La pace con le macchine

Dario Cambiano

Sono usciti recentemente due film che parlano di un tema simile, la pace con le macchine, ovviamente in modi molto differenti. Parlo di Finch, di Miguel Sapochnik (non tragga in errore il poco conosciuto regista… poco conosciuto per noi, chi segue Il Trono di Spade lo adora), dietro questo film c’è il lavoro di Ivor Powell, lo sceneggiatore di Alien e Blade Runner; e di Big bug, l’ultimo lavoro di Jean Pierre Jeunet (ricordate Amelie?).

La pace con le macchine
La pace con le macchine | Finch
La pace con le macchine
La pace con le macchine | Big bug

Adesso dovrei affrontare il paragrafo delle sinossi, cosa che sta diventando sempre più difficile, perché il movimento No Spoil è sempre più agguerrito. Circa il primo film, Finch, diciamo che un uomo cerca di migliorare le performance di un robot per potergli affidare la cosa cui tiene di più (più generico di così si muore). Big bug invece racconta le vicende di un gruppo di persone alle prese con una rivolta telematica  (e amen per chi non ha capito nulla).

Il focus di entrambi i film è la acquisizione di sentimenti da parte dei sintetici (uso la terminologia di Alien, visto che viene dalla stessa mente). In modo più sentimentale (Finch) o più ironico (Big bug) il tema è appunto se e quando le intelligenze artificiali potranno elaborare sentimenti, in pratica emulare – definitivamente – l’uomo.

Senza irritare i temibili No Spoil, vi dico solo che entrambi i film finiscono con una affermazione positiva alla domanda precedentemente posta.

Bene. Perché ne parliamo qui? Perché, come sapete, da sempre i film di fantascienza, o quelli di fantasy, si interrogano su questioni poste nella nostra realtà, suggerendo – o preconizzando – possibili soluzioni. Da Avengers – infinity war, fino a Kingsman – secret service, ad esempio, i film si interrogano sul tema della sovrappopolazione, offrendo ovviamente soluzioni irricevibili, non a caso attribuite ai “cattivi”.

In Finch e Big bug invece il tema delle emozioni che possono provare i sintetici va oltre. Arriva a suggerire (con livelli di profondità diversi, Finch è un film completo ed emozionante; Jeunet invece non è riuscito nell’intento di unire alle sue spiccate doti ironiche una riflessione di un qualche spessore) che alla fine non ci sia differenza tra umani e sintetici.

Non è cosa da poco, e merita una riflessione. Noi umani siamo abituati a pensare alla vita come qualcosa di collegato alla nostra fisicità (carne, ossa, cervello, sensi); ma se andiamo più a fondo ci accorgiamo che tutte le nostre relazioni sono interazioni elettriche: cosa vediamo, realmente? Cosa gustiamo, realmente? Cosa tocchiamo, realmente?

Siccome questo non è un trattato di neurofisiologia, vi rimando a Google: lui sa.

Quindi questi film ci dicono che la differenza tra umani e “intelligenti artificiali” è sempre più sottile. Che forse anche loro potrebbero avere un’anima (un’anima elettrica, proprio come la nostra, alla fine, solo che sviluppata attraverso materiale non organico).

Ma perché proporci questa similitudine? Ci interessa davvero sapere che le emozioni, l’anima addirittura, potrebbero sopravvivere alla stessa umanità, ereditati da sintetici, il cui unico problema sarebbe che si assicurassero una ricarica quotidiana? Presentarci dei sintetici simpatici (Adalpina! Taca la musica!, profetava Faletti, ora tutti parlano a Siri o ad Alexa più o meno con la stessa spocchia autoritaria) serve a che noi ci abituiamo alla loro presenza? Ci interessa imparare a relazionarci con gli intelligenti artificiali?

Si, ci interessa. O meglio, non a voi o a noi, ma ai Master dell’Universo, cioè quella decina di persone che impunemente e senza alcun controllo sociale decidono cosa succederà alle prossime generazioni (devo fare i nomi? Sono sempre i soliti). E sono dei pazzi? O sono dei benefattori?  Discutiamone.

Intanto ecco cosa fanno…

Ehm, non sono sicuro di voler sapere come andrà a finire questa storia…


Cinema e pace, a cura di Dario Cambiano


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