La Prima Guerra Mondiale: salute, malattie, sanità e assistenza

Recensione di Cinzia Picchioni


Centro Italiano di Storia sanitaria e ospitaliera (Sezione Piemonte), La Prima Guerra Mondiale: salute, malattie, sanità e assistenza, Atti del II Congresso, Torino 6 novembre 2015, Ananke, Torino 2016, pp. 116, € 10,00

L’onda lunghissima delle guerre

La Prima Guerra Mondiale: salute
La copertina del libro La Prima Guerra Mondiale: salute, malattie, sanità e assistenza

Il Convegno è stato organizzato dal CISO (Centro Italiano di Storia sanitaria e Ospedaliera) in collaborazione con ALMM (Associazione per la Lotta contro le Malattie Mentali) e Psichiatria Democratica, con il patrocinio della Regione Piemonte e dell’Ordine dei medici della Provincia di Torino. Riporto qualche titolo di capitolo – parziale – traendolo dall’Indice: Guerra e follia: gli scemi di guerra all’Ospedale Psichiatrico di Collegno; I bambini in manicomio; Medicina veterinaria e Grande Guerra e via così, con argomenti che innalzano questi Atti al rango di «libro» che rientra a pieno diritto nel patrimonio della Biblioteca del Centro Studi Sereno Regis.

La riflessione sulla follia delle guerre non è mai datata, non è mai finita, vale sempre la pena di riprenderla anche da testi del passato. Le guerre non passano mai. Oltre a essercene ancora adesso, quelle del passato, quelle «finite», hanno onde durature e ombre che si allungano per decenni fino al presente. Proprio ora, mentre leggiamo le parole degli Atti (La Prima Guerra Mondiale: salute, malattie, sanità e assistenza) di questo Convegno, da qualche parte nel mondo sta capitando quello che è stato analizzato durante il Convegnodel 2015!

Quando finirà? Preferirei che non ci fosse bisogno di organizzare un Convegno per parlare della follia della guerra. Soprattutto quando – come in questo caso – la follia non è quella teorica della guerra. Ma quella reale delle persone che l’hanno vissuta sulla pelle e nella mente e nel cuore. E non sono morte subito… (purtroppo?):

«8.720.000 militari caduti, 4.900.000 vittime civili, per un totale di 13.620.000 morti. I militari italiani che persero la vita furono 650.000: 500.000 al fronte; 100.000 in prigionia; 50.000 nel dopoguerra per malattie e ferite (da Isnenghi M., Rochat G., La Grande Guerra 1914-1918, il Mulino, Bologna 2008). […]  Le perdite, lo si è detto, furono spaventose e inutili; si moriva per la conquista di pochi metri di terreno senza possibilità di scampo. Con la consapevolezza di andare al macello a causa degli ordini dei superiori».

Guerra e follia: il caso di Collegno (1915-1918)

«Chi osservava i soldati ricoverati in manicomio annotò sordomutismi, rifiuto del cibo, fissità dello sguardo, amnesie, deliri di persecuzione, tentativi di suicidio, aggressività. Il disagio mentale di guerra era un tentativo di fuga da una realtà vissuta come intollerabile e distruttiva […]. Il numero di nevrosi che si verificarono durante la Grande Guerra fu, però, senza precedenti, perché senza precedenti […] fu questo tipo di guerra: industrializzata e mondiale. […] L’inferno di questa guerra accolse, tra gli altri pure i militari, ufficiali, sottoufficiali e soldati semplici, che dal fronte furono inviati presso l’Ospedale psichiatrico di Collegno; a loro è opportuno ora dedicare l’attenzione» (p. 25).

E da lì, drammaticamente attuali, pagine di dati – dopo aver visionato le cartelle cliniche dei ricoverati dal maggio 1915 al 1918: 22 (cioè il 3,27 dei ricoverati totali) nel 1915 fino a 440 (il 33,3% dei ricoverati totali) nel 1918, e in tutti gli anni oltre il 90% erano soldati semplici, sotto il 10% erano di grado superiore. Leggere l’elenco dei disturbi è un pugno allo stomaco, non ci si pensa, ma è necessario

«[…] scorrere l’elenco dei sintomi connessi ai disturbi mentali dei soldati ricoverati per recuperare […] quel fiume carsico di sentimenti ed emozioni turbate che attraversò la loro quotidianità, così come […] è possibile scorgere, tra quei sintomi, un elemento unificante […]. Si tratta […] della categoria del rifiuto: rifiuto della parola (mutacismo), dei suoni (sordità), del cibo (sitofobia), dello spazio (immobilismo), ossia rifiuto di alcune delle realtà, materiali e immateriali, sulle quali fondiamo il senso profondo della nostra coscienza e della nostra identità. […] “dietro il trattamento della vittima psichica di guerra, sta il problema della sopportabilità della guerra stessa” [Leed E. J., Terra di nessuno, esperienza bellica e identità personale nella prima guerra mondiale, Il Mulino, Bologna 1985]».

Scorrendo le pagine troviamo testimonianze di infermiere volontarie, tramite loro lettere a congiunti e amici; capitoli che trattano la guerra chimica, la psicoanalisi, la medicina veterinaria, e un interessante contributo sul tema della cosiddetta “spagnola”, la tristemente famosa influenza; leggere i quotidiani dell’epoca scatena interessanti riflessioni sulla situazione dell’attuale “influenza”, la Covid (ci ricordiamo che bisognerebbe dire “la” Covid, vero?), anche per il dibattito sulla comunicazione giornalistica. In quel caso e in quel tempo ce n’era poca e oggi ce n’è troppa. Ma sempre disinformazione è.


Una replica a “La Prima Guerra Mondiale: salute, malattie, sanità e assistenza”

  1. Ho avuto mio nonno materno ( Villafalletto ( CN ) 1878 ), che, purtroppo, non ho potuto conoscere, che richiamato sotto le armi il 22 aprile 1915, nel reparto artiglieria di campagna, è stato riformato per pazzia e stato confusionale il 4/2/1916. Ricoverato nell'ospedale psichiatrico di Racconigi ( CN ), non si è mai più ripreso e vi è deceduto il 16/9/1922 in stato di cachessia, a 44 anni. Gli atti stessi del manicomio cuneese, raccolti nella pubblicazione ' Ospedale neuropsichiatrico di Racconigi ' Ed, Hapax, confermano la situazione di molti militari internati a seguito di traumi bellici, con smarrimento della propria identità, fobie ed ossessioni. Altre conferme dei traumi psichici, riscontrati nei militari come conseguenza dei combattimenti nella prima guerra mondiale le ho trovate nel documentato libro ' La grande storia della prima guerra mondiale ' di Martin Gilbert ( Mondadori, 1998 )

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