Emissioni di carbonio: i militari a Glasgow?

Autrice
Elena Camino

La guerra incrementa l’effetto serra…

Molti gruppi di attivisti e associazioni impegnate nella difesa dell’ambiente, della pace e dei diritti umani avevano alimentato le aspettative del pubblico su un tema centrale della ‘lotta’ al cambiamento climatico. E cioè il tema complesso del ruolo e delle responsabilità degli apparati militari nelle trasformazioni in atto sul nostro pianeta. La gente fugge dai teatri di guerra per non essere ferita o uccisa. Ma non solo.

È chiaro che la guerra fa male direttamente anche ai sistemi naturali. Questi sono la principale fonte di sostentamento per tutti i viventi – tra cui gli umani. Bombardare, minare, inquinare terreni agricoli, mari, falde, boschi riduce la produttività agricola, produce carestie e fame; obbliga intere popolazioni ad abbandonare i luoghi in cui vivevano, e a migrare in cerca di luoghi in cui sopravvivere. Dunque la violenza diretta contro le persone e la distruzione delle fonti di sussistenza sono gli aspetti più evidenti degli effetti negativi della guerra sull’ambiente e sulle comunità. L’uso delle armi contribuisce all’effetto serra sia nel ridurre la produzione di ossigeno di aree coltivate e boschi, sia nell’aumentare le emissioni di CO2 prodotte da incendi, bombardamenti, distruzioni di impianti industriali ecc.  Inoltre ogni guerra scatena nuovi conflitti, provoca migrazioni, in una spirale perversa.

… ma anche preparare la guerra produce CO2

Un secondo aspetto, meno ovvio e – soprattutto – che è stato a lungo nascosto, è l’insieme dei danni socio-ambientali che il sistema militare in generale causa (indipendentemente dalle azioni di guerra) con tutte le sue strutture e funzioni. Dalla produzione di armamenti agli aspetti logistici (costruzione di strade, caserme, mezzi di trasporto), dai centri di formazione e addestramento alle strutture di ricerca, alla costruzione e mantenimento di basi militari e poligoni di esercitazioni. È un mondo nel mondo, con milioni di persone impegnate al servizio della distruzione e della morte.  

Il peso ambientale dell’apparato militare a livello globale non era stato preso in considerazione nei summit precedenti: neppure a Parigi, nel 2015, nonostante le proteste di pacifisti e ambientalisti, quando era stato reso esplicito il contributo del mondo militare quantomeno alla produzione di CO2 (si veda per es. Un elefante in salotto).

Ma in vista dell’appuntamento di Glasgow, anche grazie alla crescente consapevolezza del pubblico sulle dimensioni e sulle responsabilità dell’apparato militare nella transizione ambientale globale in atto, ci si aspettava non solo che venissero resi pubblici i dati relativi alla produzione militare di CO2 (il “bootprint”, cioè l’impronta ecologica dello ‘scarpone’ militare), ma che si prendessero decisioni importanti per ridurre significativamente le emissioni di carbonio del sistema militare. Questo traguardo non è stato raggiunto. Ma alcune associazioni e istituzioni di ricerca hanno potuto far sentire la loro voce, e molti gruppi di attivisti stanno imparando a ‘unire i puntini’. Non si tratta più di scendere in piazza a difendere l’ambiente oppure a invocare la pace: si tratta dello stesso problema! Un modello di sviluppo violento, incurante dei limiti biofisici del pianeta e dei diritti umani, sta causando sofferenze e devastazioni ambientali irreversibili.

Ma i dati cominciano a emergere!

Il 9 Novembre 2021 il giornalista Stuart Spray pubblica sulla rivista online “The Ferret” (una cooperativa giornalistica indipendente) un primo commento critico sugli esiti del summit di Glasgow, che sta in questi giorni avviandosi a conclusione. In particolare sottolinea che ben 35 Paesi sono stati accusati di aver rifiutato di ammettere molti dei danni ambientali che causano con le loro attività militari. Un’analisi resa pubblica proprio in occasione del summit da parte di un gruppo di ricerca internazionale, il CEOBS (Conflict and Environment Observatory), denuncia che molti Paesi hanno dato informazioni molto sottostimate delle loro emissioni di carbonio, o che addirittura non hanno fornito dati.

I ricercatori hanno esaminato 40 Paesi che nel 2020 hanno sostenuto le maggiori spese militari globali, per un totale di 1.270 miliardi di $. Nella lista ci sono USA, Russia, UK, Francia, Giappone, Italia, Australia e Canada. Nel calcolare l’impronta di carbonio delle forze armate sono state prese in esame anche le attrezzature utilizzate nelle esercitazioni, nei pattugliamenti e nelle azioni di combattimento, insieme alla gestione delle basi militari e dei rifornimenti come cibo e carburante.

Il CEOBS è stato istituito nel 2018, e riceve finanziamenti dai governi di Norvegia e Finlandia. Il suo obiettivo è di ridurre i danni alle persone e all’ambiente causati da conflitti armati e da attività militari. Il direttore del CEOBS, Doug Weir, intervistato dal  giornalista di ‘The Ferret’, sottolinea la necessità di avere dati affidabili e confrontabili sulle emissioni militari dei vari Paesi, come dato di partenza per poter progettare e verificare le riduzioni.

Come calcolare le emissioni dei militari?

I dati sull’impatto ambientale degli apparati militari – anche quando vengono comunicati ufficialmente dai rispettivi governi – sono spesso controversi o inaffidabili. Per esempio, il ministro inglese della difesa ha comunicato che la produzione di gas con effetto serra del settore da lui diretto è pari a 0,9 milioni di tonnellate all’anno. Ma secondo una ricerca svolta dall’Associazione Scientists for Global Responsibility (SGR) il dato è molto parziale. Sale a 11 milioni di tonnellate se si includono le catene di approvvigionamento tra UK e l’estero, altre attività a carico del Ministero della Difesa e le emissioni delle industrie di armi del Regno Unito.

Stuart Parkinson, direttore dell’Associazione SGR, fa notare che ‘questa discrepanza equivale a non contare sei milioni di auto (o a metterle in un’altra categoria), e a non considerare le emissioni prodotte da impatti diretti della guerra, come incendi di depositi di carburanti, deforestazioni, cure mediche ai feriti, o ricostruzioni dopo i conflitti’.  Parkinson sottolinea che il comparto militare dovrebbe essere soggetto alle stesse regole dei settori civili. Se il Ministero della Difesa non dichiara tutte le sue emissioni, c’è il rischio che fallisca l’obiettivo del governo inglese di conseguire il traguardo di emissioni zero entro il 2050.

Il cambiamento climatico è il prossimo motivo di guerra

Gruppi di studiosi e attivisti contro il cambiamento climatico vorrebbero che i militari riducessero le emissioni di gas serra ridimensionando le loro attività. Ma Nick Buxton, ricercatore delTransnational Institute (un’Associazione impegnata a fornire alla società civile informazioni rigorose e utili per costruire un mondo democratico ed equo), sostiene che le forze armate stanno rispondendo alla crisi climatica facendo proprio il contrario, incrementando cioè le loro attività, e quindi il loro ‘bootprint’ – il peso ambientale.

 ‘Il Pentagono e altri analisti militari affermano che si stanno moltiplicando movimenti di massa di popolazioni in conflitto, in nuove aree e territori’, osserva Nick Buxton. ‘Quindi si stanno davvero preparando in questo momento, considerando che il cambiamento climatico sarà il prossimo motivo di guerra’.

Buxton richiama l’attenzione sul fatto che quasi tutte le strategie predisposte per rafforzare la sicurezza nazionale in Occidente presentano i migranti come una minaccia. Eppure i migranti sono sempre più costretti ad abbandonare le loro case in conseguenza a disastri climatici, di cui sono vittime.  Secondo una relazione pubblicata a ottobre 2021 dal Transnational Institute, i Paesi più ricchi, che sono anche responsabili delle maggiori produzioni di gas-serra, tra il 2013 e il 2018 hanno speso 33,1 miliardi di $ per armare i loro confini: più del doppio di quanto hanno speso (14,4 miliardi di $) per finanziare iniziative volte ad aiutare i Paesi poveri a mitigare gli effetti del cambiamento climatico. 

La ‘difesa’

Non c’è da stupirsi se i governi dei paesi ricchi si comportano così. Leggete la dichiarazione dei ‘compiti’ svolti dal Ministero della Difesa inglese, accessibile sul suo sito ufficiale – Che cosa fa il Ministro della Difesa.

Lavoriamo per un Regno Unito sicuro e prospero, con portata e influenza globali. Proteggeremo la nostra gente, i territori, i valori e gli interessi in patria e all’estero, attraverso forti forze armate e in collaborazione con gli alleati, per garantire la nostra sicurezza, sostenere i nostri interessi nazionali e salvaguardare la nostra prosperità.

Analoghi compiti sono assunti da numerosi altri Paesi, europei e non solo. Quali sono le implicazioni umane di questa moderna strategia di difesa, sempre più tecnologicamente raffinata, costosa, e ambientalmente devastante? Lo raccontava già Antonio Mazzeo, giornalista, quasi un anno fa, in una relazione presentata al seminario su “Guerre, Migrazioni e Diritti nel Mediterraneo”.  Ne riporto qui un breve stralcio, ma vale la pena leggere l’intero rapporto.

Quella scatenata contro i migranti e le migrazioni è una guerra per la “difesa” delle frontiere, moderna e globale. E ha sempre più bisogno di sistemi di intelligence ed annientamento rapidi ed indolori (per chi li usa), iperautomatizzati per narcotizzare le coscienze e la democrazia degli Stati belligeranti, deresponsabilizzare i carnefici e occultare i corpi e le storie individuali e collettive delle vittime. I droni in mano all’Unione europea, alle sue flotte aeronavali e alle agenzie di “controllo” dei confini terrestri e marittimi, sono l’ultimo atto del progressivo e inarrestabile processo di trasformazione del continente in un’inespugnabile città-fortezza del neoliberismo, degli egoismi, delle ingiustizie e delle disuguaglianze.

Non bastava l’orgia di cannoniere e cannoni, fili spinati, videocamere elettroniche, pattuglie superarmate e cani lupo addestrati a mordere e ad odiare. Sono necessari sensori in grado di captare dall’alto, silenziosamente, l’ultimo respiro di chi affoga disperato in mare, di immortalare il volto straziato della madre che invoca il figlio inghiottito dalle onde.

Dunque i Paesi ricchi costruiscono ‘frontiere climatiche’ – sempre più energivore e ambientalmente insostenibili – per tener lontane da sé le conseguenze delle crisi climatiche di cui sono direttamente responsabili.

I piccoli droni kamikaze: un problema etico…

A Glasgow sono andati in scena due mondi paralleli. Dentro, muniti di lasciapassare, i consulenti e i decisori. Fuori, nelle piazze, molto più numerosi ma senza potere, le diverse anime delle società umane.

Mentre continuano a svolgersi convegni e riunioni dove ‘esperti’ di ogni genere sono impegnati a dimostrare la sostenibilità ambientale di scelte energetiche, di attività produttive e di comportamenti sociali ancorati al passato (nucleare ‘green’, auto individuale, voli low cost, alimentazione carnea, innovazione digitale…) un primo passo da fare nell’immediato –  efficace e comprensibile – potrebbe essere quello di aderire all’appello lanciato da  Amnesty International e dalla Campagna Stop Killer Robots – di cui fanno parte oltre 180 organizzazioni di 66 stati – affinché vengano adottate norme internazionali per vietare i sistemi d’arma autonomi, molti dei quali sono già in fase di avanzato sviluppo, ivi compresi il riconoscimento facciale, i sensori di movimento e la possibilità di lanciare attacchi contro obiettivi determinati senza alcun significativo controllo umano.

Anche l’Italia è interessata all’acquisto di questi ‘gioielli’ dell’innovazione tecnologica. È stato fissato per lunedì 15 novembre il termine massimo per ottenere il parere da parte delle Commissioni difesa di Camera e Senato sull’acquisizione di velivoli senza pilota di ridotte dimensioni che al posto di telecamere e visori imbarcano bombe ed esplosivi. Avvistato l’obiettivo da colpire, distruggere e uccidere, i droni si lanciano in picchiata e si fanno esplodere al momento dell’impatto. Il costo complessivo del programma è stimato in 3,878 milioni di euro in cinque anni.  

Ma chi è il ‘nemico’???

Lunedì 15 novembre 2021 si dovrebbe discutere in Parlamento la richiesta, presentata dallo Stato Maggiore, di  poter acquistare dei droni: gli Hero-30 israeliani, cioè piccoli velivoli a pilotaggio remoto, armati con una testataesplosiva, kamikaze.

Lo Stato Maggiore della Difesa ha infatti espresso la necessità, urgente, di dotare le Forze Speciali Tier 1 dispiegate in contesti operativi di strumenti che consentano loro di proteggersi quando la neutralizzazione della minaccia nemica comporta un “certo rischio fisico”.

Questi piccoli aggeggi (3 chili di peso, una autonomia dai 5 ai 40 chilometri) sono in grado di essere telecomandati anche a decine di chilometri di distanza; abbattendosi poi contro l’obiettivo dopo averlo seguito e monitorato dall’alto. Sono molto precisi e per questo letali, offrendo un’ampia garanzia di riuscita. Nessun laser, nessun esercito, nessun GPS, nessun elicottero. Il drone kamikaze uccide in solitaria, senza che anima viva si accorga di niente.

Sul sito della Difesa è possibile leggere la varietà di usi previsti.

… e un problema ambientale!

Emissioni di carbonio: i militari a Glasgow?

Ma cosa c’entrano i droni con i problemi ambientali? Ebbene, mentre continua il dibattito sugli aspetti etici e strategici dell’uso dei droni kamikaze o munizioni erranti qualcuno ha provato a calcolarne il carico ambientale? Per esempio, “Hero-30”, sviluppato dalla società israeliana UVision, è costituito da un tubo che all’interno contiene un drone. Azionato e interamente comandato da un solo uomo. La versione originale ha un peso 3 Kg circa con un range operativo che varia dai 5 ai 40 km. Ha una autonomia di volo di 30 minuti e azionato da un motore elettrico posteriore.

L’uso di questi droni richiede ovviamente una rete informatica di supporto e controllo a livello internazionale; inoltre è un oggetto ‘kamikaze’, quindi progettato secondo lo schema ‘usa e getta’. Le sue raffinate componenti si distruggono all’impatto con il bersaglio. La complessità di costruzione e utilizzo di questi oggetti richiede corsi di formazione e addestramento di parecchi operatori. Possiamo immaginare anche quanta attenzione si sia dedicata alla ricerca preliminare e ai test in campo, su terreni dedicati.

Sarebbe interessante che qualche esperto dell’Università e del Politecnico coinvolgesse tesisti e dottorandi nel calcolo delle emissioni di gas serra prodotte dall’insieme di persone, materiali, energia, strutture, test sperimentali, combustibile ecc. resi necessari per la messa a punto di uno di questi oggetti… Forse, se diventasse obbligatorio per i produttori fornirne la valutazione di impatto ambientale (la VIA) insieme alle caratteristiche tecniche…


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