Sfruttamento e oppressione del sistema scolastico

Benedetta Pisani

di Benedetta Pisani


Sfruttamento e oppressione del sistema scolastico

Venerdì, 18 febbraio 2022, è stata la giornata delle manifestazioni studentesche. A Torino, migliaia di persone si sono radunate in Piazza XVIII Dicembre, di fronte la stazione di Porta Susa. Studenti, insegnanti e rappresentanti dei sindacati hanno dato vita a un corteo entusiasta e appassionato, per dire basta all’alternanza scuola-lavoro e agli stage non pagati; per contrastare le logiche di sfruttamento e oppressione del sistema scolastico, trascurando il suo ruolo fondamentale: difendere il diritto all’istruzione e ampliare le possibilità di accesso a un’educazione adeguata. Dopo Lorenzo Parelli, morto a 18 anni, un altro studente, Giuseppe Lenoci, ha perso la vita all’età di 16 anni. Quali sono i valori su cui si basa la scuola? Che cos’è la scuola oggi?

La scuola è storicamente teatro sperimentale di diverse visioni pedagogiche: strumento di propaganda politica o luogo di emancipazione individuale e collettiva. La prospettiva democratica ha trovato terreno fertile, soprattutto nella seconda metà del XX secolo, sviluppando una concezione educativa essenzialmente umanista. Oggi, la veloce e irrefrenabile corsa verso una produttività totalitaria – “sempre e ovunque” – complica il processo di individuazione delle modalità e delle finalità educative all’interno del sistema scolastico italiano. Ma continuare a correre senza una meta conduce al rafforzamento della precarietà economica e intellettuale; all’estensione di una bolla di individualismo, in cui la fonte principale di cultura si allontana sempre di più dai banchi di scuola.

Le manifestazioni di oggi sono una chiara espressione di un bisogno collettivo: restituire alla scuola dignità. E per farlo è necessario un atto di ribellione intellettuale e di disobbedienza civile, che rendano la scuola un luogo di confronto argomentativo; una palestra di dibattito in cui poter allenare il proprio pensiero critico. “Dopo un primo giro di occupazioni e proteste romane, la rabbia ha dilagato. Anche qui, a Torino, ci sono state misure repressive durissime. Da questo, la necessità di stabilire una data nazionale che andasse a rompere quel modello di scuola contro cui stiamo protestando: una scuola non più riformabile ma che va rivoluzionata, senza compromessi”, racconta Ada, una giovane rappresentante di Opposizione Studentesca d’Alternativa.

La pandemia

Gli effetti della pandemia, nel lungo periodo, hanno confermato la necessità di mettere in atto una vera e propria rivoluzione economica, politica e culturale. In un momento iniziale, infatti, non pochi ottimisti – un po’ ingenui – hanno creduto che il Covid-19 potesse rappresentare l’occasione per rimettere l’istruzione, l’ambiente e la sanità  al centro delle discussioni politiche. Evidentemente, così non è stato. Al contrario, questi temi sono stati trasformati in variabili dipendenti del sistema capitalistico. «Precarietà, miseria e lutto: pagherete caro, pagherete tutto», è uno dei motti gridati al megafono dai giovanissimi manifestanti.

Al fianco degli studenti, nel corteo sfilano anche rappresentanti di collettivi universitari e associazioni ambientaliste, come Friday For Future. “Abbiamo deciso di unirci alle proteste perché i problemi che si vivono a scuola sono gli stessi che si vivono all’università. La pandemia non ha fatto altro che togliere spazi: aule studio riscaldate e mense chiuse ci hanno costretti fuori. In più, i rettori delegano agli insegnanti la responsabilità di decidere se fare lezione in aula o online, e questo crea molta confusione. A volte, capita di avere una lezione a distanza e la successiva in presenza e, considerando che le biblioteche sono chiuse, diventa molto difficile gestire tutto”, spiega Barbara Mezzalama, una portavoce del Collettivo Universitario Autonomo.

La dad

In questi mesi, la didattica a distanza ha messo in luce tutte le sue zone d’ombra. Se, da un lato, ha arginato la diffusione del virus tra i corridoi di scuole e università, dall’altro ha certamente rallentato i processi di emancipazione; ostacolato l’attraversamento costruttivo delle insicurezze tipiche dell’età adolescenziale, trasformandole in paure; acuito le disparità economiche; e ampliato i disagi insiti in ogni società individualista, in cui hai valore solo se produci.

“Poi, c’è il discorso del lavoro e dello sfruttamento”, continua Barbara. “Noi studenti universitari facciamo dei tirocini gratuiti e questo ci avvicina molto agli studenti medi. La scuola-lavoro non ha alcun senso. Molti progetti sono in aziende inquinanti, cosa che nel 2022 è inaccettabile considerata la consapevolezza sulla crisi climatica… Se vogliamo parlare di transizione ecologica, non possiamo permetterci di formare studenti e studentesse che lavorano in fabbriche inquinanti. Friday For Future ha deciso di partecipare alla manifestazione perché crediamo che la scuola debba prendere tutt’altra direzione; è inaccettabile che, in alcuni istituti, i progetti di educazione civica e ambientale siano in mano a Eni”.

Ripensare la scuola significa riportare al centro il piacere del ragionamento e della creatività, per far emergere nuovi problemi e trovare nuove soluzioni. Sviluppare il proprio pensiero critico e, soprattutto, la sicurezza in sé stessi necessaria per esprimerlo, è un compito complesso. L’educazione ai sentimenti e all’affettività gioca un ruolo fondamentale in questo processo; è necessario superare la concezione rigida dell’insegnamento frontale e trovare il coraggio di scoprire la bellezza della condivisione.

L’apprendere

È sempre più urgente il bisogno di sostituire l’immagine statica e passiva delle “teste vuote da riempire”, con la meraviglia dell’apprendimento. “Gli studenti hanno diritto a un’istruzione seria, a degli spazi, a una scuola inclusiva e sicura. Loro hanno voglia di stare insieme, di tornare a scuola, in presenza. C’è chi la vuole destrutturare, darla in mano alle multinazionali… Noi non vogliamo questo. La scuola deve essere statale, gratuita e di alto livello. Non possiamo mandiamo i ragazzi a lavorare nei cantieri… così, si torna indietro di duecento anni.”, racconta la Professoressa Paola Gandini, dell’istituto di grafica Albe Steiner.

Ripensare la scuola significa riportare al centro le persone; non in una dinamica gerarchica, ma orizzontale, in grado di ripristinare le istanze progressiste e i valori di solidarietà e uguaglianza su cui si basa la democrazia. Mettere ciascun individuo nelle condizioni di esprimere le sue potenzialità, senza creare disparità al punto di partenza o discriminazioni all’arrivo. Rendere la tecnologia uno strumento accessibile a tutti e non un’arma alienante e selettiva. Formare persone libere di scegliere, capaci di manifestare e ribellarsi. Ripensare la scuola significa rivoluzionarla. E così, salvarla.


Una versione ridotta dell’articolo è stata pubblicata da Dinamo Press

Le fotografie sono di Benedetta Pisani

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