Transizione ecologica = transizione di pace, conferenza a Torino

Autore
Giorgio Mancuso


Transizione ecologica = transizione di pace
(Foto Centro Studi Sereno Regis)

Breve resoconto del convegno “Transizione ecologica = transizione di pace”, svoltosi sabato 23 ottobre a Torino nell’ambito del III Festival della Nonviolenza.

Lo scorso anno il coordinamento AGITE ha organizzato, all’interno della seconda edizione del festival della nonviolenza e della resistenza civile, un convegno critico rispetto all’idea che il futuro produttivo dell’area torinese e del Piemonte in generale fosse orientato verso l’industria militare, in particolare aereo-spaziale.

L’emergenza climatica ci impone di pensare ad una società diversa in cui non c’è spazio per l’industria militare e per la guerra, energivora e inquinante per definizione; mettendola in positivo con il convegno di quest’anno Transizione ecologica = transizione di pace, AGITE ha chiesto ai relatori dati, modelli e idee per una transizione ecologica necessariamente identificata in una transizione di pace, questo a livello nazionale, regionale e cittadino.

Il convegno si è svolto sabato scorso nella giornata finale del terzo festival della nonviolenza e della resistenza civile.

Silvia Rosa Brusin, Giornalista e conduttrice di TG3 Leonardo il TG della Scienza, ha moderato il dibattito durato più di tre ore.

Transizione ecologia dal punto di vista internazionale e nazionale

Edo Ronchi, Presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile e già Ministro dell’Ambiente, avvia la discussione con un’analisi a livello mondiale e nazionale.

Si parla si transizione ecologica perché siamo di fronte ad un cambiamento di vasta portata, un punto di svolta, guidato dalla necessità di una sostenibilità ambientale e di una riduzione dell’impronta ecologia antropica; la grande crisi climatica determina nuovi pericoli per l’umanità. Gli scienziati definiscono scenari catastrofici per un aumento delle temperature medie superiore ai due gradi centigradi. Problemi alla produzione alimentare, flussi migratori incontrollabili, chiusure dei confini nazionali e nuovi muri anche all’interno delle società con conseguenti problemi per la pace internazionale e sociale.

Per evitare la catastrofe del riscaldamento globale bisognerà ridurre del 90% le emissioni di CO2 dovute all’attività umana e questo va fatto a livello mondiale, abbandonando innanzitutto l’orizzonte della crescita illimitata a favore di un modello circolare.

L’approccio internazionale alle questioni climatiche è cambiato negli anni; Kyoto è un protocollo (2005), ovvero un tentativo di imporre la riduzione delle emissioni di gas serra con un controllo centralizzato. Dato il fallimento di questo approccio, si è tentato un approccio più morbido e a livello delle singole nazioni con l’accordo di Parigi (COP21 – 2015) che è volontario e ha l’obiettivo di creare modelli di sviluppo, produzione e consumi de-carbonizzati.

La prossima conferenza di Glasgow (COP23), ha alcuni obiettivi dichiarati

  • Fare il punto delle politiche nazionali
  • Accelerare l’uscita dal carbone
  • Piani di adattamento climatico nazionali (resilienza)
  • Aumentare la mobilitazione sociale alla campagna ONU Raise To Zero

L’Europa, con enormi difficoltà, sta cercando di avere un ruolo di modello in questo processo. Ad esempio, definendo dei limiti temporali all’industria automobilistica sulla produzione di motori endotermici.

A livello nazionale, secondo il recente sondaggio IPSOS “Percezione, costi e benefici della transizione ecologica” commissionato dalla Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, l’86% degli italiani ritiene la transizione ecologica un’opportunità.

Transizione ecologia dal punto di vista regionale e locale

Fiorenzo Ferlaino, dirigente di ricerca IRES Piemonte, integra la discussione con una serie di dati regionali.

I dati guidano l’azione delle istituzioni locali per quel che riguarda la transizione ecologica: avere dati affidabili ed aggiornati è quindi fondamentale.

Il primo problema da affrontare è stato quello di avere degli indicatori in grado di “misurare” la transizione ecologica. I PIL è ormai considerato un indicatore non adatto, da sostituire con indicatori che consentano un’analisi multidimensionale. Per l’Italia, ISTAT e CNEL hanno definito il BES (Benessere equo e sostenibile) che, a partire dal 2018, è stato integrato nel DEF (Documento di programmazione economica finanziaria) nazionale.

Gli strumenti attivati per la transizione ecologica sono la Strategia Nazionale di Sviluppo Sostenibile (SNSvS), nata nel 2017 e le successive Strategie Regionali di Sviluppo Sostenibile (SRSvS). Quella del Piemonte è stata varata nel 2019. Il lavoro più complesso è integrare queste strategie con le altre strategie locali e con i fondi del PNRR. Allo scopo di avere una visione complessiva e coerente di tutti gli aspetti della questione.

Guido Montanari, docente di storia dell’architettura e della città al Politecnico di Torino, già vicesindaco e assessore all’urbanistica della Città, sottolinea l’importanza delle città nella transizione ecologica.

Innanzitutto, attraverso un’attenta gestione del suolo; il suolo libero ha un’importanza fondamentale nella gestione ambientale: assorbendo l’acqua in eccesso ne rallenta il corso e diminuisce la probabilità di alluvioni devastanti, assorbe CO2 e non ultimo, fornisce sostentamento alimentare. La funzione di drenaggio può anche essere svolta anche da aree di terreno occupato (parcheggi, aree di stoccaggio ecc) purché non impermeabilizzate. Fondamentale risulterà arrestare il consumo di suolo e rigenerare il suolo inutilizzato.

In secondo luogo, piantando alberi dove possibile con l’obiettivo di un albero ogni tre abitanti.

Il piano regolatore può essere uno potente strumento per raggiungere questi obiettivi. Ma va unito a un ampio cambio culturale tra gli addetti ai lavori e tra gli stessi uffici tecnici pubblici.

Marina Clerico, docente al Politecnico di Torino del dipartimento di ingegneria del Territorio, dell’Ambiente e delle Infrastrutture, in un intervento accorato cerca di sottolineare ulteriormente cosa c’è in gioco.

I diagrammi dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) peggiorano di anno in anno: i dati acquisiti calcolano un aumento della temperatura media di un grado centigrado rispetto alla media delle temperature del periodo 1850-1900, con tendenza al rialzo.

Il raggiungimento di un aumento di un grado e mezzo è oramai dato per acquisito. Tutti i trattati considerano l’aumento a due gradi come limite massimo sopportabile.

Le simulazioni legano la frequenza di eventi limite nelle aree a clima temperato all’aumento della temperatura media. Con un aumento di un grado la frequenza degli eventi aumenta di cinque volte, di otto volte per un grado e mezzo, di quattrodici volte per due gradi.

L’eccesso di CO2 sta inoltre aumentando il grado di acidità dei mari con conseguenze a lunga scadenza e imprevedibili.

Gli scienziati sono consapevoli da settanta anni del legame tra l’aumento della temperatura e l’aumento delle emissioni di gas serra ad opera dell’uomo.

Tra le soluzioni, l’aumento dell’assorbimento naturale attraverso massicce riforestazioni, la riduzione dei consumi, l’utilizzo massivo di fonti energetiche rinnovabili; allo studio il cosiddetto sequestro, ovvero lo stoccaggio di grandi quantità di CO2 nei giacimenti di gas ed idrocarburi dismessi.

Federico Bellono, Segretario CGIL Torino, conclude la prima serie degli interventi con il punto di vista del sindacato, che punta ad essere un attore importante nei processi di transizione ecologica.

I processi di questa complessità devono essere guidati con una visione politica autorevole e ad ampio respiro; l’iniziativa non può essere lasciata agli investimenti privati che sono sempre a breve termine.

Sarà necessaria una profonda ristrutturazione delle attività produttive, una sfida che va affrontata con coraggio e idee nuove. Ad esempio privilegiando la mobilità elettrica e sfruttando appieno le opportunità di lavoro nel settore sanitario, nella gestione del patrimonio pubblico ed ambientale, nel trasporto locale.

Edo Ronchi, nel suo secondo intervento, cerca di fare una sintesi di proposte operative per la transizione ecologica:

  • Ridurre il consumo di energia seguendo un modello di economia circolare
  • Ridurre la mobilità privata incentivando la mobilità pubblica
  • Migliorare il rendimento energetico degli edifici
  • Sviluppo delle fonti rinnovabili di energia a calore
  • Aumento della produzione di biocarburanti
  • Sviluppo di comunità di consumatori-produttori

Nella sua qualità di riassunto di quasi tre ore di conferenza, questo articolo è chiaramente parzialmente incompleto. Invito chi volesse approfondire le tematiche oggetto dell’incontro di seguire la registrazione video completa a cui si può accedere tramite il box sottostante.


Giorgio Mancuso


Sono umanista da sempre con una fede profonda sulla possibilità e la necessità di costruire un nuovo mondo, fatto di relazioni solidali e profonde, dove l’essere umano sia il valore e la preoccupazione centrale. Negli anni ho cercato di rendere reale questa prospettiva con un interesse particolare per il sociale: partecipando ai social forum nel 2000, animando progetti di cooperazione in Senegal fino al 2010 per arrivare oggi ad occuparmi delle problematiche legate all’economia con un occhio attento a tutti quei movimenti che propongono organizzazioni economiche alternative più vicine all’essere umano. Dal 2010 faccio parte de La Comunità per lo sviluppo Umano, organismo culturale del Movimento Umanista. Sono anche un fanatico di internet, dell’open source e della sua filosofia


Transizione ecologica = transizione di pace, conferenza a Torino. Fonte: Pressenza Italia

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