli invasori israeliani come “commando”, fa ricadere immediatamente la colpa sui palestinesi e giustifica l’attacco israeliano, giustificando così ogni raid israeliano.

Questo modo di inquadrare la situazione, tipico dei media, permette che l’uccisione costante e senza fine di giovani palestinesi da parte di Israele prosegua senza interruzioni. La domanda che ci si pone è la seguente: Quanti palestinesi devono morire prima che la cronaca sia onesta e Israele sia costretto a fermare le uccisioni?

Di tanto in tanto, un evento fa sì che le persone alzino la testa e riconoscano che Israele si è spinto troppo oltre e che forse è necessario fare qualcosa. Quando Shireen Abu Akleh è stata uccisa, c’è stato un momento del genere. Quando, pochi giorni dopo l’omicidio, il suo corteo funebre è stato brutalmente attaccato dalle forze israeliane, è stato un altro di questi momenti. Ma questi momenti sono pochi e lontani tra loro.

E questi momenti, anche quando arrivano, non durano molto e non producono risultati concreti. A volte viene inviata una lettera da un membro del Congresso degli Stati Uniti; a volte vengono rilasciate alcune dichiarazioni in cui si chiede un’indagine su ciò che è avvenuto. Poi la gente passa oltre e dimentica, e il flusso di sangue palestinese – per lo più di giovani uomini promettenti – continua senza sosta.

La lista dei nomi dei giovani palestinesi uccisi da Israele è troppo lunga per essere elencata; inoltre, quando si cerca di scriverla, se ne aggiungono altri. L’età varia, ma molti hanno meno di 21 anni. Le immagini di genitori e fratelli che piangono – a volte anche una moglie e un figlio, se erano abbastanza grandi per sposarsi – continuano a scorrere come se si trattasse di una maledizione inevitabile e imprevedibile.

In un’intervista aperta e franca che ho recentemente condotto con il veterano giornalista israeliano Gideon Levy, egli parla della sua frustrazione nei confronti dei media israeliani e del pubblico israeliano che li consuma. “I media non vogliono riferire e i consumatori non vogliono sapere”, ha esclamato con passione Levy.

ALLINEARSI ALLA LINEA

Quando la stampa israeliana riferisce di un omicidio, non manca mai di seguire la linea del governo, per cui il palestinese è sempre un terrorista o fa parte di una rivolta violenta. A lui o a loro, a seconda dei casi, bisognava far fronte e i coraggiosi combattenti israeliani lo hanno fatto. Di tanto in tanto, per dimostrare la professionalità delle forze israeliane, vengono mostrate in azione. Vengono mostrate immagini di queste forze che entrano in un campo profughi, cosa che ultimamente fanno spesso, soprattutto nella parte settentrionale della Cisgiordania.

Israele porta con sé diversi battaglioni di unità di commando, unità di polizia segreta Shabak o forze antiterrorismo, tutte pesantemente armate e dotate dei migliori equipaggiamenti di comunicazione e protezione del mondo, nonché di quantità illimitate di munizioni. Le forze israeliane dispongono anche dei medici meglio addestrati, delle migliori capacità di primo soccorso e di elicotteri pronti a evacuare rapidamente un soldato ferito. Una volta evacuato, un soldato israeliano ferito riceve le migliori cure mediche in strutture moderne e ben attrezzate.

Tutto questo per fronteggiare pochi giovani palestinesi armati di poco più di M-16. I palestinesi non hanno elmetti, non hanno giubbotti antiproiettile, possiedono quantità limitate di munizioni e rischiano un’altissima possibilità di essere feriti o uccisi. Un palestinese ferito in battaglia non ha accesso allo stesso livello di cure mediche di emergenza delle forze israeliane. Neanche lontanamente. Le ambulanze palestinesi, se riescono ad arrivare sul posto, sono scarsamente equipaggiate e le strutture mediche sono lontane e raramente sufficientemente attrezzate per far fronte a ferite gravi.

LA VITA CONTINUA

Da parte israeliana, la vita continua come se non fosse successo nulla di significativo. Guardare i telegiornali rende la società israeliana insensibile. Scontri, palestinesi uccisi, il governo di coalizione che affronta l’ennesima crisi, Netanyahu che potrebbe o meno essere vicino al ritorno sulla poltrona di primo ministro; chi lo sa. Di tanto in tanto, un colono o un ufficiale israeliano viene ucciso, il loro nome viene citato nei notiziari e la gente piange per qualche giorno e poi dimentica. Si costruiscono insediamenti – migliaia nel Naqab, altre migliaia a Gerusalemme est – e gli abitanti di Msafer Yota, nelle colline meridionali di Hebron, sono costretti a lasciare le loro terre, ma è tutto normale, niente di cui preoccuparsi. Gli israeliani si recano all’estero per le vacanze e vanno in giro per caffè e ristoranti – ne aprono di nuovi ogni giorno. Bisogna provarli tutti.

Miko Peled è scrittore collaboratore di MintPress News, autore pubblicato e attivista per i diritti umani nato a Gerusalemme. I suoi ultimi libri sono “Il figlio del generale. Viaggio di un israeliano in Palestina” e “Injustice, the Story of the Holy Land Foundation Five”.

 

Fonte: MintPress News, 23 maggio 2022

Traduzione di Enzo Gargano per il Centro Studi Sereno Regis

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