Dall’Afghanistan all’India. Dalle tragedie mediatizzate a quelle trascurate

Autrice
Elena Camino


Dall’Afghanistan all’India
Photo by rajat sarki on Unsplash

Quali invitati al tavolo dei potenti?

In questi giorni convulsi, in cui l’attenzione del mondo è focalizzata sulla tragedia in corso in Afghanistan, si parla molto di Russia, Cina, USA, Europa, paesi del Mediterraneo… Mi ha colpito l’assenza – tra i soggetti politici ai quali i media fanno riferimento nel descrivere incontri e strategie in atto sui tavoli internazionali – di due grandi Paesi, il Pakistan e l’India. Uno di questi, il Pakistan, confina a nord-ovest e a nord con l’Afghanistan. Il Pakistan è il quinto Stato più popoloso nel mondo, con una popolazione superiore ai 224 milioni di persone.

Sulle pagine del The Guardian del 27 agosto 2021 si legge che un numero senza precedenti di persone (si parla di centinaia di migliaia) sta trasferendosi dall’Afghanistan al Pakistan attraverso i confini ufficiali, che sono rimasti aperti. Altre testate – come l’Economic Times Indiano – riferiscono che negli ultimi tre mesi l’esercito pakistano assisteva al passaggio di nuovi combattenti attraverso il confine dai santuari all’interno del Pakistan.  Prospettive e interessi contrapposti si incrociano lungo le frontiere.

L’altro grande Paese è l’India, che ospita 1 miliardo e 390 milioni di abitanti, e contende alla Cina il primo posto nella classifica dei paesi più popolosi. Secondo informazioni dell’ONU, nel 2020 erano presenti in India circa 16.000 rifugiati afgani, la maggior parte dei quali vive a Delhi, in un quartiere chiamato ‘la piccola Kabul’. Molti di loro sono arrivati in India negli ultimi decenni, perché si sentivano minacciati dai talebani, ma con la speranza di tornare in patria. Ora sono preoccupati, temono per la sorte dei familiari rimasti in Afghanistan.

Equilibri precari

Nonostante il peso demografico, a livello diplomatico l’India si trova chiaramente isolata: è stata tenuta fuori dagli incontri di Doha (ai quali parteciparono gli Americani) e anche dagli incontri di Mosca (organizzati dai Russi). Gli Americani criticano probabilmente il limitato contributo militare dell’India nel proteggere gli interessi degli USA nelle aree meridionali dell’Asia, mentre i Russi non apprezzano lo schieramento dell’India con l’Occidente.  Questo isolamento è tanto più preoccupante se si pensa che gli eventi in corso in Afghanistan accentuano un problema rimasto a lungo irrisolto: la difficile relazione tra India e Pakistan, da sempre in conflitto sul piano del reciproco riconoscimento e rispetto dei diritti sociali, politici e religiosi delle popolazioni Musulmane e Hindu.

L’insediamento dei Talebani al potere in Afghanistan crea nuovi squilibri in questi due Paesi. Il Pakistan può ottenere dei vantaggi dalla presenza dei talebani in Afghanistan, per contrastare il peso dell’India, sua nemica da sempre. Nello stesso tempo è legato agli Stati Uniti, da cui ha ottenuto ingenti finanziamenti, e riceve assistenza nella gestione del suo arsenale nucleare.

Il giornalista Tiziano Marino, in un recente articolo sul Caffè Geopolitico, sostiene che “Pur senza aver sparato un colpo l’India è tra le vittime eccellenti del conflitto in Afghanistan. […] Nel giro di poche settimane Delhi ha infatti perso ogni possibilità di influenzare il destino di un Paese strategico in cui ha investito molto e non solo in denaro”. Secondo il giornalista, il ritorno dei talebani a Kabul ha anche l’effetto di allontanare Delhi dall’Asia Centrale, rallentando lo sviluppo di progetti infrastrutturali strategici per il Governo Modi, come l’ampliamento del porto iraniano di Chabahar, hub che fornirebbe all’India un’opzione marittima per le proprie merci non più costrette a seguire rotte cinesi e pakistane. In bilico è anche il progetto TAPI (Trans-Afghanistan Pipeline), che alla luce dei recenti sviluppi imporrebbe a Delhi di pagare royalties ai talebani sul gas proveniente dal Turkmenistan.

India: dalla politica estera alla situazione interna

Nel discorso alla nazione che ha rivolto alla nazione il 15 agosto 2021 (Anniversario dell’Indipendenza, 1947) il Primo Ministro Indiano Narendra Modi ha dichiarato che le sfide più gravi che il Paese deve affrontare sono “terrorismo ed espansionismo”: un riferimento velato a due potenti vicini dell’India, il Pakistan e la Cina.

Secondo l’Autore dell’articolo, Sajaj Jose (un giornalista indiano free lance) il Primo Ministro ha evitato di proposito di parlare della spaventosa realtà in cui si trovano oggi milioni di indiani: salari ridotti, diffusa disoccupazione, fame. Non ne ha parlato per una buona ragione: indagine dopo indagine, i dati emersi da sondaggi, inchieste, ricerche sul campo hanno confermato che la tragica crisi in cui è sprofondata l’India è in buona misura conseguenza delle azioni intraprese dal governo. Più specificamente, a causare questa condizione è stata la gestione – mal concepita e peggio attuata – delle misure prese con il lockdown del marzo 2020 per contrastare la pandemia da COVID-19.

Le ricadute economiche dei lockdown messi in atto per contrastare la diffusione del virus hanno creato a livello globale la peggiore crisi umanitaria della storia recente indiana. Mentre l’opinione pubblica occidentale viene orientata dai media a seguire l’andamento dei contagi e delle vaccinazioni, poca attenzione viene dedicata alle conseguenze socio-economiche, soprattutto nei paesi del Sud del mondo. Numerosi sondaggi hanno rivelato l’assoluta gravità di questa catastrofe in corso, il cui sintomo più evidente è la fame di massa. La crisi è globale, ma l’India è tra i paesi che più ne stanno soffrendo.

Con l’arrivo del COVID-19, il lockdown imposto all’improvviso, senza preavviso e senza prospettive, ha causato di colpo la perdita del lavoro per 140 milioni di persone.    Secondo un’analisi svolta dal Pew Research Center in India l’anno scorso circa 75 milioni di persone sono finite in povertà (con un reddito cioè pari o inferiore a 2$ al giorno). Sondaggi pubblicati negli ultimi mesi da università, centri di ricerca e associazioni sono concordi nel segnalare un drammatico aumento del numero di Indiani  – 230 milioni –  che si trovano attualmente al di sotto della linea della povertà.

Una tragedia occultata

Prasanna Mohanty, columnist del giornale Business Today, già a fine 2020 denunciava le responsabilità del governo nell’aver favorito questo tragico peggioramento delle condizioni di vita in India:  La gestione inetta e insensibile della pandemia e il lockdown prematuro e non pianificato hanno scosso l’India come nessun altro paese ...  Il giornalista sottolinea come il governo non si è mai preso la briga di monitorare la perdita di posti di lavoro o la perdita di vite dei lavoratori migranti, milioni dei quali hanno camminato per mesi per tornare a casa – un fenomeno mai visto in nessun’altra parte del mondo – e alcuni hanno perso la vita lungo la strada.

Il governo, prosegue Prasanna Mohanty, non ha fatto nulla per proteggere i posti di lavoro, a differenza dei paesi OCSE che hanno salvato 50 milioni di posti di lavoro, o per aiutare a sopravvivere alla perdita di posti di lavoro e mezzi di sussistenza di milioni di persone. La scioccante verità è che in quasi ogni fase di questa tragedia ancora in corso e, per la maggior parte, evitabile, invece di alleviare la miseria di una popolazione in grande sofferenza, le azioni (e l’inazione) del governo vi hanno contribuito attivamente.

Alla tragedia conseguente alla cattiva gestione della pandemia si aggiunge il comportamento antidemocratico del governo, il quale ha approvato nel settembre scorso tre leggi nel settore agricolo (senza consultare le confederazioni dei contadini), che aprirebbero le porte alle multinazionali dell’agribusiness sottraendo ogni possibilità di controllo agli agricoltori, e priverebbero di tutela il controllo sui prezzi a protezione dei braccianti e dei piccoli contadini.   Attualmente è in corso uno sciopero che vede accampati alle porte di Delhi – dal mese di novembre 2020! – migliaia di contadini e agricoltori, che chiedono al governo di ritirare quelle leggi. È la più lunga e la più partecipata protesta nella storia dell’India.

Tutti i sindacati chiedono il ritiro incondizionato delle tre leggi, l’attuazione di un sistema pubblico di distribuzione del cibo e il riconoscimento del diritto al cibo per tutti. Narendra Modi, forte dell’esplicito appoggio delle compagnie multinazionali e del Fondo Monetario Internazionale, ha finora rifiutato ogni dialogo con gli agricoltori. Nel frattempo crescono le adesioni di associazioni e gruppi sociali alla protesta dei contadini, e cresce la repressione da parte del governo. Sono sempre più numerose le persone – studiosi, giornalisti, ricercatori – che sono attualmente in carcere con l’accusa di ‘sedizione’. 

Violenza della guerra, violenza del potere

Varie organizzazioni umanitarie stanno lanciando l’allarme sul problema della fame, una condizione tragica che sta  aumentando in molti luoghi del mondo.  Già nell’ aprile del 2020 David Beasley, direttore del World Food Programme (WFP) dell’ONU, avvertì  il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che il mondo era di fronte a una ‘pandemia da fame’, e forse a “molteplici carestie di proporzioni bibliche”, che avrebbero potuto portare a contare fino a 300.000 morti al giorno per fame se non si interveniva al più presto.

A proposito di Afghanistan e India, i due paesi di cui ho scritto in questo articolo, ecco un paio di notizie recenti.

24 agosto 2021. Mentre i Talebani assumono il controllo dell’Afghanistan, gli esperti avvertono che una grave siccità potrebbe peggiorare la crisi umanitaria scatenata dall’esodo delle forze occidental. (Afghanistan at risk of hunger amid drought and Taliban takeover)

24 agosto 2021. 14 milioni di persone in Afghanistan – un terzo della popolazione  – deve affrontare una condizione di insicurezza alimentare. Ne sono coinvolti due milioni di bambini, che già adesso soffrono di malnutrizione (WFP calls for urgent aid as millions of Afghans face starvation)

24 agosto 2021. “Nessuna carestia si è mai verificata nella storia del mondo in una democrazia funzionante” . Lo sostiene l’economista Amartya Sen. Secondo lui  “una stampa libera e una opposizione politica attiva costituiscono il più efficace strumento di allarme per un paese a rischio di carestie” (A nation starved: Could ‘New India’ witness a famine?)

Purtroppoè lungo l’elenco dei paesi e delle popolazioni in cui l’insicurezza alimentare si sta trasformando in situazione di carestia. Secondo il World Food Programme (3 agosto 2021)vi sono 41 milioni di persone in 43 paesi che si trovano a un passo dalla carestia. Tra i gruppi più a rischio di sono le popolazioni dello Yemen e del Sud Sudan, e le moltitudini di sfollati e rifugiati, che sono totalmente dipendenti dagli aiuti umanitari per la loro sopravvivenza.   Il WFP ha urgentemente bisogno di 6 miliardi di $ per fornire cibo e assistenza alimentare.

La tragedia dell’Afghanistan, mediatizzata nei suoi aspetti immediati e spettacolari, e la tragedia dell’India, occultata dai media e sottovalutata dalle stesse realtà democratiche occidentali, offrono alla società civile una straordinaria varietà di possibile coinvolgimento  personale: dalla protesta attiva contro la guerra e le armi, alla partecipazione pubblica contro le scelte insostenibili del potere dominante (che aggravano il cambiamento climatico); dal contributo finanziario (magari modesto ma continuativo)  offerto a istituzioni e organizzazioni non governative, alla diffusione (soprattutto nel mondo educativo) di visioni e prospettive che aiutino a restituire rispetto alla Terra e ai viventi, ad elevare lo sguardo e ad allargare il cuore.


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