Per non finire come pesci nella rete

Pietro Polito

            “Quando un bandito minaccia di sparare sulla folla se non saranno accolte le sue richieste, o peggio ha già cominciato e continua a sparare, il dovere di quanti hanno il potere di farlo – in questo caso la comunità internazionale – è quello di trattare, trattare, trattare. Trattare la cessazione della strage. Poco importa se il bandito sia considerato un criminale, o un pazzo, o un giocatore d’azzardo oppure un capo politico irresponsabile che non ha visto accogliere le sue giuste ragioni e rivendicazioni. La sola cosa che importa è la cessazione dell’aggressione e della strage degli innocenti”[1].

            Concordo con quanto scrive Luigi Ferrajoli. Come ci ha insegnato Norberto Bobbio, l’azione diplomatica è una via imprescindibile per la costruzione della pace. Bobbio ha sempre dato la sua preferenza al pacifismo giuridico, cioè alla via che guarda alla creazione di nuove istituzioni o al rafforzamento di quelle vecchie che hanno fornito una buona prova. Tra queste ce n’è una, l’Organizzazione delle Nazioni Unite, che,  dopo il fallimento della Società delle Nazioni, costituiva per Bobbio e potrebbe costituire oggi, “il primo grande tentativo di democratizzare il sistema internazionale”[2]. Bobbio ne tesse l’elogio in un articolo intitolato In lode dell’ONU e nel saggio Le Nazioni Unite dopo quarant’anni ne analizza la storia e le prospettive, senza tacerne i limiti che le impediscono di assumere il ruolo del “Terzo assente”.

            Numerose sono le pagine che Bobbio ha dedicato al tema del Terzo. Da un lato per uscire dall’equilibrio del terrore occorrerebbe che le grandi potenze rinunciassero alla loro forza per affidarla a un potere comune, un terzo al di sopra delle parti, che avesse l’autorevolezza e la forza per dirimere i conflitti internazionali; dall’altro non s’intravede sulla scena della storia un soggetto con simili caratteristiche.

            Qual è, secondo Bobbio, il Terzo possibile? Egli guarda con maggiore o minore fiducia alle Nazioni Unite, Terzo al di sopra delle parti; all’Europa, Terzo tra le parti; alla Chiesa, alle chiese, ai movimenti religiosi e pacifisti, Terzo contro le parti. Tuttavia egli conclude che al momento attuale non si è ancora formato il Terzo possibile da lui auspicato: per l’impotenza delle Nazioni Unite; per le divisioni dell’Europa; perché “le varie forze variamente spirituali sono almeno sino ad ora soltanto una testimonianza o un preannunzio di un mondo diverso”.

            Ma, se è certamente sconsigliabile affidare le vie della pace a coloro che,  nonostante due guerre mondiali e la svolta atomica, non hanno mai considerato o non considerano più la guerra una via bloccata, in ogni caso è poco prudente confidare solo nelle nell’azione diplomatica degli stati. Le vie della pace sono soprattutto nelle nostre mani di noi “inermi” e degli “uomini di buona volontà” che danno vita alle “forze variamente spirituali” che lavorano per la pace.

            Dal punto di vista dell’educazione alla pace, significativo è il nesso che esiste tra i movimenti per la pace e i movimenti per i diritti dell’uomo che, “procedendo di pari passo, si rafforzano a vicenda. La pace è la condizione sine qua non per una efficace protezione dei diritti dell’uomo e nello stesso tempo la protezione dei diritti dell’uomo favorisce la pace”.[3] In effetti dovrebbe essere evidente che i diritti dell’uomo – dal diritto alla vita ai diritti di libertà; fino al diritto a vivere dignitosamente – sono minacciati, oltre che, ovviamente, dallo stato di guerra effettivo, dal solo stato di guerra potenziale.

            Infatti, in primo luogo, l’avvenire della pace è strettamente connesso con quello della democrazia. Il processo di democratizzazione del sistema internazionale procede di pari passo con quello di democratizzazione all’interno degli stati, in quanto un potere comune al di sopra delle parti è tanto più possibile quanto più sono omogenee le forme di governo degli stati che ne fanno parte. Non a caso il primo articolo per la pace perpetua di Kant recita: “La costituzione civile di ogni Stato deve essere repubblicana”. Inoltre, se ci si pone dal punto di vista della filosofia della storia, lo sforzo di proteggere i diritti dell’uomo, estenderli ad altri soggetti e svilupparne l’ambito, “può essere interpretato come un segno premonitore (signum prognosticum) del progresso morale dell’umanità”.[4]

            Guardando oltre, nella stessa linea dei movimenti per la pace e dei diritti dell’uomo, si muovono i movimenti nonviolenti. Sono fautori di un’altra storia mossa da un’altra etica, l’etica del dialogo, contrapposta alla storia attuale segnata dai demoni della volontà di potenza. Se per il filosofo-profeta (Aldo Capitini) l’ideale della nonviolenza rappresenta il “varco attuale” della storia, per il filosofo-scienziato (Bobbio) è “il momento utopico” del suo pensiero”[5]. I realisti hanno buone ragioni quando argomentano che, se pur desiderabile, una società integralmente nonviolenta, è difficilmente realizzabile. Tuttavia, come non riconoscere che il passaggio dal regno della violenza a quello della nonviolenza sia il vero “salto qualitativo” per uscire dal labirinto? Il passaggio dalla riforma delle istituzioni al rinnovamento della persona.

Per non finire come pesci nella rete

Photo by Mathias P.R. Reding on Unsplash

            Coloro che perseguono l’ideale della società nonviolenta sono gli obiettori di coscienza, cioè coloro che non accettano nessuna giustificazione della guerra. Per gli obiettori di coscienza non esistono guerre giuste: la guerra non è né un male minore, né un male necessario, né un fatto inevitabile: la guerra è un male assoluto. Come Bobbio scriveva nel 1966, in quello che rimane il suo più importante saggio su questi temi, Il problema della guerra e le vie della pace, la “pratica dell’obiezione di coscienza”, è “una testimonianza reale della conquista della pace attraverso una riforma morale, una specie di prefigurazione di un’umanità liberata dalla guerra per ragioni religiose o morali”[6]. È una via incerta, è sì la via più efficace e insieme la meno attuabile, ma è l’unica per non finire come pesci nella rete.

 

 


Note

[1] L. Ferrajoli, Per la pace le Nazioni unite in seduta pubblica e permanente sull’Ucraina, “il manifesto”, mercoledì 16 marzo 2022, p. 15.

[2] N. Bobbio, II terzo assente. Saggi e discorsi sulla pace e la guerra, a cura di P. Polito, Torino, Edizioni Sonda, 1989, p. 224.

[3] Ivi, p. 96.

[4] Ivi, p. 115.

[5] Ivi, p. 10.

[6] N. Bobbio, II problema della pace e le vie della guerra, Bologna, Il Mulino, 1979;Nella II ed. 1984 il brano si trova a p. 90.


Articolo pubblicato anche sul sito del Centro studi Piero Gobetti

 

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Sentitevi liberi di contribuire!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.