Formazione sull’antidiscriminazione e come educar(si) al riguardo

Autrice
Letizia Nada


Due settimane tra Grecia e Germania per imparare con un gruppo di volontari i principi dell’antidiscriminazione e come condividerli, un progetto Erasmus+.

Introduzione

Due settimane di discussioni, condivisioni e ascolto. Con un mese di distanza tra una settimana e l’altra, lo stesso gruppo di volontari, educatori, giornalisti e psicologi si è incontrata a fine Settembre e a inizio Novembre. Una volta nel paesino di Stratoni, vicino a Salonicco, in Grecia, e la seconda a Baitz, vicino a Berlino, per mettersi in gioco e imparare di più sul tema della discriminazione con una formazione sull’antidiscriminazione. Organizzato dalla ONG tedesca Crisp e finanziato dalla Commissione Europea come progetto Erasmus +, il progetto TAYA (Training Active Youth Workers in Anti-Discrimination-Education), ha coinvolto circa 25 partecipanti da 8 paesi differenti in questa esperienza formativa nello scoprire diverse forme di discriminazione, come si intersecano e come affrontarle.

Formazione sull'antidiscriminazione
Foto dell’attività su espressione di genere, identità di genere e orientamento sessuale. Baitz, 2021

I temi

La prima parte del progetto era focalizzata sul porre le basi del tema: cosa vuol dire discriminazione strutturale? Cos’è il privilegio? Conosciamo la storia coloniale e gli effetti che ancora ha sulla nostra società? 

Abbiamo preso consapevolezza dei nostri pregiudizi e preconcetti, delle varie forme di privilegio e come utilizzare il proprio privilegio. Il concetto di “pass the mic” per esempio consiste nel dare spazio e ascolto a quelle persone che a causa della propria origine, religione o orientamento sessuale è più difficile vengano ascoltato e “abbiano il microfono”. 

La seconda parte del progetto comprendeva non solo la discriminazione sotto forma di razzismo, ma anche di sessismo, abilismo, basata sullo status socio-economico e sull’età. Attraverso discussioni, lavori di gruppo e l’aiuto del professore universitario Allan Gerald Sserwanga, siamo riusciti a capire un po’ di più come queste diverse categorie si intersecano l’una con l’altra e cosa vuol dire avere un punto di vista intersezionale in quest’ambito.

È  stato un po’ come unire i puntini e avere un quadro più completo, visto dal una nuova prospettiva: la lotta femminista delle Suffragette per l’emancipazione non comprendeva la situazione delle donne nere  in schiavitù, gli ambienti dei gay club non sono accoglienti allo stesso modo verso le persone bianche e quelle appartenenti a minoranze etniche, le difficoltà di una donna con disabilità sono diverse da quelle di una donna abile e così via, diversi status e  privilegi si possono intersecare e creare diverse identità. Prendere consapevolezza di come ogni persona e situazione sia unica e diversa dall’altra è stato un indispensabile punto di vista per comprendere meglio la società odierna e capire come agire al suo interno.

In pratica che pratiche?

Il progetto era basato sull’educazione non-formale, quindi simulazioni, dibattiti e lavori di gruppo hanno sostituito l’approccio frontale tipico del mondo dell’istruzione , secondo la filosofia “imparare facendo” (learn by doing). Le attività cambiavano di giornata in giornata e toccavano diversi modi di partecipare in linea  con il tema trattato: per esempio parlando di pratiche di discriminazione nel quotidiano e come opporcisi, l’attività organizzata si ispirava al “teatro degli oppressi” e prevedeva la spontanea sostituzione dello spettatore agli attori che compieva l’atto discriminatorio, cambiandone le azioni. In questo modo ognuno dei partecipanti ha avuto modo di cambiare il corso degli eventi e condividere pratiche per affrontare la discriminazione nel quotidiano e le difficoltà nell’attuarle. 

Un altro esempio è una mostra di post e commenti tratti dai social media in cui si trattava del fenomeno del white savior (salvatore bianco) o colorismo (la discriminazione di persone appartenenti a una certa comunità con una carnagione più scura), per poi discuterne in piccoli gruppi.

Neukölln

Un’attività per me molto interessante è stata una passeggiata per il quartiere di Neukölln, quartiere con il più alto tasso di immigrazione a Berlino  e per questo messo in cattiva luce dai media locali e opinione pubblica. Attivisti e giovani locali ci hanno guidato per le strade di questo quartiere. Ci hanno raccontato la sua storia di immigrazione, dall’arrivo dei protestanti dalla Moravia nel 18esimo secolo al recente flusso di migranti nel 2015, che ha portato la percentuale di residenti di origine migrante al 20%. Percepire la storia di questo posto dalle insegne in arabo e turco e non attraverso un articolo di giornale ha avuto un impatto più forte sulla mia comprensione del luogo e della sua storia.

Trovo che l’essere attivi e partecipi nell’ambiente ha scatenato la nostra attenzione e interesse, aiutandoci a collegare le informazioni a un luogo, facce e odori. 

Conclusioni

“Imparare a disimparare”, questo è stato il motto del progetto. Lo stesso gruppo di persone, due stati differenti, un mese in mezzo per digerire le informazioni e formulare gli interrogativi irrisolti; abbiamo smantellato formazioni e convinzioni precendenti per scoprire e reimparare il significato della nostra storia e della nostra società. Così siamo tornati a casa con più domande, qualche risposta, e uno sguardo nuovo, spero più inclusivo, sul mondo.

Il progetto ha lasciato tanti spunti di riflessione, sia a livello tematico sia a livello di pratiche; ha dato la possibilità di incontro e dialogo tra molte realtà diverse, non solo dal punto di vista geografico. Il motto di questa esperienza è stato “Imparare a disimparare”; perché abbiamo dovuto smantellare le nostre convinzioni e formazioni precedenti per impararne di nuove, più consapevoli e aperte.

E così anche io sono tornata a casa, con tante idee e persone nuove per la testa.


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