Umiliante sconfitta in Afghanistan

Autore
Chandra Muzaffar


I media mainstream occidentali on questi giorni traboccano di notizie sulla gente in fuga da Kabul nella scia della vittoria talebana e dell’umiliante sconfitta in Afghanistan.

Umiliante sconfitta in Afghanistan
Fonte: Flickr | CC BY-NC 2.0

Immagini drammatiche di giovani e vecchi in affanno per abbordare aerei zeppi hanno un enorme impatto. Il messaggio che trasmettono è che una paura collettiva ha afferrato gli afghani in cerca di sfuggire alla presa ferrea di un ‘regime oppressivo e brutale’. Le immagini suggeriscono anche che libertà e sicurezza attendano questi profughi nelle capitali occidentali.

Molti non si rendono conto che queste visuali servono a distogliere l’attenzione da un’altra realtà scoraggiante: l’umiliante sconfitta patita dagli USA e i loro alleati dopo un’occupazione ventennale dell’Afghanistan. Occupazione che secondo il progetto Costi della Guerra della Brown University ha divorato 2.260 miliardi di dollari, e impiegato al suo massimo 775.000 militari USA. Che con gli alleati NATO avevano a disposizione alcuni armamenti fra i più letali e sofisticati al mondo; che tuttavia non hanno impedito almeno 2.322 morti USA; mentre come risultato delle operazioni militari degli occupanti in Afghanistan e Pakistan sono state registrate ben 240.000 morti, fra cui si stimano circa 47.245 civili afghani e 24.099 civili pakistani. A fine 2020 c’erano 3,5 milioni di afghani sfollati e almeno 2,5 milioni profughi all’estero.

Invece i talebani avevano una Potenza di fuoco limitata. Pepe Escobar [autorevole esperto – ndt] ne ha detto:

“Si basavano solo sui kalashnikov, granate lanciate a razzo e pick-up Toyota; questo fino a tempi molto recenti prima di catturare materiale americano, compresi droni ed elicotteri.”

Eccetto un nucleo di guerriglieri, avevano solo una formazione militare basilare. Si stima che fossero 78.000 combattenti, di cui 60.000 attivi. Ce n’era anche qualcun altro in Pakistan; per il resto, il sostegno internazionale ai talebani è stato modesto. Eppure, a metà agosto 2021, l’Emirato Islamico dell’Afghanistan guidato dal cofondatore talebano, mullah Baradur Akhund era al timone.

Che cosa ne spiega il successo? Vari analisti considerano come fattore d’importanza determinante la loro salda fede nell’islam, profondamente integrata con il loro affetto per la propria terra. Che è il perché nessuna potenza straniera è mai stata in grado di sostenere la propria conquista dell’Afghanistan. I britannici lo scoprirono a metà del 19° secolo. L’URSS si adeguò a questa verità quando venne sconfitta dagli afghani nel 1989, dopo un’occupazione decennale e la perdita di 60.000 soldati. Adesso gli americani sanno perché l’Afghanistan sia stato giustamente descritto come “il cimitero degli imperi”.

A parte la fede, i talebani hanno anche perseguito un’abile strategia di stabilire legami con capi comunità locali e comunità di base. Questi legami han dimostrato di essere il bastione della resistenza alla presenza americana a livello locale. I talebani, gruppo prevalentemente pashtun in consonanza con la comunità maggioritaria, si sono protesi anche verso le minoranze etniche come i tagiki, gli uzbeki e gli hazara; una rete che ha accentuato la posizione del movimento di resistenza nel suo insieme.

Confrontando i talebani con il governo sostenuto dagli USA e con l’esercito sponsorizzato dagli USA, s’inizia a capire perché le percezioni pubbliche degli uni e degli altri fossero così differenti. Le élite, civili e militari, collegate agli USA, erano considerate “burattini” e “scagnozzi” di una potenza straniera; Non avevano quasi credibilità. A rendere peggiori le cose, qualcuna fra le élite ha ancor più minato la classe dirigente con una sbrigliata indulgenza verso la corruzione e l’abuso di potere. Si presume che una sostanziosa porzione di aiuto esterno dato al popolo afghano sia stata deviata dall’élite corrotta a propria soddisfazione. Tali male pratiche hanno ampliato la carenza di fiducia fra l’élite e i suoi sostenitori stranieri da un lato e le masse afghane dall’altro.

Ci sono state anche occasioni in cui gli occupanti hanno esibito un’estrema mancanza di sensibilità verso le norme e i valori che governano la società afghana, specialmente la sua popolazione rurale. Nella loro ricerca di “terroristi”, le truppe USA e di altri paesi NATO hanno fatto irruzioni spropositate in case rurali nel bel mezzo della notte, violando tra l’altro inavvedutamente il senso di appropriatezza delle donne che a quell’ora possono ben non indossare il purdah. Risulta dai resoconti che tali casi hanno infuriate donne e uomini spingendoli invariabilmente a una montata di rabbia contro l’intruso straniero.

Se è giunto alla fine un tragico capitolo della storia dell’Afghanistan caratterizzato dall’occupazione e i suoi guai concomitanti come anche l’insensibilità culturale e la corruzione, possiamo sperare che ne cominci uno nuovo? Prima che si possa anche solo contemplare i contorni di un nuovo Afghanistan, è importante enfatizzare ancora una volta che la conquista e l’occupazione militare non sono la soluzione ad alcun problema. Non ha eliminato il terrorismo in Afghanistan o altrove. Non ha portato sviluppo o progresso significativo al popolo afghano. Come può essere benefico per la gente quando è ovvio che l’occupante stesso sovente sponsorizza, finanza, addestra e protegge i terroristi seguendo la propria agenda — agenda di dominanza egemonica e controllo.

Ecco perché se c’è una lezione che possiamo tutti imparare dalla débâcle in Afghanistan è il male della dominanza ed egemonia e le sue disastrose conseguenze. Con azioni di massa — dimostrazioni, assemblee e mobilitazione mediatica —- il popolo americano in particolare dovrebbe far arrivare questo messaggio alle teste e ai cuori delle loro élite. Non estromettete altri regimi con la forza e la violenza. Non occupate le terre do altri popoli. È una tale vergogna che dalla fine della seconda guerra mondiale le élite USA abbiano continuato a fare appunto così —- in Vietnam, in Iraq, in Libia. Ci hanno provato non riuscendoci in Siria. Non sembrano imparare.

E solo la volontà della gente — democraticamente espressa — che può fermare la demenza di queste élite.


Chandra Muzaffar

Dr. Chandra Muzaffar è membro della  Rete TRANSCEND per Pace, Sviluppo e Ambiente, e presidente dell’International Movement for a Just World (JUST). È autore dell’e-book ‘Whither WANA?-Reflections on the Arab Uprisings’, accessibile mediante il sito di  JUST www.just-international.org.


TRANSCEND MEMBERS, 30 Aug 2021 | Dr. Chandra Muzaffar | JUST – TRANSCEND Media Service

Traduzione di Miki Lanza per il Centro Studi Sereno Regis


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