Ma cos’è la destra, cos’è la sinistra. Il trabocchetto moderato

Mirko Vercelli

Come ci hanno convinto che tutto ciò che non è di destra sia estremismo: ma cos’è la destra, cos’è la sinistra. Il trabocchetto moderato

“È polemico, istrione, imprevedibile, certo. Ma questo tweet interroga la politica della sinistra riformista più di mille convegni. Bisognerebbe parlarne, anziché ironizzare.”

Matteo Renzi, su un tweet condiviso da Elon Musk nel quale si dipinge come un moderato, passato a destra a causa dell’estremismo della sinistra. 29 Aprile 2022.

 


Negli Stati Uniti il maccartismo ha fatto tali proseliti che liberale viene usato come sinonimo di comunista e le multinazionali vengono tacciate di portare avanti l’agenda sovietica. In Italia siamo avanti. Quando al giorno d’oggi ancora si parla del bivio dicotomico tra sinistra e destra, sempre più spesso ci si affida alle parole di Gaber e si risponde con un lapidario “Ma cos’è la destra, cos’è la sinistra“.

Intendendo quindi con questa formula che la distinzione sia logora e decaduta, seppellita dalla Storia. Ed effettivamente nel postmoderno niente è più difficile che prendersi l’onere ingiurioso di catalogare, figuriamoci di stabilire un bipolarismo. Quello che spesso sembrano ignorare coloro i quali si affidano a Gaber è il ritornello, di quella stessa canzone.

L’ideologia, malgrado tutto, credo ancora che ci sia. È la passione, l’ossessione, per la tua diversità che al momento dov’è andata non si sa

Ovvero: le idee esistono, ma siete diventati uguali e giocate ad opporvi. Eppure chi non conosce le ideologie e vede solo la stanca pantomima dei salotti TV e della sfilata delle piazze si convince presto che c’è, ovviamente, un sistema naturale che funziona a cui non c’è alternativa e poi ci sono nostalgici che giocano alle idee.

Questo tipo di persone si ritrova, di solito, al centro. O vota, al centro. E centro è una parola che già dal suono fa da contraltare alla confusione, è una parola che trasmette sicurezza, stabilità. Nessuna fretta, nessun furore, ma calcolo ponderato e posizione strategica. Il punto sul quale il compasso fa leva per costruire il cerchio attorno a sé. L’inizio di uno scontro, quando ancora tutto è possibile e si può scegliere con calma qualsiasi strategia. Centro. La vista di uno stilobate dall’alto del mondo che può attingere a ciò che trova di buono attorno a sé senza esser mai costretto dalla sua posizione schierata. Centro. La parte più sicura di una bilancia.

Ma se sapersi mettere in discussione è un potente strumento per chi ha delle idee, per chi invece non crede esistano diventa un passepartout per qualsiasi cosa gli venga venduta nei dovuti termini. Questo perché se a qualcuno dovesse venir chiesto cosa rappresenti il centro dello scacchiere, potrebbe avere non pochi problemi a rispondere immediatamente. Il punto è questo, il centro è uno specchio, per molti, uno zeitgeist riflettente nel quale ognuno vede ciò che vuole, deformato secondo i propri valori, che invece esistono sempre.

Marx lo diceva chiaramente, l’ideologia è il vestito della realtà che ci circonda.

Impregna le pareti della nostra vita, i pulsanti degli autobus, le punte delle penne, le chiavi delle macchine. Senza ideologia non c’è alcuna rete a tenere insieme la realtà, non sapremmo giustificare nemmeno il nostro alzarci dal letto. E chi dice che le ideologie sono morte e superate e che destra e sinistra sono uguali sta perorando comunque una causa ideologica, quella che Fisher chiamava realismo capitalista. Ovvero, il nostro mondo è l’unico possibile e non c’è alternativa. Se non ci sono modelli a cui fare riferimento, ciò che accade si giustifica da sé ed è qualcosa da accettare sempre. L’unico valore è non avere valori e giustificare la realtà.

Il centro in sé non significa niente, è un contenitore.

E si presta per antonomasia ad essere strumento di governo nel pastiche del contemporaneo astorico e atemporale, in cui tutto è allo stesso tempo vero e falso, dunque l’unica linea di pensiero è quella adottata nel qui e ora, senza problemi a contraddirsi subito dopo o a cancellare il futuro dall’orizzonte degli eventi.

La verità è che spesso il cittadino rigetta l’esistenza di sinistra e destra non per una riflessione maturata alla luce delle dialettiche, ma proprio perché non ne conosce la differenza. Non sa cosa rappresentino ideologicamente e filosoficamente, e dato che molto spesso il vezzo della politica non è qualcosa che il cittadino possa esperire se non attraverso lo spettacolo televisivo della politica dei partiti, la teoria viene ricavata dalla pratica di PD, M5s, Lega o FI. E i cattivi maestri generano cattivi studenti. Basta guardare le discussioni su Facebook o Twitter. La destra? Ha portato a Mussolini. La sinistra? Ha portato a Stalin. Tanto vale smettere di morire per delle idee (ma di morte lenta) e partecipare, nel pratico, alla vita vera, che non sarà perfetta, ma almeno ci dà il cibo e i social network.

E per finire, non esiste un unico volto da identificare con il nostro sistema. Nessun Grande Altro, nessun Grande Fratello, ma tante persone, che sembrano quasi come noi. Tutti, poveri Cristi, costretti a giocare il loro ruolo. E a sfogare la propria intimità su Twitter. Che se domani morissero, il mondo forse nemmeno cambierebbe.

L’ideologia marxista negli ultimi sessant’anni ha visto perdere il terreno e la preponderanza delle forze che aiutavano in qualche modo a darle identità, ovvero lo Stato e il partito. Il risultato, nota il teorico Geert Lovink, è la fine delle idee come centro nevralgico della politica e della vita quotidiana, da cui deriva la nostra convinzione diffusa che le idee siano sì importanti, ma che non possano più ordinare la nostra vita. Oggi, fin dai banchi di scuola le idee vengono lodate in quanto capaci di plasmare il futuro, ma se formalizzate in regole e norme diventano di colpo troppo rigide e statiche per poter governare la nostra diffusa e controversa vita quotidiana. Se invece le leggi vengono presentate come “richieste dell’economia”, ecco che qualsiasi atto politico assume il ruolo di necessità scientifica, impellenza naturale. Mentre di fatto, dovrebbe essere la convenzione umana meno influente sul lungo termine.

La verità è che il centro è un’ideologia, dichiarare morte le idee è un’ideologia, dire non c’è alternativa è un’ideologia e questi tre strumenti sono la più grande manna dal cielo che il capitalismo (e quindi la destra) potesse desiderare.

Ne dovremmo derivare che qualsiasi partito “moderato” giustifichi la destra e concorra quindi a dare “dritte” da altre sponde per migliorare il capitalismo?

Sì.

Perché, che tendenze rappresentano destra e sinistra?

Non è sicuramente possibile riassumere i concetti in poche righe e si rischierebbe anzi di risultare fuorvianti, ma potremmo per comodità usare i contenitori di conservatorismo e progressismo. Dove con conservatorismo si intende la tendenza umana a reagire sulla difensiva ai cambiamenti esterni e sistematici, “preservando” l’attuale o passato stato delle cose, una tipologia di difesa quasi istintiva perché necessaria nell’immediato e nel presente, dunque, che sull’istinto si deve basare per proliferare. Con progressismo invece ci si riferisce al comportamento condiviso dalle specie sul lungo periodo, ovvero quello di adattamento all’ambiente, di sviluppo e dunque, condizione necessaria e imprescindibile per l’evoluzione. Il conservatorismo impedisce che vengano biologicamente accettati comportamenti inadatti alla preservazione della specie appena questi si presentano; Il progressismo, una volta analizzate le possibilità ottimali per una rivoluzione, le percorre e quindi giunge al successivo stadio evolutivo.

Ma è ovviamente ridicolo credere che destra voglia dire conservare e sinistra rivoluzionare. Eppure, c’è una tendenza dialettica insita in queste ideologie, che vi dà una direzione. E che contrappone individualismo a collettivismo. E se la destra difende il primo, la sinistra è tesa al secondo.

Qual è l’attuale stadio? Uno stato di post-natura, non di leggi dettate dalla società per creare un’economia, ma dall’economia per creare una società. Nella quale l’individualismo capitalista crea un animale che lavora il più possibile e contemporaneamente vive il peggio possibile. Eppure, ogni gesto tipicamente umano ormai da millenni sembra teso in tutt’altra direzione, con l’arte, gli impianti statali democratici, la comunicazione. Ovvero verso un’organizzazione collettiva, comunitaria. Persa con lo sviluppo cerebrale e che in un prossimo stadio verrà riconquistata sempre con un ulteriore sviluppo cerebrale.

E allora cosa c’è di male nella commistione di progressismo e conservatorismo?

Nell’equilibrio che quasi suona tanto naturale se prestato dalla biologia?

Perché non va bene ponderare e farli parte integrante della stessa posizione?

Progredire sempre, come conservare tutto, non ha senso, meglio restare critici e usare di caso in caso lo strumento migliore.

D’altronde si sa, quando c’è un dissidio troppo controverso per essere districato, la verità sta sempre nel mezzo.

Se fosse così, il centrismo sarebbe l’unica posizione politica occupabile razionalmente.

Il problema è che negli anni c’è stata una riprogrammazione semiotica del termine, al punto che è diventato contenitore per veicolare tutt’altri significati.

Perché sono nati il centrodestra e il centrosinistra?

Che senso ha sbilanciare qualcosa di tanto equilibrato e perfetto come il centro?

Prima di vedere in cosa differiscono, per non cadere nella precedente narrazione dicotomica, facciamo un piccolo gioco logico. Prendiamo gli elementi comuni che hanno permesso comunque a entrambi gli schieramenti di contenere la parola “centro” nella radice. Qual è l’elemento specifico per poter entrare di diritto nella catalogazione inter-centrale? Esser moderati. Ma moderati in cosa? Nel modo di comunicare agli elettori? Di proporre nuove idee? Di rendicontare le proprie spese?

Sia centrodestra che centrosinistra, storicamente e apertamente promuovono una politica economica di destra. Negli ultimi anni si è mutata progressivamente in una finanziarizzazione liberale e dunque comunque conservatrice, perché tesa all’individualismo, alla preservazione del qui ed ora, alla negazione del futuro (si pensi anche solo ai fondamenti del mercato, basati sulla crescita infinita a dispetto dei limiti entropici di qualsiasi universo chiuso).

La medesima politica, post-capitalista, protesa alla finanziarizzazione e all’individualismo, sono l’unica cosa che condividono il centrodestra e il centrosinistra. Possiamo dunque giungere a conclusione che la radice “centro” rappresenti la dialettica finanziaria di destra. La desinenza destra-sinistra gioca il ruolo di vestigia sociali didascaliche per le stesse manovre finanziarie. Un terreno di dibattito circoscritto per far sfogare le tendenze popolari di volta in volta preservando comunque (con tendenze quindi conservatoriste ai massimi sistemi) il medesimo impianto economico. In un governo di centrodestra, due omosessuali convivono sotto lo stesso tetto. In un governo di centrosinistra, due omosessuali condividono il tetto coniugale. Entrambi lavorano per Amazon.

Quindi, nella parola centrodestra o centrosinistra che dir si voglia, la radice definisce la natura economica, dunque liberale e di destra, prerogativa inviolabile per rappresentare uno schieramento democratico, mentre il passaggio successivo rappresenta la narrazione sociale e civile che farà da contorno per imbonire la maggioranza di turno che aiuteranno a migliorare lo status quo.

Sempre per la stessa semplificazione di prima, dovremmo dunque parlare di destradestra e destrasinistra. Questo è quello che intendeva Gaber, nella canzone di cui sopra.

Qualcuno potrebbe obiettare che essere di centro o moderati voglia dire non morire e non uccidere per delle idee.

E come dovremmo definire le forze dell'”ordine” che reprimono nel sangue una manifestazione o i morti quotidiani sul lavoro?

Eppure, il termine “moderato”, negli anni, per la dialettica mediatica è stato spesso elevato a sinonimo di “democratico”. Non importa cosa fai, basta che non alzi la voce nel farlo.

Moderato è un termine che nasce solo per contrapposizione al suo opposto, con cui spesso sono stati tacciati i partiti non di centro e quindi esuli dalle politiche di tipo capitalista.

Ma cosa vuol dire estremismo? Prendere la filosofia politica per dottrina teologica? La prospettiva rimanda a freddi e disumani impianti statali stalinisti. Nessuno vuole cadere nel dogmatismo. Perché porta alla violenza, alla legittimazione di qualsiasi atto violento. Eppure, nel calderone ci entra anche chiunque cerchi di cambiare il sistema economico perché viene associato ad un principio di democrazia. Ovvero, la libertà è il campo di gioco ristretto che non cambia i rapporti finanziari.

E che resta nel centro.

Detto questo, il centro-sinistra può dire qualsiasi cosa di sinistra fintanto che rimane al centro e ugualmente dalla parte opposta. Anzi, possono anche scambiarsi le tematiche, tanto poco è informato il cittadino contemporaneo.

Per questo possiamo avere politici dichiaratisi di sinistra, come Rizzo, professare idee di destra o politici auto dichiarati di destra, come Meloni, professare talvolta idee di sinistra.

In contemporanea, si continua a ripetere nei salotti televisivi che “con gli estremismi non si va da nessuna parte” e “non si può dialogare con i partiti d’estremo”, isolando così qualsiasi movimento che abbia la volontà e la possibilità di dare una svolta politica per l’uguaglianza, la ridistribuzione delle ricchezze e l’ambientalismo.

Se la moderazione è sinonimo di democrazia, la democrazia è sinonimo di moderazione.

Qualsiasi democrazia dev’essere moderata. E non perché nonviolenta, ma perché non deve cambiare il sistema. Questo sillogismo si instilla inconsciamente e si radica e dunque formula un credo politico mutilato per cui la volontà del popolo è legittima e quindi realmente democratica fintanto che si esprima a favore di una politica finanziaria di destra, nel caso vi fosse contraria, non sarebbe più di centro, si sarebbe sbilanciata, sarebbe estremista (di destra o di sinistra che sia) e dunque non sarebbe più democratica.

Questa è la trappola linguistica del trittico sinistra-centro-destra. Il trabocchetto moderato. Le idee sono morte solo quando si cerca di cambiare il sistema finanziario-economico di fronte alle insostenibilità scientifiche e alle disuguaglianze ambientali, sociali, culturali e biologiche. Ma le idee vanno benissimo quando ci si deve sfogare dalle frustrazioni prodotte dal sistema o quando lo si deve addobbare per mostrarlo meno aberrante. E non importa se il mondo accademico e numerosi giornalisti stiano riportando come l’abbandono del capitalismo e la pianificazione economica siano l’unico strumento per salvare il pianeta, questo sarebbe estremismo.

Ma non è finita qui

Se stiamo definendo uno schieramento politico per cui radice e desinenza predicano differenti aspetti ideologici, allora anche il ruolo morfologico ha un peso.

Giacché alla radice è posto l’aspetto economico (centro). Come desinenza, invece, destra o sinistra, vestito transitorio per governare le mareggiate elettive, gli aspetti civili e sociali, come un turnismo pacifico spagnolo, inconsapevole.

La radice, la genesi linguistica della politica è l’economia. E se la verità sta sempre nel centro, la verità risiede solo nell’economia. Questo è il vero dogmatismo teocratico spesso dimostrato dai tecnici agli alti livelli finanziari, il vero estremismo antidemocratico, che ciclicamente si risveglia dalla narrazione proprio come un prete che, dopo aver pregato per i suoi fedeli promettendo la salvezza, una volta questi caduti in disgrazia, non sa come render loro conto. Le incontestabili leggi di mercato avrebbero dovuto assicurare uno sviluppo infinito.

Ma non è accaduto con la crisi delle dot-com, con il collasso del 2008 dei mutui svp e la cosa si ripeterà ancora. Ogni volta l’economia è tornata a infrangere i fondamenti del sistema e batter cassa dagli stati. Salvati dal collettivismo.

E questa teologia si ripercuote anche sulle nuove generazioni. Che differenza passa tra un prete che predica il paradiso al suo gregge e Elon Musk che promette #tothemoon? E tra un apostolo e un cryptobros che ti vuole convincere a investire?

Nessuno ha ancora appuntato le sue 99 tesi al portone di nessuna banca. E se queste diverranno virtuali, sarà ancora più dura.

Cosicché vige ancora adesso un inoppugnabile Finanziariocentrismo proprio come in passato poteva vigere il geocentrismo, solo per dogma.

E questa narrazione plasma la realtà, inevitabilmente.

Gli storici potrebbero obiettare che nel Medioevo non si stesse poi tanto male. Ma è l’eliocentrismo che ha fatto fiorire il Rinascimento.

Ai banchieri e ai politici, così come agli elettori che rinnegano la volontà umana di solidarietà, uguaglianza, fratellanza, pace, i martiri di attivisti e giornalisti, noi rispondiamo “eppur si muove!”


Per approfondire l’insostenibilità del sistema: Naomi Klein, Una rivoluzione ci salverà. Perché il capitalismo non è sostenibile, Rizzoli, Milano 2015

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