Euroscetticismo e paura: partecipazione e informazione come contrasto

Deborah Dettori

di Deborah Dettori

Euroscetticismo e paura
Foto Matteo Paganelli | unsplash

Il 5 marzo si è tenuto a Trieste l’incontro dal titolo “Euroscetticismo alle porte dell’Europa”, con la partecipazione dell’Associazione Europea per la Democrazia Locale (ALDA), Political Capital, l’Università di Malmö, Europa Nova, Friends of Europe e WiseEuropa. Argomenti principali della conferenza, come intuibile, sono stati i fenomeni di euroscetticismo e paura ma con particolare attenzione a tematiche attuali riguardanti la disinformazione e le politiche migratorie.

Euroscetticismo è un termine di cui si sente frequentemente parlare ma per cui non è semplice trovare una definizione univoca. Si tratta, infatti, di un concetto complesso che racchiude in sé diversi orientamenti politici, diversi modi di pensare l’Unione europea e diversi gradi di opposizione a tale istituzione e alle sue politiche.

Da ciò, EUscepticOBSERVE – progetto promosso dai partner partecipanti all’incontro – si propone di studiare e approfondire l’euroscetticismo e capire le dinamiche a esso collegate, partendo dal coinvolgimento diretto dei cittadini e dalla raccolta dei loro punti di vista. Per fare ciò, il progetto organizza dei workshop in cui viene stimolato un dibattito tra gruppi di cittadini orientato a fornire raccomandazioni pratiche che vengono poi concentrate in un manifesto politico. Ulteriore obiettivo dei partner è quello di creare un sito web che racconterà, in maniera graficamente intuibile e accessibile per tutti, i partiti politici euroscettici.

Dibattito democratico e accesso all’informazione diventano quindi un punto di partenza per cercare insieme una soluzione a un fenomeno che spesso è collegato alla fomentazione della paura tra i cittadini. Tra i temi più strumentalizzati in tal senso si può individuare sicuramente quello dell’immigrazione, divenuto motivo di paura e sfiducia che allontana cittadini e istituzioni politiche. Non a caso, la campagna a favore dell’uscita del Regno Unito dall’Ue nel 2016 enfatizzò la narrazione del “riprendere il controllo dei propri confini”, basata sulla disinformazione e sulla criminalizzazione degli immigrati. Narrazione, questa, ancora fortemente presente in un’Europa che sempre di più respinge e innalza muri.

L’attuale situazione in Ucraina e la seguente apertura dei confini ai milioni di rifugiati da parte dei paesi europei non devono, tuttavia, indurre alla convinzione di un ritrovato senso di solidarietà. Infatti, come ha sottolineato la professoressa Roberta Altin intervenuta all’incontro, l’accoglienza è facilitata durante le prime ondate di immigrazione quando l’emergenza è alta ed è particolarmente sentita dall’opinione pubblica. Il destino dei richiedenti asilo nei paesi accoglienti rimane incerto e soggetto all’andamento degli eventi e al tipo di narrazioni che si vengono a creare.

Quando l’empatia diminuisce e nel dibattito iniziano a prevalere la disinformazione e il pregiudizio, la persona immigrata diventa una presenza fastidiosa, da tenere quasi nascosta dalla società. Questo si è tramutato nel nostro paese in politiche di accoglienza che hanno portato alla normalizzazione di centri, spesso sovraffollati e disfunzionanti, che risultano somiglianti a delle carceri.

Tra gli esempi negativi nel territorio friulano viene riportato da Altin il CPR di Gradisca d’Isonzo, attivo dal 2006. Fuori dal contatto con le persone, gli immigrati rimangono in una zona isolata all’interno di un’ex caserma dismessa, circondata da alte mura oltre cui non è possibile vedere.

D’altra parte, quella di Villaggio del Pescatore, borgo di 300 abitanti tra Gorizia e Trieste, è la dimostrazione che invece l’accoglienza è possibile senza dover ricorrere a metodi disumanizzanti. Proprio in questo luogo, nel 2015, veniva inserito un gruppo di richiedenti asilo in un programma di accoglienza diffusa, consistente nella loro integrazione nel tessuto sociale attraverso il contatto con la popolazione locale. La particolarità di questo caso risulta nel fatto che tale centro nacque negli anni ’50 per dare ospitalità a migranti provenienti dai territori ceduti alla Jugoslavia e oggi è principalmente abitato da quelle stesse persone, ormai divenute anziane.

Nonostante l’elemento in comune nel loro vissuto, gli abitanti di Villaggio del Pescatore inizialmente erano diffidenti e impauriti dalla presenza di quei profughi. Ciò che ha consentito un miglioramento della situazione è stato il ruolo di mediazione assunto dalla chiesa locale e da alcune associazioni che hanno provveduto a stimolare la conoscenza e l’interazione tra migranti e cittadini.

Villaggio del Pescatore è solo uno dei casi di accoglienza diffusa, pratica promossa a Trieste che ha visto un particolare incremento nell’uso di piccoli appartamenti posti in diverse aree del territorio per evitare fenomeni di ghettizzazione delle persone migranti e, quindi, favorire la fiducia reciproca.

Questi esempi mostrano come la conoscenza e la partecipazione derivanti dal ruolo attivo del cittadino possano rendere possibili i valori di solidarietà alla base dell’identità europea, che dovrebbero essere fondamentali per evitare divisioni sociali e fisiche. Usando le parole riportate durante la conferenza dell’antropologo e profugo iraniano Shahram Khorsavi:

“Una volta poste in essere, frontiere e barriere assumono vita propria. Suscitano emozioni e idee anche dopo la loro caduta. I muri di confine modificano il territorio sociale e continuano a esercitare un forte impatto sull’immaginario e sui rapporti sociali anche molto dopo il loro crollo. Il loro significato simbolico è ben più grande della loro presenza fisica. Le frontiere producono nuove soggettività. I muri fisici durano poco, ma il loro impatto sugli schemi mentali si protrae per molto tempo. La frontiera segnala che chi sta dall’altra parte è diverso, indesiderato, pericoloso, contaminante, persino non umano.” (Io sono confine, 2019).


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