La Corte costituzionale e i quesiti referendari

Marco Labbate

di Marco Labbate


La Corte costituzionale
Il Presidente Sergio Mattarella con i Giudici della Corte Costituzionale, in occasione della riunione straordinaria della Corte per la presentazione della Relazione sulla giurisprudenza della Corte Costituzionale nel 2018 | Fonte: Quirinale.it, Attribution, via Wikimedia Commons

La Corte costituzionale è fatta di persone. E dunque anche i suoi pronunciamenti sono cose umane che possono essere contestate e lasciare insoddisfatte le aspettative che vengono da una società. Tuttavia mi sembra ci siano state alcune decisive semplificazioni nel trattare le sentenze con cui ha rifiutato i requisiti referendari relativi a due importanti battaglie civili. In attesa del deposito delle sentenze con le motivazioni, fatico a trovare grosse mancanze nelle spiegazioni date dalla Corte, almeno da quanto trapelato.

Mi sembra che queste nulla abbiano a che vedere con le giuste aspettative di chi attende da troppo tempo che il nostro ordinamento si apra a una norma sul fine vita e a una depenalizzazione delle droghe leggere, né con la presunta bigotteria o con l’arretratezza culturale del Paese. Semplicemente, mi sembra evidente che i quesiti referendari fossero delle proposte inadeguate rispetto all’obiettivo che si ponevano. Come se per far passare un carico eccezionale, troppo largo per una galleria, si decidesse di sbancare un’intera collina e non di cambiare strada.

Il referendum cosiddetto sull’eutanasia non era un referendum sull’eutanasia, ma sull’abrogazione dell’omicidio del consenziente. È evidente che le due cose sono sovrapponibili solo in parte e che un’abrogazione di quel reato avrebbe creato un vuoto normativo. In maniera diversa, ma simile, il cosiddetto quesito sulla “depenalizzazione della coltivazione della cannabis”, in realtà depenalizzava la coltivazione di tutte le sostanze stupefacenti presenti nelle due tabelle citate all’articolo 73 del Dpr 309/90. La sineddoche vale in poesia, non in diritto.

Ora a mio avviso, se per i promotori vale l’attenuante di essere dovuti ricorrere a uno strumento grezzo come il referendum abrogativo, causa l’incapacità della politica di prendere in carico queste due istanze, pesano, a mio avviso, nel modo in cui sono stati presentati i due quesiti, le scorciatoie lessicali adoperate. Si sono presentate le cose con nomi diversi da quello che erano.

Si può non essere d’accordo con la sentenza della Corte, ma si dovrebbe considerare la materia su cui è veramente intervenuta, non la scorciatoia propagandata. Non credo faccia bene alla causa impostare in maniera semplicistica gli aspetti di una battaglia politica, che ha certamente alto valore civile; ma è complessa e non può essere risolta con una contrapposizione frontale, né cedere alla banalizzazione di una propaganda grossolana, per quanto animata dai migliori principi e da un’attesa frustrante rispetto a istituti attesi. Frasi come “Non vogliono far esprimere i cittadini” non esce da uno stadio di mero populismo, perché è totalmente fuori fuoco rispetto a quanto accaduto.

Nemmeno regge il paragone con i grandi referendum degli anni Settanta: divorzio e depenalizzazione dell’aborto sono stati introdotti dal Parlamento con leggi ad hoc. I referendum sono arrivati dopo per confermare o respingere una norma già approvata da una maggioranza parlamentare, che aveva una sua organicità. Non si è cercato di fatto entrare il divorzio abrogando gli articoli relativi al matrimonio! (Il mio è chiaramente un paradosso).

Unico appunto (non irrilevante) da fare alla Corte è l’inopportunità di una conferenza stampa, con ancora le motivazioni non depositate. Il presidente si è abbandonato a considerazioni assai superficiali, come quelle sulla raccolta firme online, rispetto a quelle in gazebo. Credo che come istituzione la Consulta debba mantenere un certo distacco temporale e comunicativo rispetto alle esigenze della cronaca: un sobrio comunicato era sufficiente. Ciò detto è tutta l’asse della battaglia politica che va indirizzata altrove.

Non vi era altra strada prima e non vi è altra strada ora che quella di passare in Parlamento. Perché sia l’ingresso in legislazione dell’eutanasia, sia la depenalizzazione delle droghe leggere sono entrambi istituti delicati, che necessitano di leggi ad hoc, che trovino un inevitabile bilanciamento tra le diverse sensibilità, e non soluzioni rozze o abborracciate. Il vero problema sono l’inerzia del Parlamento e l’ostracismo a oltranza messo in atto strumentalmente da una parte di esso, con una propaganda di bassissimo conio. Infatti il trionfante «Sconfitto il partito della droga» usato da Gasparri, è così in malafede da dare il voltastomaco. Ma non c’è altra via che l’accordo politico. Forse dopo un ventennio di lessico incentrato sulla sua sistematica trasformazione in “inciucio”, meriterebbe nuova considerazione. Ma la fattura non eccelsa della classe politica non aiuta.


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