In questo chiaroscuro nascono i mostri

Viaggio nella gioventù neofascista italiana. Intervista a Fulvio Grandinetti, a cura di Giulia Capriotti


Italia, anno domini 2021. Il periodo storico attuale è segnato dalla novità della pandemia da Covid-19, che ha condizionato moltissime persone, in Italia e altrove, nel fare i conti con grandi incertezze sul presente e sul futuro. Per molti e molte tali incertezze non hanno solo un connotato personale, psicologico o emotivo, ma si intersecano con questioni sociali che, di caso in caso, ci includono o ci escludono da alcuni contesti necessari della quotidianità. Tra i dubbi e interrogativi sul presente e sul futuro, anche i e le giovani di oggi cercano di dare voce ad alcuni ritrovati bisogni di questo periodo, come quello di convivialità e di appartenenza di gruppo – elementi che, a ben vedere, spesso faticavano a trovare uno spazio di realizzazione già prima della pandemia. Gruppi, questi ultimi, a cui magari rifarsi, da cui sentirsi rappresentati o in cui poter trovare retoriche rassicuranti per la propria quotidianità e/o per la propria esistenza.

Proprio in quest’ottica trovano spazio umano, politico e sociale anche molti gruppi giovanili di estrema destra che cercano di promuoversi, nelle scuole e nelle università, come collettori di istanze ideologicamente schierate promosse con modi forti e decisi. Spesso, gli stessi promotori si rifanno socialmente e politicamente a una subcultura storicamente specifica e riconoscibile, di rimando al secolo scorso. Le motivazioni che spingono studenti, studentesse e più in generali giovani verso l’adesione a queste realtà non sono solamente di carattere psico-emotivo, ma sono anche una risposta a quelle che vengono viste come carenze politiche e cittadine. Da anni infatti, molti e molte giovani lamentano la carenza di luoghi in cui fare percorsi o attività di aggregazione in maniera partecipata e consapevole, sia nelle città metropolitane che nei capoluoghi di province più piccole e isolate.

L’estrema destra, in questo ambito come in tanti altri, cerca di creare e far crescere radici forti nei vuoti amministrativi, culturali, politici e sociali del nostro paese. Questo processo, emerso agli occhi dell’opinione pubblica tra il 2006 e il 2008 con la fondazione ufficiale di “CasaPound Italia” e del “Blocco Studentesco”, trova ancora oggi spazio in diverse città italiane, in alcuni casi con un seguito numerico anche significativo e con reti sociali e comunicative ormai forti, sia sui territori sia online.

Fulvio Grandinetti, presidente della sezione ANPI di Grugliasco (TO), ci restituisce una visione ampia e non scontata della situazione giovanile attuale, partendo dalla sua storia personale come spunto di riflessione generazionale. Proprio durante l’esperienza universitaria, infatti, prende parte al movimento dell’Onda, in cui studenti e studentesse attuarono mobilitazioni e proteste contro il sottofinanziamento all’Università che aveva previsto anche l’occupazione della sede stessa di Agraria a Grugliasco. “Durante l’occupazione sono venuti a trovarci i partigiani di Grugliasco, incuriositi dal fatto che noi studenti avevamo messo fuori uno striscione con su scritto “esigiamo i diritti costituzionali”. Quello, per me e per noi, è stato un momento fondamentale”.

Finita la stagione dell’impegno universitario, Fulvio Grandinetti decide, insieme ad altri studenti e studentesse, di intraprendere e/o di approfondire con i partigiani l’esperienza nell’Anpi di Grugliasco. Nel concreto, questa esperienza si tramuta presto in attività concrete, tra cui la creazione di percorsi formativi all’interno delle scuole in cui si portava la testimonianza concreta degli ultimi partigiani fino a qualche anno fa. Lo stesso progetto, oggi, continua con percorsi educativi per bambini delle scuole elementari e per giovani adolescenti delle scuole medie e superiori. Ed è proprio dalla tenera età che ci dimostra l’importanza della storia e del proprio ambiente familiare: “Fin da quando andavo a scuola, quando si studiava la storia del 900 con la Seconda Guerra Mondiale io portavo i libri e raccontavo di mio nonno (nonostante non l’avessi mai conosciuto) tramite una testimonianza indiretta da parte di mia mamma. In anni recenti abbiamo scoperto che l’altro nonno è stato prigioniero dei nazisti per due anni e non aveva mai raccontato nulla: l’abbiamo scoperto quasi per caso, trovando una busta militare in casa”.

Questo tipo di vissuto, però, non restituisce sempre lo stesso tipo di sensibilità umana e politica su figli e nipoti. Spesso in età giovanile prende piede la necessità di autonomia e la ricerca di maggiori responsabilità; questi bisogni talvolta possono trovare derive anche totalmente estranianti dal punto di vista ideologico. Il suo caso, è da spunto in senso inverso. “L’esperienza che ho avuto nei luoghi del sapere ha permesso di organizzarsi nei collettivi, gruppi in cui l’antifascismo e la Resistenza sono sempre stati punti di riferimento imprescindibili. Internamente ai gruppi stessi si poteva essere molto diversi ma era importante, con gli altri ragazzi e le altre ragazze, interrogarsi proprio sul mondo giovanile e sulle spinte verso le realtà più estremizzate di destra”.

Ed è forse da qui che sorge la domanda fondamentale che sembra rimanere irrisolta e su cui è fondamentale focalizzarsi: i e le giovani si avvicinano sempre di più a gruppi simili già dai primissimi anni delle scuole superiori, ma per quale motivo? E quanto è effettivamente forte il legame con vissuti familiari o esperienze pregresse che rivestono un peso psicologico, emotivo e comportamentale?

“E’ proprio questo il punto: fino a quando non riusciremo a capire proprio questo passaggio non riusciremo a essere efficaci, perché andare nelle scuole a raccontare la memoria storica non sempre permette di capire le dinamiche del presente, proprio perché la storia si scrive giorno per giorno. Noi oggi stiamo sperimentando qualcosa che è ancora più preoccupante: le azioni anti-democratiche e la necessità di spiegare ai cittadini e alle cittadine il funzionamento della macchina democratica”. Questo è, infatti, un terreno su cui storicamente l’estrema destra (partitica ed extra-partitica) si muove regolarmente: a dimostrazione di tutto ciò è possibile notare come venga sfruttata perpetuamente la risonanza mediatica di alcune tematiche “calde” o quantomeno “delicate”. In primis, troviamo la sfiducia crescente verso le istituzioni democratiche, ma anche i dubbi e le incertezze in materia di disoccupazione e/o scarsa occupazione lavorativa, sicurezza e immigrazione.

Queste tematiche sono individuabili in parole chiave molto semplici e immediate, ma racchiudono questioni sociali la cui complessità, negli anni, è di gran lunga aumentata; i problemi quindi, si sono ampliati a tal punto da diventare sistemici. “La società è cambiata sia perché è cambiato il sistema di riferimento, sia perché abbiamo vissuto gli ultimi due anni in una modalità molto particolare: per fare alcuni esempi, il lavoro è diverso, così come la scuola ma anche il sistema dei cordoni sanitari attorno alle situazioni di fragilità e di emarginazione. E’ adesso che emerge davvero il problema di spiegare ai cittadini e alle cittadine il senso politico di alcune dinamiche”.

Grandinetti fa poi un ragionamento più specifico sui luoghi del sapere in sé come luoghi di confronto politico: “Le scuole, in particolar modo più delle università, non vivono più in maniera forte quel grande fermento che in passato era scaturito dalle attività di associazioni studentesche diverse. Eppure sarebbe necessario che qualcuno riuscisse a spiegare ai e alle giovani di oggi che la realtà che vivono è diversa da quella della narrazione canonica e che è necessario studiare e approfondire determinate tematiche. Inoltre spesso ci sono elementi dipendenti dall’ambiente circostante che hanno una certa influenza, soprattutto per i giovanissimi: ci sono associazioni o gruppi a cui interessano tematiche come l’impegno civile, l’antifascismo o l’antimafia, ma dall’altra parte ci sono anche quei soggetti politici di estrema destra che utilizzano pratiche come volantinaggi, presenza costante e periodica sui territori, linguaggio molto molto diretto che sono componenti che ti fanno sentire fin da subito protetto e parte di un qualcosa.”

Il tema delle pratiche culturali a cui si assiste in età giovanile, difatti, non è di poco conto sia dal punto di vista sociale che politico: “Queste cose permettono ai personaggi di estrema destra di descriversi e imporsi come punto di riferimento rifacendosi ideologicamente al neofascismo. Nonostante le motivazioni per aderire a questi gruppi possano essere diverse, in fase giovanile e/o studentesca si aderisce anche molto più facilmente agli ambienti frequentati dai gruppi di amici, indipendentemente dalla connotazione che questi luoghi hanno. Gli aspetti importanti per un/una giovane diventano infatti in primis la possibilità di incontrarsi, e solo in un secondo momento arriva l’introduzione al lato propagandistico”.

Non solo, però: ad essere punto di riferimento e possibilità di stimolo all’esterno gioca un ruolo fondamentale anche il mondo dei social-network. “Mancando diversi punti di riferimento a livello macro, anche la partecipazione e la sensibilità mediatica sono completamente diverse. Per fare un esempio, la comunicazione social di Giorgia Meloni veicola anche una serie di slogan che sono diventati di tendenza in ambienti anche estremamente diversi tra loro. Il tema della comunicazione dei partiti di destra in Italia è un altro punto su cui riflettere, e come soggetti politici antifascisti, siamo ancora nella situazione di dover analizzare e capire molto di questo esperimento, a cui non siamo ancora in grado di dare delle soluzioni”.

A dare spunti sull’incidenza dei neo-fascismi nella quotidianità sono i fatti di attualità del periodo, che se ben analizzati potrebbero essere di grande spunto anche alla compagine giovanile: “Un esempio fondamentale è quello dell’attacco avvenuto alla CGIL nazionale: il fatto in sé è stato emotivamente molto forte. Il corteo che ha attaccato la sede di Corso d’Italia a Roma era formato da persone normalissime con esperienze eterogenee ma con convinzioni comuni. Quelle non sono persone che si identificano nel fascismo, ma che in quell’occasione per alcuni motivi specifici hanno deciso di seguire una parte del gruppo più estremista. Dall’altra parte dobbiamo ammettere che le organizzazioni antifasciste hanno delle difficoltà nel presidiare i luoghi di cultura e anche nell’avere forza giovanile. Questa problematica a lungo andare ha generato dei vuoti che l’estrema destra ha iniziato a riempire nel corso degli anni: ora il compito virtuoso è quello di decostruire ciò che è stato creato nei vuoti con una velocità sempre maggiore”.

Altro elemento di forza di questi gruppi è la capacità decisionale data ai giovani stessi; la partecipazione attiva e collettiva è infatti un fattore significativo all’interno degli ambienti di estrema destra. Il grande impegno personale, infatti, porta poi spesso a un’identificazione intensa nel gruppo stesso. Proprio sulla scia di questo leitmotiv, si inserisce la responsabilizzazione dei e delle giovani in questi movimenti: “Ad alcuni di loro viene chiesto di gestire i social network di questi gruppi, di strutturare dei gruppi tematici (ambientalisti, di solidarietà, di colletta alimentare, dello sport). Tutto ciò fa sentire un giovane davvero protagonista e gli permette di formare la propria personalità e il proprio carattere”. In un contesto simile si inserisce anche il ricorso alla violenza come possibilità di auto-conservazione del singolo che si sente in qualche modo minacciato, sia dal punto di vista psichico che fisico. Questo meccanismo di difesa è spesso scaturito da un certo rifiuto al concetto socialmente e politicamente più ampio di “assoggettamento”; vengono sposate così quelle pratiche che permettono di preservare in primis la propria esistenza, anche a costo di mettere a repentaglio quella degli altri. Il concetto stesso di violenza, quindi, viene così caricato di significati. “Quell’ambiente (dei gruppi di estrema destra) difatti ha anche lo scopo di fare una formazione e dare un insegnamento sull’utilizzo di alcune pratiche violente, che nascono sempre come modalità di relazione con l’esterno; tutto ciò è sempre molto pericoloso perché poi è molto difficile tornare indietro”.

In ultima istanza, secondo te è stato fatto qualcosa in primis dalle istituzioni a livello locale e nazionale per curarsi e mantenere viva la memoria storica del nostro paese? E quanto ancora va ancora fatto in questo caso non solo dalle istituzioni però anche dalla società società civile e dal mondo dell’associazionismo?

“Per quanto riguarda la memoria storica le istituzioni hanno il dovere di portarla avanti e hanno fatto una serie di iniziative: tra queste c’è una convenzione promossa a livello nazionale dal Ministero dell’Istruzione e dall’Anpi per portare dentro le scuole di ogni ordine e grado su base progettuale e concordata con le scuole delle attività. Questo progetto va oltre la testimonianza ma prevede cose come giochi di gruppo in classe o spiegazioni dettagliate delle mappe territoriali dei luoghi della memoria. In tal senso, un progetto simile ha un valore aggiunto rispetto alla lezione storica svolta in maniera canonica in classe da una docente, perché restituisce una dimostrazione meno astratta della storia”.

In tal senso, il confronto con le istituzioni non è sempre immediato e proficuo ma è necessario, indipendentemente dai rapporti politici: “Il percorso della memoria deve essere valorizzato dalle istituzioni ed è per quello che per esempio l’Anpi ha sempre a che fare con loro, anche laddove ci sono appunto situazioni non troppo favorevoli. Dietro c’è anche un discorso di vigilanza: dopo aver fatto delle proposte bisogna monitorare le tempistiche con cui vengono realizzate dalle istituzioni, nel momento in cui queste sono state coinvolte”. Un esempio cardine che può far capire bene all’opinione pubblica quali sono le dinamiche con le istituzioni, è quello della lettura delle Foibe come fatto storico.

Proprio in casi come questi la formazione e i percorsi educativi svolgono un ruolo valoriale di un certo tipo: “C’è bisogno che le associazione, i centri e gli enti si rinnovino e diano spazio ai giovani: con loro è possibile ed è utile non solo parlare di storia ma anche di cosa succede oggi prendendo spunti concreti che vengono dall’attualità. Questo attiva molto i ragazzi e le ragazze anche dal punto di vista emotivo: spesso nascono delle conversazioni molto animate in cui c’è un confronto su cosa si è provato nei giochi di ruolo e come ci si è sentiti. E’ necessario, attraverso i percorsi che facciamo, far capire che i fascismi si sviluppano sempre con la complicità delle istituzioni preesistenti”.

Secondo Grandinetti, infine, serve una nuova dimensione dell’attivismo: “Chiaramente le istituzioni non devono necessariamente sostenere tutte le attività, ma devono capire quali possono essere attuabili anche economicamente. Un’iniziativa molto efficace che era stata creata a Torino e in altre città era stata quella del “Treno della memoria”: un’idea molto d’impatto che richiedeva diversi fondi per la sua realizzazione. Questo problema si ripropone spesso per diversi tipi di iniziative, ma la dimensione territoriale riesce a portare comunque i e le giovani molto vicini/e alla memoria storica facendo delle esperienze davvero significative. Al fine di realizzare questo tipo di dinamiche, però, è sempre molto importante rimanere aperti a diversi interlocutori senza chiudersi: oggi più che mai è necessario continuare a farlo in maniera compatta affinché i movimenti di estrema destra non si sentano più protetti come accaduto finora”.

Da cosa e da dove dobbiamo ripartire, quindi? Forse proprio da quei “mostri” che nascono e si insidiano in quel “chiaroscuro” a cui Gramsci si riferiva. Solo se agiremo sul senso di protezione odierno e su quei famosi vuoti da colmare, potremo collettivamente piantare radici sane in terreni fertili, dando spazio a cittadini e cittadine del domani sempre più consapevoli.


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