Non ho scoperto nuove terre

Antonello Ronca


Enrico Peyretti, Non ho scoperto nuove terre, Edizioni Mille, Torino 2022, pp. 102, € 11,00

L’ultimo libretto di Enrico Peyretti rientra all’interno di quel filone della produzione dell’autore che potremmo definire sapienziale, cioè di riflessione su temi di varia umanità, a differenza del filone militante, più esplicitamente dedicato ai temi della pace e della nonviolenza, o della chiesa e della società. Un filone «minore», ma fino a un certo punto, come sanno i lettori di «Rocca», rivista sulla quale Peyretti, a cadenza mensile da decenni, tiene la rubrica intitolata «Fatti e segni», di cui sono qui raccolti alcuni pezzi pubblicati dal 2017 al 2021.

Il metodo lo racconta lui stesso: «Quando hai concepito un’idea devi partorirla. Sia giorno o notte, seduto o in strada, devi interrompere quello che stai facendo, devi parlarne, o scriverla, anche in scarabocchi sul taccuino, osu un fogliaccio, perché l’idea non voli via, forse senza ritorno». È probabile che siano nati sul taccuino i pezzi di varia lunghezza, da meno di una riga («A pensar male si fa male. E basta», p. 38), in forma aforistica, talora anche molto riuscita, a pezzi di maggior respiro (di un paio di pagine, corrispondenti alla paginata della rivista), raccolti nella seconda parte del libro.

Si favoleggia che fin da giovane Peyretti giri con un taccuino in tasca, che raccoglie ormai in diverse scatole. Come dire che la scrittura è fatica, rigore, artigianato, quotidianità. Qualche (rara) volta i pezzi si ispirano a un fatto («Nel suo passeggino, un bimbo cinese, di pochi mesi. Gli sorrido e gli faccio ciao. Mi risponde con un bel sorriso. L’umanità è una sola», p. 30), più spesso sono riflessioni senza tempo, pur ancorate alla quotidianità delle relazioni. Il tono è didascalico: «Avere imparato (ricevuto) obbliga a insegnare (rendere ad altri)».

Ma chi sono i maestri di Peyretti? In mancanza di indice analitico, abbiamo raccolto alcuni nomi sfogliando il libro: Bobbio, ovviamente, di cui l’autore ha pubblicato parte della corrispondenza con lui, Gandhi, Capitini, Pontara, Mancini, cioè i grandi maestri della nonviolenza, Tolstoj e Pier Cesare Bori (l’amico filosofo quacchero), e poi papa Francesco (parecchio citato), don Mazzolari, padre Calati, don Michele Do, e ancora l’amato Kant della Pace perpetua (a cui è dedicato un lungo pezzo in due puntate), i francesi Mounier e Maritain, e Nanni Salio.

Ma c’è un maestro che li precede: la vita. Ancora una volta, en passant, Peyretti ricorda l’episodio fondante dell’intera sua riflessione sulla nonviolenza (in altri luoghi ne ha parlato più estesamente): «A nove anni, ultimi giorni di guerra, non mi impedirono di vedere dalla finestra tre uomini passar vivi e tornar morti su un carro trainato da un asino, ingiustamente fucilati. Ho imparato per sempre».

Tra i temi è possibile far emergere come filo rosso, come ha fatto Pietro Polito nella presentazione del libro avvenuta al Centro Studi Sereno Regis il 24 marzo u.s., quello della fede come interrogazione. Una fede difficile da definire, certo non intesa in senso confessionale. Ma se la fede è ricerca, cammino, dubbio ecc., come può essere anche una persuasione? E come può arrivare a affermazioni che non lasciano dubbi quali: «Solo il disarmo è razionale» oppure «La pace armata è guerra» (titoli di due pezzi del libro)? Anche la nonviolenza può trasformarsi in dogma? Interrogativi emersi nella discussione, che restano aperti, ma fanno pensare.

Oltre alla fede e alla nonviolenza, di quali altri temi parla questo libretto? Ne propongo tre, solo apparentemente meno «elevati».

  • La gentilezza («Vale più una gentilezza che cento devozioni. Difficilmente salverò un bambino che sta per affogare. Più facilmente posso cercare di consolare una persona triste», p. 24);
  • l’alba («Amo molto l’alba … Amo soprattutto quel suo primo chiarore … Ecco: quell’ora breve e sospesa, quella luce di bellezza e non di forza, un manto leggero sopra tutte le cose, non è forse come la speranza?», p. 48);
  • e infine la vecchiaia in corrispondenza col tema dei bambini: un nonno chiede ai nipotini che cosa imparino dai nonni e i nonni dai nipotini, una risponde: «I nipotini imparano dai nonni il passato e i nonni imparano dai nipotini il presente», l’altro invece risponde: «I bambini imparano a diventare grandi e i nonni a diventare bambini» (p. 27). Ecco allora il bilancio del vecchio che prova a diventare bambino: «Non ho scoperto nuove terre, ma ho raccolto buoni frutti dai campi attraversati e tutto ho cercato di rendere ai passanti sulla mia vita» (p. 21).

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