Addestrati a odiare. Soldati e coloni israeliani iniziano l’annuale spargimento di sangue del Ramadan

Miko Peled

di Miko Peled


Lasciato a se stesso, Israele continuerà sulla strada della violenza e della distruzione fino a quando Al-Aqsa sarà bruciata e un tempio ebraico sarà eretto al suo posto: addestrati a odiare soldati e coloni israeliani iniziano l’annuale spargimento di sangue del Ramadan

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GERUSALEMME, PALESTINA – Siamo appena a metà del mese di Ramadan e già il bilancio è andato oltre i 20 palestinesi morti e gli innumerevoli feriti. La moschea di Al-Aqsa ha subito un’incursione e le immagini della polizia israeliana militarizzata che fa irruzione nella moschea, picchiando e sparando indiscriminatamente ai fedeli, dimostrano ciò che era chiaro fin dall’inizio. Israele vuole che questo mese sia il più sanguinoso possibile per i palestinesi. Ci deve essere qualcuno tra i decisori israeliani che crede che versare quantità infinite di sangue palestinese e dissacrare Al-Aqsa soddisferà la bestia dell’opinione pubblica israeliana. La storia ha dimostrato che quella persona si sbaglia.

La gente chiederà spesso qual è il “gioco finale” per Israele, o cos’è che Israele vuole veramente – supponendo che la violenza e lo spargimento di sangue palestinese siano solo temporanei, e che forse da qualche parte ci sia un obiettivo più alto. Tuttavia, la risposta ci guarda dritto in faccia: Israele vuole distruggere tutto ciò che è caro ai palestinesi – luoghi sacri, monumenti storici, case e istituzioni palestinesi, il paesaggio palestinese – e prendere quante più vite palestinesi possibile nel processo. Sono passati più di cento anni da quando i sionisti hanno messo piede in Palestina, e il sionismo e il suo coronamento, il regime di apartheid di Israele, dimostrano chiaramente quale sia il “gioco finale” per Israele.

Prima la Palestina

Il confine tra religione e nazionalismo è stato intenzionalmente offuscato dai sionisti molto presto. Il sionismo sostiene che la religione ebraica è una nazionalità e quindi i simboli religiosi sono diventati simboli di identità e importanza nazionale. A partire dal concetto di “Terra Santa di Israele – la maggior parte della quale, anche se non tutta, esiste in Palestina – i sionisti hanno trasformato quello che è sempre stato un anelito religioso e spirituale in un simbolo nazionale. Per migliaia di anni, il popolo ebraico ha pregato per il Messia in modo da poter vivere in un mondo senza guerre, un mondo dove tutti i popoli adorano il loro creatore in pace. Tuttavia, anche se il popolo ebraico non ha mai fatto una tale richiesta, i sionisti affermano che le scritture ebraiche sono la prova che la Palestina appartiene loro.

I sionisti hanno trasformato l’anelito religioso in un obiettivo nazionale da raggiungere con la forza. Hanno volutamente frainteso il desiderio di pregare a Gerusalemme come un desiderio di ottenere la sovranità ad ogni costo, trasformando così uno dei luoghi più sacri sia per gli ebrei che per i musulmani in un sanguinoso campo di battaglia.

Poi Al-Aqsa

Quello che è quasi diventato l’inno nazionale sionista, ed è forse più conosciuto nel mondo di quell’inno, è la canzone Jerusalem of Gold. Questa canzone fu commissionata dal sindaco di Gerusalemme Teddy Kolek poche settimane prima dell’assalto israeliano del 1967 ai paesi arabi, un assalto che divenne noto come La guerra dei sei giorni. Il nome “sei giorni” è anche un riferimento alle scritture ebraiche, dove si afferma che l’Onnipotente creò il mondo in sei giorni.

Jerusalem of Gold è una canzone di propaganda che trasforma molto abilmente temi religiosi in temi nazionalistici secolari. Uno di questi temi è l’idea di “Har Habayit”, o il Monte del Tempio, dove presumibilmente sorgeva il tempio ebraico. A causa della santità del luogo, la legge ebraica stessa vieta agli ebrei di salire sul Monte. Tuttavia, per i sionisti, è perfettamente ammissibile che i soldati e i coloni ebrei-sionisti armati lo dissacrino calpestandolo, sparando e picchiando i fedeli.

Nella canzone Jerusalem of Gold, scritta prima dell’attacco e della conquista di Gerusalemme Est, c’è un verso che dice: “nessuno sale sul Monte del Tempio nella Città Vecchia”. Dopo che la Città Vecchia di Gerusalemme fu presa, l’autrice della canzone, Naomi Shemer, una sionista razzista del più alto grado, cambiò il verso in “Uno shofar chiama sul Monte del Tempio nella Città Vecchia”, uno shofar è il corno d’ariete rituale che gli ebrei usano durante le celebrazioni religiose. Naomi Shemer era una sionista completamente laica.

Odio

Osservando la violenza perpetrata contro i palestinesi dai soldati e dalla polizia israeliani, l’odio è evidente. Nelle immagini di Al-Aqsa durante il Ramdan sia nel 2021 che nel 2022, l’odio e il disprezzo verso i palestinesi non possono essere mascherati. Infatti – avendo visto in prima persona la polizia di Gerusalemme, la polizia nel Naqab, e i soldati dell’IDF mentre attaccano i palestinesi – le facce piene di odio dei poliziotti mi fanno gelare il sangue.

Ci si deve chiedere come si coltivi un tale odio e la risposta è attraverso un discorso razzista che è evidente in tutti i percorsi di vita e a tutti i livelli della società israeliana. Fin dalla più tenera età, i bambini israeliani sentiranno gli adulti intorno a loro usare un linguaggio come “Dobbiamo fargliela pagare”, “Dobbiamo spianare Gaza”, “Un arabo buono è un arabo morto” – e la lista di termini che ritraggono i palestinesi come nemici feroci che meritano quello che hanno e altro ancora continua. Poi, in televisione, i commentatori parlano degli “arabi” in termini dispregiativi e, se c’è un “arabo” intervistato, il tono della conversazione è condiscendente nel migliore dei casi, e sempre maleducato e degradante.

Dopo diciotto anni di indottrinamento pieno d’odio, dai a quel bambino un’uniforme e una pistola e mandalo a “difendere il suo paese e i suoi diritti dati da Dio”, e possiamo vedere i risultati ogni giorno, quando i palestinesi vengono uccisi, tagliati come giovani rami e lasciati a morire. Non importa che, secondo le stesse scritture che i sionisti amano citare, le azioni intraprese dallo stato di Israele contro i palestinesi sono un abominio e violano l’essenza stessa del giudaismo.

Un allarmante bilancio di morte

All’avvicinarsi del Ramadan di quest’anno, era ovvio che Israele avrebbe versato sangue palestinese. Non era una questione di “se” ma di “quanti”. Ogni giorno, nelle ultime settimane, sentiamo parlare di sempre più giovani palestinesi uccisi, feriti e detenuti – e il peggio deve ancora venire. La domanda, quando si tratta della Palestina, è: quanti altri saranno uccisi prima che si agisca per fermare Israele? Lasciato a se stesso, Israele continuerà sulla strada della violenza e della distruzione fino a quando Al-Aqsa sarà bruciata e un cosiddetto tempio ebraico sarà eretto al suo posto. Con un bilancio di morti già allarmante, quanto ancora chiederà la sete israeliana?


Miko Peled

Addestrati a odiare. Soldati e coloni

Miko Peled è scrittore collaboratore di MintPress News, autore pubblicato e attivista per i diritti umani nato a Gerusalemme. I suoi ultimi libri sono “Il figlio del generale. Viaggio di un israeliano in Palestina” e “Ingiustizia, la storia della Fondazione Terra Santa Cinque”.


Fonte: MintPress News, 18 aprile 2022

Traduzione di Enzo Gargano per il Centro Studi Sereno Regis


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