Nanna, o l’anima delle piante

Massimiliano Fortuna

Gustav Theodor Fechner, Nanna, o l’anima delle piante, Adelphi, Milano 2008, pp. 141, € 13,00

All’inizio del suo libro La vita delle piante (il Mulino, 2018) Emanuele Coccia scrive: «Ne parliamo appena e il loro nome ci sfugge. La filosofia le ha spesso trascurate, per disprezzo più che per distrazione». Poi in nota aggiunge: «La sola grande eccezione nella modernità è il capolavoro di Gustav Fechner, Nanna oder über das Seelenleben der Pflanzen».

Negli ultimi tempi la filosofia, il libro stesso di Coccia ne è una prova, ha cominciato a dedicare al mondo vegetale un po’ più di attenzione. Oltre a quella strettamente filosofica, e anzi ancora più determinante per la comprensione e l’esplorazione del patrimonio di vita e di intelligenza che le piante custodiscono, c’è una cospicua letteratura botanica che ci aiuta a riflettere sui limiti di una visione antropocentrica della natura. In Italia si pensi, ad esempio, ai libri di Stefano Mancuso, che molto possono aiutarci nel relativizzare la nostra radicata convinzione di essere la specie egemone del pianeta.

In tutto questo Nanna di Fechner (Nanna nella mitologia norrena è la dea del mondo dei fiori) non può che apparirci come un libro pionieristico e anticipatore a cui tornare continuamente, perché già a metà dell’Ottocento ci ammoniva a non commettere l’errore di relegare le piante a una porzione di natura inerte e insensibile, a non isolarci come specie e a comprendere invece di essere parte di una rete che connette l’intero mondo naturale.

Tutto il libro di Fechner è in un certo senso un invito all’ascolto, uno stimolo alla comprensione di un altro linguaggio che non sia quello che scaturisce dall’idea che la nostra modalità di esistenza coincida con l’unità di misura di tutto: «e se le piante fossero mute per noi poiché noi siamo sordi per esse?». Contestare una visione della natura gerarchica per proporre al suo posto una «concezione della natura come un tutto vivente» è dunque la premessa filosofica che dovrebbe impedirci di considerare il resto del pianeta come un semplice contenitore di risorse al nostro servizio, come materia della quale poter disporre illimitatamente. Una lezione valida in ogni epoca, ma al giorno d’oggi forse ancora di più.

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