Perché parlare di guerra ai bambini? Prima parte

Rita Vittori

di Rita Vittori


Perché parlare di guerra ai bambini?
Photo by Glenn Carstens-Peters on Unsplash

Con l’intensificarsi delle ostilità in Ucraina, bambini/e sono esposti a notizie, immagini sulla guerra e naturalmente pongono delle domande: Che cosa è la guerra? Perché la fanno? Ma è vero che ci sono le bombe? Ma si muore? E così via… Perché parlare di guerra ai bambini?

Domande giuste, dirette, di fronte alle quali spesso ci troviamo in imbarazzo a trovare le parole giuste, se esistono. È normale questa titubanza, non è facile dare spiegazioni logiche a quello che si sa essere insensato e che suscita in noi paura, insicurezza se non angoscia.

Ma la nostra funzione è di vitale importanza.

L’adulto mediatore della realtà

Ce lo spiega bene Wilfred Bion (1897-1979), psicoanalista britannico del secolo scorso: noi adulti siamo coloro che «digeriscono simbolicamente» le emozioni vissute dal bambino/a  nella vita quotidiana e gliela restituiscono in forma accettabile e comprensibile, così che lui/lei possano elaborarle, farle diventare parte del proprio mondo interiore e costruire una visione del mondo in continua evoluzione.

Parlando con noi della guerra i bambini/e possono allora porre interrogativi per esplorare il mondo, «dare un nome» a tante cose viste ma sconosciute, porle in connessione tra loro, alleggerire il peso emotivo di paure vissute senza confini che rischierebbero di rimanere imprigionate dentro di loro.

Attraverso le nostre semplici e vere parole possono così introiettare una realtà complessa. Noi prestiamo loro le parole per descrivere realtà disintossicata dall’ «angoscia senza nome», come la definisce Bion quando il bambino/a non ha le parole per dire. Solo così apprende nuove modalità più complesse  di pensiero, catalogandole all’inizio in criteri come bello/brutto, buono/cattivo, nemico/amico e poi cogliendo maggiore sfumature. Si sviluppa così la sua capacità di «mettersi nei panni degli altri», base emotiva per contrastare ogni comportamento violento.

L’importanza delle emozioni degli adulti

Il nostro modo di rispondere alle loro domande allora fa la differenza: loro si aspettano da noi la verità, non desiderano bugie. Hanno bisogno di verità, di comprendere a quali valori credere. Nello stesso tempo hanno bisogno di un adulto che sappia accogliere le loro paure senza esserne a sua volta spaventato… Riesca a mantenere viva la «speranza» come capacità di trovare delle risposte e la forza di reagire agli eventi dolorosi della vita.

In altre parole cosa succede se noi temiamo  di parlare chiaramente di cosa pensiamo delle malvagità che la guerra porta con sé? Se preferiamo solo rassicurarli senza chiedere loro che cosa pensano o sentono per il timore di vederli soffrire?

Succede che faticheranno a trasformare in pensiero e parole gli elementi emotivi e sensoriali avvertiti davanti magari a immagini di distruzione, dolore degli scenari bellici o ascoltando casuali commenti degli adulti. Il bambino/a percepisce l’imbarazzo o la paura dell’adulto che sommata alla propria diventa un peso grande su piccole spalle.

Questi elementi vagheranno nella mente dei bambini/e in cerca di un modo per essere espulsi attraverso somatizzazioni varie. Ci possono essere modalità più serie come attacchi d’ansia, pianti improvvisi, giochi ossessivi, disturbi del sonno o anche più leggere come agitazione, allegria sfrenata, apparente indifferenza. Tutti modi per liberarsi di emozioni indigeste.

Narrare le guerre

Parlare delle guerre con spiegazioni adatte alle diverse età è allora un primo passo importante per riuscire a trasmettere i valori del rispetto di ogni forma di  vita, negato dall’ esistenza delle guerre in quanto tali.

Ma facciamo un passo in più: le guerre sono una realtà che in questi anni stanno devastando molte parti del nostro pianeta, ma sono assenti dalle testate giornalistiche, dalle programmazioni televisive. Non dimentichiamo che gli investimenti nell’industria bellica nel nostro Paese sono aumentati in questi anni, a scapito di quelli che avrebbero migliorato la sanità pubblica e l’istruzione pubblica. Non possiamo dimenticare.

Ci viene incontro la Narrazione. La si definisce una pratica educativa indispensabile per costruire la visione del mondo e interagire con esso. E come per Jerome Bruner (1915-2016), psicologo  statunitense, ciascuno di noi è il prodotto di ciò che ha ascoltato e raccontato.

Quando raccontiamo, leggiamo dei racconti riusciamo a esprimere molteplici significati, intrecciamo in modo stretto la dimensione emotiva e quella cognitivo-razionale che diventa esperienza interiore. Ciò che ascoltiamo diventa cioè parte della nostra esperienza di vita, parte di noi.

Ma soprattutto permette quel saggio «distanziamento psicologico» che l’immagine non permette con la sua intensità emotiva. L’ascolto delle storie degli altri ci fa identificare nei vari personaggi partecipando delle loro emozioni sapendo che non sono nostre. Noi non stiamo vivendo quella situazione, ma ci sentiamo vicini a chi la vive. Guardiamo con gli occhi interiori il dramma della guerra mentre si snodano gli avvenimenti raccontati, ma intanto riflettiamo, facciamo considerazioni, nascono domande e considerazioni.

Allora ciò che fanno i genitori, i nonni e molti insegnanti quando leggono racconti anche dolorosi ha un valore non solo educativo (trasmettono valori) ma anche catartico (le vicende raccontate non sono la realtà e possiamo parlarne).

Facciamolo sempre… non solo ora…

Narrare per dare speranza

Narriamo non per seminare disperazione, ma per dare speranza…

Sembra strano e contraddittorio… invece andando a vedere la radice etimologica della parola speranza scopriamo che deriva ovviamente dal latino spes, che però a sua volta si ricollega alla radice sanscrita «spa» che significa «tendere verso una meta».

Ecco aprirsi nuovi scenari!

La «speranza» non è un vago sentimento che qualcosa cambierà per mano di qualcuno non ben definito, ma è un invito ad agire insieme verso una «meta»… una società dove si vive in modo coerente con i diritti umani, di cui si parla ogni anno senza alcuna apparente influenza sulle scelte politiche anche nel nostro Paese. Fino a quando non sentiremo nascere dentro di noi la ribellione verso una società schizofrenica che si fa promotrice di diritti non praticati, non sapremo cosa fare… decidere insieme ai bambini/e, ragazzi/e in quali modi esprimere non solo il dissenso verso le guerre è il primo passo verso quella meta che significa speranza.


2 commenti
  1. Adelaide rizzitelli
    Adelaide rizzitelli dice:

    Splendido articolo per la chiarezza di linguaggio e la profondità nel cogliere aspetti emotivi non manifesti nella relazione bimbo/adulto.
    Importante è poter disporre di una cassetta degli attrezzi per fronteggiare un momento difficile.

    Rispondi

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  1. […] prima parte dell’articolo “Perché parlare di guerra ai bambini?” abbiamo cercato di ragionare […]

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