Perché parlare di guerra ai bambini

Perché parlare di guerra ai bambini? | Terza parte

Rita Vittori

Perché parlare di guerra ai bambini: i nodi educativi oggi

Se il succedersi degli eventi di una guerra più vicina a noi ha interrogato le diverse figure di educatori (genitori e insegnanti) su come abbassare l’ansia dei bambini/e, ragazzi/e, non possiamo non fare altre riflessioni.

Quale lavoro per il “futuro”

I vari educatori si trovano di fronte il “futuro” nella veste di figli/e o allievi: i loro volti sono gli uomini e le donne di domani, quelli che gestiranno le sorti del pianeta e dell’umanità.

Non possiamo allora non ricordare che il “futuro” ha radici nell’“oggi”, che una società basata sulla pace va coltivata ogni giorno, anche quando apparentemente non esiste l’urgenza di una guerra alle nostre porte. Se vogliamo un futuro dove gli eventi bellici siano evitati perché solo portatori di morte e distruzione, occorre che il nostro lavoro di educatori per la pace sia SEMPRE presente nei nostri programmi e valori familiari.

Il punto sui processi educativi

Il processo educativo ha il vantaggio di essere duraturo nel tempo. Lavoriamo con i nostri allievi tutti i giorni per alcuni anni, i genitori hanno a loro vantaggio tempi ancora più lunghi… e ci sono alcuni valori che vanno coltivati ogni giorno per anni… perché si sedimentino e vengano interiorizzati.

Tutti sappiamo che la pace non è assenza di conflitti. Il conflitto fa parte integrante della vita personale e relazionale delle persone, perché ogni diversità può sfociare in una separazione. Questa affermazione ci chiama però a un lavoro preventivo ogni giorno della nostra vita sui conflitti in cui siamo coinvolti e sono coinvolti i nostri figli/e o il gruppo classe.

Pochi  gli strumenti nelle nostre mani, pochi quelli che mettiamo a disposizione delle nuove generazioni, immerse sempre di più in un “linguaggio e pensiero polarizzati” che spesso si trasforma in “linguaggio d’odio” sui social e nella vita.

Ci preoccupiamo del loro benessere ma spesso ci limitiamo a prevenire, contenere il loro disagio nelle relazioni non a insegnare loro a “gestirle”, cioè a “imparare come si fa” ad affrontarle e farle evolvere quando sono presenti differenze e diversità, senza portare alle rotture o ai risentimenti.

L’approccio nonviolento sull’educazione

L’approccio nonviolento negli anni ha elaborato delle proposte molto chiare su quali competenze occorre sviluppare nel processo educativo e nel territorio affinché i conflitti possano diventare momenti di crescita reciproca e non processi che sfociano nel rancore e nell’odio.

Possiamo riassumerle in questi passaggi:

  • ascolto dei propri e altrui bisogni;
  • empatia per mantenere salda la relazione con la parte avversa senza arrivare a sentirla come “nemico”;
  • vedere i conflitti in termini di problemi “comuni” con la parte avversa da risolvere;
  • mediazione, negoziazione in un’ottica che superi la logica delle parti come “perdenti” o “vincenti”; ma che tenda a soluzioni che dia una risposta ai reciproci bisogni delle parti;
  • acquisizione di un linguaggio non giudicante, che sappia unire e non dividere.

A livello teorico tutti condividono questi passaggi. Di fatto però ci troviamo di fronte a una realtà dove sembra che la logica del vincere o perdere sia l’unica a essere interiorizzata da una gran parte delle persone.

Allora perché non funziona? Perché sempre più ci troviamo coinvolti in situazioni dove le varie diversità sfociano in separazioni, contrapposizioni, scontri?  Cosa manca?

Non teniamo conto del contesto sociale in cui viviamo

Il contesto sociale in cui viviamo ha delle caratteristiche che non fa sentire al sicuro né gli adulti né i bambini. Dove non c’è sicurezza la paura riattiva meccanismi primordiali della psiche che divide il mondo in amico/nemico. Infatti la nostra società:

  • si basa sul culto dell’individuo che ha successo e possiede molte cose. Ormai si parla di una società “solipsistica”, dove la solitudine è il sentimento che accomuna la percezione di molte persone;
  • è diventata competitiva in modo accentuato e sviluppa la logica “mors tua vita mea”
  • premia il conformismo sociale, mentre ogni tipo di dissenso viene deriso e  demonizzato, con il risultato che il “pensiero unico” sta diventando predominante , senza che le differenze possano emergere come ricchezza;
  • ha visto aumentare il divario tra le varie classi sociali e molti strati della popolazione hanno raggiunto la soglia di povertà; molti dei quali nuovi “invisibili”, costretti a vivere ai margini della società e a cui sono negati anche i diritti fondamentali;
  • ha accentuato durante  la pandemia le distanze sociali e il sospetto nei confronti degli altri come “potenziali pericoli”.

D’altra parte anche la cultura educativa degli ultimi decenni si è basata su:

  • una trasformazione della relazione educativa, di fatto asimmetrica, in relazione tra pari. L’adulto diventa bambino e adolescente, rinunciando al suo ruolo di “guida” ed educatore. Il bambino/a si trova ad affrontare il percorso di crescita senza poter confrontarsi con l’esperienza delle generazioni precedenti. Viene esaltata una cultura del “qui e ora” che però non permette alle esperienze delle generazioni passate di essere trasmesse;
  • un legame tra genitori e figli di identificazione sempre più stretta che rende difficoltoso ai genitori mantenere la giusta distanza emotiva per considerarli “altro da sé”;
  • un progressivo “permissivismo” di genitori ed educatori che hanno esaltato l’onnipotenza dei bambini e ragazzi, che non sanno più trasformare le frustrazioni della realtà in nuovi apprendimenti e adottano  spesso  comportamenti violenti o delinquenziali;
  • una cultura “digitale” e legata alle immagini, sempre più lontana dalle esperienze, che coagulano le persone intorno a “gruppi” virtuali omogenei e allontanano dall’esperienza delle diversità;
  • una esagerata prevenzione di tutti i pericoli della vita quotidiana per cui i bambini non sono più abituati a valutare la realtà. La cultura della sicurezza ha ristretto notevolmente le esperienze che i bambini possono fare nell’ambiente scolastico e extra-scolastico. Laddove non c’è esperienza entra più facilmente la paura di pericoli reali o immaginari, ma sempre distorti.

Non ci siamo accorti che…

In questi anni abbiamo agito come educatori senza considerare l’importanza dell’influenza del contesto sociale. I vari contesti sociali fanno emergere soprattutto alcuni aspetti della personalità, lasciandone nascosti degli altri… e in questi anni la nostra società ha sollecitato comportamenti di aggressività se non addirittura violenza…

Ma quali prospettive in una società sempre “connessa” per l’educazione alla pace?

Lo vedremo nel prossimo articolo.


1 commento

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  1. […] accennato nell’articolo precedente [la Terza parte di Perché parlare di guerra ai bambini, NdR] , siamo immersi in una cultura che fa della violenza […]

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