India: volge in tragedia la protesta del settore agricolo

Autrice
Daniela Bezzi


Il video che sta rimbalzando vorticosamente da qualche giorno sui canali social dell’India dura solo una manciata di secondi e non riesci a credere che una simile violenza possa essere successa. Che un tale e deliberato disprezzo per la vita umana possa essere accaduto.

Raul e Priyanka Gandhi incontrano i parenti di alcune vittime

Il fatto risale a domenica scorsa, a Lakhimpur Khedi, una cittadina come tante nello stato dell’Uttar Pradesh, India del Nord. Fin dalla prima inquadrature capiamo che è in corso una mobilitazione, gente in marcia sul ciglio di una strada sterrata, toni rauchi, bandiere, agitazione. E distese di campi su entrambi i lati della strada: una delle tante agitazioni contadine che da mesi (per l’esattezza da un anno) stanno infiammando le campagne di tutta l’India per denunciare l’inaccettabilità di una certa legislazione che, nel settembre dell’anno scorso, il Governo Modi ha varato senza alcuna consultazione con le rappresentanze sindacali (ne abbiamo parlato in più occasioni, per esempio qui quando il sit-in a oltranza alle porte di Delhi era già in corso da un paio di mesi).

Una ‘innovazione’ quelle tre odiate leggi, che consegnerebbe al Super Governo delle Multinazionali la gestione di un settore produttivo che sebbene in sofferenza, dà lavoro, e rappresenta l’habitat, la rete di relazioni, per non meno di 700 milioni di persone – e non a caso dallo stato del Punjab dove è cominciata, la protesta si è estesa a macchia d’olio in tutta l’India, guadagnandosi la fama di Più Grande (oltre che compatto, coeso, organizzato) movimento sindacale del pianeta, mirabilmente coordinato dal Samyukt Kisan Morcha.

Improvvisamente la clip inquadra l’irruzione di tre SUV, uno dei quali di proprietà del Ministro dell’Interno Ajay Mishra e infatti ecco suo figlio riconoscibilissimo sul sedile posteriore. Incuranti del corteo i tre bolidi non frenano, anzi aumentano di velocità, inevitabilmente travolgono i primi malcapitati come fossero birilli, uno di loro rimbalza a corpo morto sul cruscotto del veicolo di Ajay Mishra che neppure in quel caso arresta la corsa, anzi sgomma via come se niente fosse. La nuvola di polvere si dirada solo per rivelare una serie di corpi atterrati e sparsi sulla strada, fine dell’agghiacciante Video Game.

Si capirà più tardi che sono rimaste uccise otto persone, oltre a vari feriti. Tra i morti quattro sono agricoltori, un quinto era un giovane giornalista locale, Raman Kashyap, degli altri stanno a poco a poco ricostruendosi le storie nel flusso dei post, come succede.

Particolare inquietante: l’autopsia effettuata nelle ore successive sui corpi di alcuni di loro ha accertato che almeno in un caso sono stata sparati dei proiettili, mirando proprio alla testa. Vari responsabili delle aziende agricole del circondario, i residenti locali e le fonti della polizia dell’Uttar Pradesh racconteranno poi ai media che da giorni c’era un clima di tensione, innescata da comportamenti e dichiarazioni “provocatorie” anzi di vero e proprio disprezzo, da parte dello stesso Mishra nei confronti degli agricoltori in protesta. Insomma una tragedia annunciata.

E così la protesta del settore agricolo che per mesi era riuscita a crescere, o per meglio dire resistere, nonostante i non pochi momenti drammatici (per esempio durante le manifestazioni a Delhi del 26 gennaio scorso, quando una parte del Movimento deviò dal percorso negoziato con le autorità e inscenò la spettacolare ‘conquista’ del Forte Rosso) è precipitata in dramma. E proprio quando dopo l’ennesimo oceanico sciopero generale del 27 settembre scorso, sembrava esserci qualche possibilità di ripresa nei negoziati con il governo. E dramma dunque anche per la politica.

Per Sitaram Yechury, segretario generale del Partito Comunista Indiano e figura molto rispettata non solo per la minoritaria sinistra, si è trattato dell’ennesimo scacco anzi martirio della democrazia. E il fatto che persino a Priyanka Gandhi, sia stato negato il permesso di incontrare lunedì le famiglie degli agricoltori uccisi (e le è toccato ricorrere a uno sciopero della fame per superare gli iniziali sbarramenti) è un sintomo della crisi che si è aperta con questo episodio in termini proprio di governance, ai vertici dello stesso BJP. “L’India è un paese di agricoltori, non proprietà privata del BJP… Non sto commettendo alcun crimine se decido di incontrare i parenti delle vittime… Come potete fermarci senza alcun mandato?”, ha detto alle telecamere la leader del Congresso mentre veniva trattenuta.

Non si contano le manifestazioni di protesta in tutti gli stati dell’India e non solo nelle campagne anche a Mumbai e Delhi. Anche oggi mentre chiudiamo queste note, i fatti di Lakhimpur Khedi non smettono di rumoreggiare nell’infosfera dell’India, via via che le vite, personalità, circostanze delle vittime e delle famiglie e comunità di origine da cui provenivano, si precisano di particolari. E contribuiscono alla conferma di quel mosaico di sofferenze, su cui una popolazione di centinaia di milioni, non solo piccoli contadini, anche cosiddetti urbans, insomma la classe media, si rispecchia in queste ore.

Non sapremmo trovare, in una simile circostanza, un commento migliore di questo post condiviso ieri sulla pagina Facebook dallo scrittore Amandeep Sandhu, che di questa protesta del settore agricolo indiano è stato fin da subito il miglior cronista, con un social-diary che non sapremmo immaginare più attento e puntuale, nella quotidiana registrazione non solo dei fatti, ma anche degli umori, di questo formidabile Movimento. E il mood di queste ore per l’India è proprio di shock, come di fronte a una gravità al tempo stesso troppo evidente per essere ignorata e rispetto alla quale però è facile scegliere il silenzio, rintanarsi ancora di più nei propri privilegi, o rassegnarsi alla disgrazia di contare meno di niente – a seconda della buona o mala sorte toccata con la nascita.

E infatti il post di ieri si intitolava semplicemente Us, ovvero Noi

“Vivere nell’India di oggi è una continua sfida, ma è da quando è iniziata questa protesta dei contadini che ho cominciato ad aver paura. Mi chiedo se questo succede solo a me. Mi chiedo se ora – dopo le uccisioni di Lakhimpur Khedi – stia succedendo anche a te. Per questa sfacciata, illegale, brutalità dello stato, e per la sua incapacità di reagire, vedere

Sono passati tre giorni da quando il figlio del Ministro degli interni Ajay Mishra ha falciato via quei poveri contadini. E tra l’altro veniamo a sapere che uno di loro è morto per un proiettile. Impallinato. Eppure, continuiamo a fare come se niente fosse. Le famiglie delle vittime, il Samyukt Kisan Morcha e vari partiti politici stanno reiterando la richiesta di arrestare il figlio di quel Ministro, oltre ai suoi complici, in un silenzio assordante. Non posso fare a meno di ricordare i linciaggi di qualche anno fa. La violenza ora riguarda dei veicoli, ma la conclusione è la stessa: l’impunità. Un’arroganza che è proprio la cifra di uno stato illegale. Di cui siamo colpevoli anche noi, se restiamo spettatori di uno sport sanguinario.

Sui media va in onda in queste ore l’ulteriore crocefissione delle contraddizioni interne del movimento contadino, i dissapori tra i capi del Samyukt Kisan Morcha: come se una protesta che dopo tutti questi mesi non ha ancora avuto un’accettabile risposta, non fosse già una violenza enorme, un insulto alla democrazia, un’abnormità. Come se potessimo permetterci di non riconoscere in queste centinaia di migliaia di contadini, l’ultimo baluardo contro l’autoritarismo assoluto, l’ultima difesa contro l’erosione di tutti i valori democratici. Perché se questo muro cade, anche noi possiamo dire bye bye per sempre a questa nazione. (…)

Negli ultimi tre giorni, Internet è stato silenziato nella zona di Lakhimpur. Non oso pensare alle ulteriori schiaccianti evidenze che emergeranno quando verrà riattivato. La compostezza, la non violenza con cui questa comunità offesa sta reagendo alla violenza che li ha colpiti è un segno del loro coraggio. E della loro superiorità.


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