L’ABC della pace


“Fratelli, cosa fate?”. “Un carro armato”. “E poi, con quelle lamine la dietro?”.
“Un proiettile nuovo e brevettato. Buca l’acciaio come fosse vetro”.
Ahimè, la nostra società è impazzita! La catastrofe bussa alle sue porte.
Lavorare per conto della morte è il solo modo per restare in vita.

                      Bertolt Brecht, L’ABC della guerra (1951), traduzione di Renato Solmi  

L’ABC della pace
Fonte: pexels tetyana kovyrina

Premessa

Deflagra la guerra in Ucraina dopo l’invasione russa del 24 febbraio 2022 e la successiva escalation di violenze e orrori. Per la prima volta dal tentato golpe della “Baia dei porci”, quando nel 1961 la CIA tentò di rovesciare il regime di Fidel Castro a Cuba, torna l’incubo dell’ecatombe nucleare. Come sempre accade in ogni guerra, agli occhi di molti è diventato “impossibile”, “vigliacco”, “osceno” ragionare di pace e dei modi per tentare di raggiungerla, rinunciando alla scomposta soluzione della “vittoria” attraverso il conflitto armato e alla logica della forza che si esprime anche verbalmente con un linguaggio primitivo che spinge alla divisione e a disconoscere e provocare l’avversario identificato da alcuni in un intero popolo.

Le immagini di sofferenza e i reportage dalle zone di conflitto recano dolore e sconcerto. Dopo mesi di combattimenti le vittime civili e militari si contano a decine di migliaia. Milioni di profughi cercano scampo a ovest – si calcola che dall’Ucraina siano già fuggiti i due terzi dei minori – dalle città di Kiev, Mariupol, Odessa, Ochtyrka, Leopoli sottoposte ai bombardamenti ordinati da Vladimir Putin, il più longevo despota al potere in Russia, inizialmente come primo ministro (1999–2000 e 2008–2012) e poi come presidente della federazione per tre mandati dal 1999 al 2008 e dal 2012 fino a oggi.

Alessandro Dal Lago, il sociologo scomparso lo scorso 26 marzo, nel suo ultimo editoriale (Il Manifesto, 18 marzo 2022) ha subito osservato lo sprigionamento della “nebbia della guerra, il polverone impenetrabile che si leva dal terreno” ricordando che per orientarci in ogni conflitto siamo costretti a ritornare alle “guerre tra imperi grandi e piccoli, in ascesa o decadenti (…) che seguono una logica autonoma spaziale e temporale”. Spaziale, perché “ogni impero tenderà a crearsi una zona di influenza ai confini che lo protegga dall’analogo movimento del vicino o competitore e ne attutisca le minacce strategiche e tattiche” (…), temporale perché “ogni impero o parte di impero, attuale o potenziale, cercherà nel passato motivazioni e giustificazioni del proprio comportamento spaziale”.

Nel resto del mondo, rovesciando l’aforisma della “guerra come continuazione della politica” stilato dal generale prussiano Carl Von Clausewitz (Della Guerra, 1832) sembra che oggi sia invece “la politica a esser diventata la continuazione della guerra con altri mezzi”. Questa è una lettura oggettiva delle scelte di riarmo immediatamente messe in atto in Occidente, in Europa e anche in Italia, non solo per fornire sostegno alla “resistenza” ucraina, ma anche per il rilancio delle spese militari fino al 2 % del PIL – come chiede la Nato dal 2006 (Vertice di Riga, Lettonia). Non si tratta di una formulazione filosofica estremista ma di un fondamento del pensiero e della prassi politica occidentale contemporanea. Il conflitto avviato dall’aggressione Russa così come l’inattesa risposta difensiva dell’Ucraina – che, va ribadito, è il paese aggredito – terribilmente sanguinosa per la popolazione ma militarmente efficace anche perché sostenuta da truppe mercenarie e tecnologie di guerra simmetriche a quelle disponibili per le milizie russe, massicciamente fornite a Kiev dall’Occidente (le armi ben prima del 24 febbraio 2022), dimostrano che il rapporto tra politica e guerra è oggi ribaltato e in caso di controversie è la seconda ad essere prioritaria.

Anche le scelte del Governo italiano di Mario Draghi, di sostegno armato alla “resistenza” ucraina, rinnegano nei fatti i valori a cui si richiamano: quelli della Costituzione del 1948 voluta dall’Assemblea Costituente nata dalla Resistenza italiana, che all’articolo 11 recita: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Se non ci attenessimo a tale articolo l’Italia dovrebbe continuamente sostenere guerre di “resistenza”, al fianco dei ribelli in Myanmar per esempio, oppure in Siria e in Palestina, nel Nagorno Karabakh e in Yemen, quest’ultimo aggredito dai paesi del Golfo capitanati dal regime autoritario dell’Arabia Saudita che noi stessi armiamo e da cui acquistiamo petrolio. Per cui, non diamo seguito nemmeno alla seconda parte dell’articolo 11: “[l’Italia] consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie a un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.

Dietro ai conflitti e allo schierarsi in essi – compreso quello in Ucraina – non ci sono sempre e soprattutto l’etica e la difesa della libertà e della democrazia di tutti i popoli. Se fosse così, si darebbe piena attuazione anche all’articolo 10 della Costituzione, secondo cui “la condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali” e “lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica”. Invece, la maggior parte dei paesi dell’UE, Italia compresa, ha respinto l’invito dell’Agenzia Onu per i Rifugiati (UNHCR), che aveva chiesto protezione per tutti coloro che scappano dall’Ucraina, limitandola agli ucraini e a coloro che già godevano dello status di rifugiato o di una protezione equivalente, escludendo da ogni sostegno milioni di stranieri regolarmente residenti in Ucraina.

Il dubbio è che a guidare la politica estera italiana ed europea siano ancora oggi ambizioni geopolitiche smisurate per il predominio militare più ampio possibile commiste a interessi economici enormi, come quelli che spingono per la vendita delle armi e approfittano di speculazioni e rincari di portata non giustificabile su risorse fossili come gas e petrolio, ma anche sul cibo (farina, zucchero, olio) e sui materiali di ogni tipo. Il segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres ha dichiarato (14 marzo 2022) che si avrà “una tempesta di fame e un disfacimento del sistema alimentare globale” basando il proprio giudizio sul fatto che la guerra interrompe la filiera di produzione ed esportazione di prodotti alimentari e dei fertilizzanti, sia in Ucraina, sia in Russia. L’immediato aumento dei prezzi dei generi alimentari sembrerebbe dargli ragione. Tuttavia, tali affermazioni non considerano che oltre il 60 % dei prodotti alimentari viene prodotto da piccole unità produttive e consumato localmente. Il maggiore impatto della guerra nel settore agricolo e alimentare è dovuto ai danni irreversibili a terreni fertili, oltre alla riduzione della distribuzione di cereali nel Medio Oriente e in Africa, mentre le potenti lobbies dell’agricoltura industriale stanno già cercando di approfittare della crisi, oltre che per la speculazione, anche per minare gli impegni presi – soprattutto dall’Unione Europea – per una riconversione del sistema produttivo agroalimentare mondiale, insostenibile sul piano energetico e alimentare.

Che fare

Non ci si può rassegnare alla “necessità” della guerra puntando all’esaurimento del fuoco o del sangue. Oltretutto, la guerra “giusta” (cioè giustificata a certe condizioni) dell’etica tradizionale, non è più concepibile dopo Hiroshima e Nagasaki, perché il possibile effetto di strage nucleare illegittima ogni altro effetto, pure legittimo, cercato con la guerra. Per questi motivi l’articolo 11 della Costituzione va preservato e attuato, ripudiando la guerra o anche solo il suo paventato richiamo (perfino con cenno agli ordigni nucleari) come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Invece di disporre altri mezzi violenti contro le azioni violente, in una escalation verso una distruzione totale, si deve opporre alla guerra la solidarietà umanitaria, la civiltà planetaria, la forza umana della disobbedienza e non-collaborazione. Il potere violento, che con la guerra reca distruzione e ricadute irreversibili oltre che sulle popolazioni anche sull’ambiente e su fragili equilibri socio-economici anche distantissimi dalle zone di conflitto, va disobbedito coraggiosamente e la sua forza va indebolita anche rinunciando a tutte le risorse che dal potere provengono e sono garantite.

La nonviolenza attiva è l’opposto della resa e sottomissione: è forza umana che, nei popoli consapevoli, può frustrare ogni potere violento. La lotta giusta nonviolenta è esperienza storica in molti casi, non considerati dalla storiografia legata alla mentalità degli stati armati.

Osserviamo ancora che in questa guerra vengono utilizzate anche sofisticate tecnologie per attacchi alle infrastrutture informatiche (con virus, malware, etc.), che potrebbero a questo punto essere considerati “atti di guerra” poiché dalle reti di comunicazione digitale e dai sistemi di comunicazione satellitare (come il MUOS di Niscemi, gestito dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti) dipendono il funzionamento e l’efficacia dei droni autonomi, sistemi d’arma letali che una volta attivati sono capaci di selezionare e attaccare un obiettivo senza ulteriori interventi da parte degli esseri umani: la cyberwar (l’insieme interconnesso dei cinque domini mare, terra, aria, spazio e cyberspazio) è ormai uno dei bracci operativi di tutte le organizzazioni militari e la probabilità di eventi catastrofici scatenati dai sistemi stessi (vulnerabilità del software e interconnessione di migliaia di server) cresce esponenzialmente con il loro sviluppo, con rischi inimmaginabili per tutto il pianeta.

Anche queste applicazioni delle tecnologie digitali dovrebbero essere fermate, così come è sempre più evidente che il percorso dell’escalation militare conduce sulla china pericolosa del rischio atomico. È un paradigma vecchio e pericoloso quello che si basa su una prospettiva competitiva e antagonista, sulla logica dei blocchi e sul bipolarismo tra grandi potenze, che si contrappone al multilateralismo che dovrebbe invece essere espresso e riaffermato dalle Nazioni Unite per garantire relazioni internazionali in un’ottica di pacifica convivenza.

Le drammatiche scene di guerra illustrano anche la devastazione ambientale diretta, del suolo, dell’aria, dei corsi d’acqua, dei viventi ma resta ancora totalmente oscurato il contributo della guerra al cambiamento climatico, che sta accelerando. Su scala globale, ai crescenti rischi di un ‘incidente’ nucleare (per un errore, o per volontà di uso), si sommano le rapide e imprevedibili trasformazioni climatiche del pianeta.

Per queste ragioni il Centro Studi Sereno Regis si riconosce pienamente, dunque, nel documento prodotto dalla Rete Italiana Pace e Disarmo (RIPD) Ucraina, oltre l’emergenza, che tra l’altro afferma:

“Questa ennesima crisi sfociata in una nuova guerra, dopo la Jugoslavia, l’Afghanistan, l’Iraq, la Libia, la Siria non ci segnala forse con forza che è giunto il momento di sciogliere le alleanze militari e ripensare la mission dell’Alleanza atlantica trasformandola in un’alleanza di cooperazione tra l’Europa e le Americhe per lo sviluppo sostenibile e per la pace nel mondo?

Paradossalmente sarebbe più coerente con i nostri principi e valori, più utile per affrontare le sfide che abbiamo di fronte: il cambiamento climatico, la transizione ecologica, le diseguaglianze economiche e sociali, l’Agenda 2030, le migrazioni forzate. Perché non investire in cooperazione, in ricerca ed investimenti civili, parte di quei 1.100 miliardi di dollari di spesa militare che annualmente i paesi della NATO destinano alla difesa armata e a nuovi investimenti di arma?”

E ancora:

“Per noi la priorità è costruire un’Europa smilitarizzata dall’Atlantico agli Urali, di pace, di sicurezza per tutti, di libertà, di democrazia. Un’Europa allargata ed aperta al mondo, dove l’Alleanza Atlantica sia una collocazione culturale, di emancipazione collettiva, di condivisione di un progetto globale di pace.”

È in questa direzione che stiamo sostenendo l’impegno di chi oggi manifesta e da sempre continua a manifestare contro questa e contro tutte le guerre: con la presenza in piazza, con i numerosi interventi nelle scuole, nei circoli, nelle piazze, con l’adesione all’iniziativa Stop the war promossa dall’Associazione Papa Giovanni XXIII (insieme ad altre 150 organizzazioni della società civile) che si è recata a Leopoli il 2 aprile, per dare un concreto contributo di solidarietà alle popolazioni colpite. La voce dei popoli, del pensiero culturale, scientifico, politico e giuridico, della morale universale, deve premere sui belligeranti, riconoscendo alto merito umano a chi per primo fa calare l’attacco-risposta, entrambi violenti e omicidi, e distruttivi delle strutture della vita civile e dell’ambiente naturale.

Le istituzioni internazionali devono premere sui governi belligeranti richiamandoli al dovere cosmopolitico, di rispetto e collaborazione. Questo dovere, affermato in tutte le chiare convenzioni internazionali, vale più delle pretese delle singole nazioni-stati, a tutela dei diritti di ogni persona umana, per qualunque popolo, su tutta la terra.

La tutela della vita richiede la diminuzione, fino alla eliminazione, di tutte le armi mortali, a cominciare dalle più devastanti e stragiste. Il disarmo è necessario alla giustizia e alla pace. Anche con iniziative unilaterali. Cominciando dalle armi più tremende, fino a delegittimare ogni strumento di dominio omicida.

Tuttavia, posto che gli eserciti dovrebbero scomparire (lo diceva già Emmanuel Kant in Per la pace perpetua, 1795), forse la prospettiva di riduzione dei tanti eserciti nazionali, con molti sprechi, in uno solo di una Europa indipendente dalla NATO unificata in federazione politica, e non solo nel mercato, potrebbe costituire un passo verso la continua riduzione del fattore militare nei rapporti politici. Purché la cultura politica passi dalla competizione dura alla collaborazione mondiale, che questo sia affermato all’interno dei documenti costitutivi dell’Unione Europea – come ora non accade e non è accaduto né con il tentativo di Costituzione Europea, né con il Trattato di Lisbona – riconoscendo  apertamente che la politica umana non è potere sugli altri, non è espansionismo, non è rivalità, ma gestione della “cosa comune”, ormai unica e planetaria, per la buona vita di tutti e che la consapevolezza dei popoli, bene e doverosamente informati, è la loro principale difesa da ogni forma sopraffazione.

La revisione delle politiche di difesa dell’Unione Europea dovrebbe inoltre prevedere, con la costituzione di un unico esercito con funzioni difensive, anche lo studio e la predisposizione di forme di difesa non armate e nonviolente, compresa la formazione di un corpo civile di pace europeo, come già aveva proposto Alex Langer fin dal 1995. Le armi, comunque si pretenda di giustificarle, sono contro la vita umana.

Socie e soci del Centro Studi Sereno Regis – Torino, 25 aprile 2022


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