Monica Vitti, un ricordo

Massimiliano Fortuna

di Massimiliano Fortuna


Monica VItti

Mi ricordo che molti anni fa un quotidiano francese, credo «Le Monde», riportò sulle sue pagine la notizia della morte di Monica Vitti. Morte per suicidio, causato dall’assunzione di barbiturici (beh, aveva interpretato Marilyn a teatro…). La Vitti, e c’era da aspettarselo, non se la prese e ci scherzò sopra. Del resto non era la prima a cui capitava, tra gli altri era successo a Mark Twain, che commentò con una frase rimasta celebre: «la notizia della mia morte è fortemente esagerata».

Questa volta la notizia è vera, Monica Vitti se n’è andata, poco dopo avere compiuto novant’anni. Però, tranne che per il suo nucleo famigliare più ristretto, per quanti, pochissimi credo, negli ultimi anni hanno continuato a vederla, il suo «essersene andata» era già tale da parecchio tempo, infatti la sua presenza pubblica era venuta meno  dai primi anni duemila. Ma, come sappiamo, i grandi artisti hanno il potere di restare nei ricordi di molti oltre il confine della propria morte fisica, non se ne vanno, non facilmente almeno. Per Monica Vitti da vent’anni era già così, continuavamo a vedere i suoi film anche se lei in giro non la si vedeva più.

Dunque Monica Vitti se n’è andata ma naturalmente resta con noi, come restano con noi Mastroianni, Sordi, Proietti, Tognazzi, Antonioni, Monicelli e tutti i grandi, attori e registi, con i quali aveva lavorato. E la forza di quel cinema, vista ormai a distanza di qualche decennio, appare sempre più evidente, sempre meno dubitabile la sua capacità di raccontare, modulando i diversi registri del dramma e della comicità. Queste differenti tonalità la Vitti ha saputo interpretarle come poche altre attrici, forse come nessun’altra nel cinema italiano del Novecento.

Da presenza feticcio, erano i primi anni Sessanta, nei film di Antonioni, con le loro atmosfere sospese, nelle quali a significare sono i silenzi prima che le parole, a interprete brillante e irresistibile di tante commedie all’italiana a partire dalla fine di quel decennio.Monicelli, che con «I soliti ignoti» aveva valorizzato le doti comiche di Vittorio Gassman, dieci anni dopo farà qualcosa di analogo con la Vitti, affidandole il ruolo di Assunta ne «La ragazza con la pistola», che non è la prima commedia interpretata dalla Vitti, ma è forse quella che ne ha sancito la decisiva affermazione come attrice capace di far ridere.

Allora, per misurare la sua bravura e definire il suo talento, credo sia sufficiente ricordare questa capacità di essere a proprio agio in ruoli tanto distanti fra loro. Tra la tormentata e introspettiva Giuliana di «Deserto rosso», perennemente inappagata della sua esistenza borghese, e la soubrette d’avanspettacolo Dea Dani, che canta scosciata sul proscenio «Ma ‘ndo vai se la banana non ce l’hai», davvero c’è un abisso. Se un’attrice ha saputo essere credibile su entrambi i versanti di questo abisso, allora non ci sono dubbi sul fatto che sia stata una grande attrice.


1 commento
  1. Cinzia
    Cinzia dice:

    grazie Massimiliano.Come sempre impeccabile, e non solo nello stile di scrittura.
    Firmato: una cinefila, anzi "malata" di cinema (e pure nata dello Scorpione, come Lei).

    Rispondi

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Sentitevi liberi di contribuire!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.