Pistole fumanti. Come le esportazioni europee di armi stanno costringendo milioni di persone a lasciare le loro case

Autori
Apostolis Fotiadis, Niamh Ní Bhriain



Una recente pubblicazione, Smoking Guns (Pistole fumanti) prodotta nel giugno 2021 dal Transnational Institute (TNI), mette in luce le connessioni tra produzione e commercio di armi da parte dell’Europa, e spostamenti e migrazioni forzate di intere popolazioni. Oltre a un inquadramento generale il testo presenta alcuni casi – studio, due dei quali riguardano l’Italia. Qui vi propongo una sintetica traduzione dei paragrafi introduttivi, rimandando al testo inglese per i casi studio.


Storia e missione del TNI. Il Transnational Institute è nato nel 1974 come programma internazionale all’interno dell’Istituto di Studi Politici (Washington DC). La sua missione è quella di rafforzare i movimenti sociali internazionali grazie alla creazione di collaborazioni tra studiosi socialmente impegnati, movimenti per la giustizia sociale e l’equità e responsabili delle scelte politiche. Tutte le iniziative partono dalla prospettiva degli interessi del Sud Globale, in difesa quindi delle fasce più povere e marginalizzate delle società. TNI ha fiducia nelle modalità nonviolente per affrontare I conflitti, e considera importante sviluppare modi nuovi e innovativi per affrontare e risolvere i problemi.


Smoking Guns (Pistole fumanti)

Il Report che indaga i nessi tra il commercio di armi e gli spostamenti forzati di popolazioni inizia con una sintesi dei dati che gli Autori hanno trovato più significativi nella loro ricerca, i ‘risultati chiave’.

I PRINCIPALI RISULTATI

• Armi ed equipaggiamenti militari prodotti e concessi in licenza in Europa, e poi venduti a Paesi terzi, provocano spostamenti forzati e fenomeni migratori.  Il commercio di armi è motivato da interessi economici (dipende da quanto è redditizio il settore); inoltre gli attuali meccanismi di controllo e di monitoraggio sono problematici e facilitano, anziché limitare, le pratiche di assegnazione delle licenze e le esportazioni.

• Il commercio di armi è una questione politica, è guidato dal profitto ma è mal regolamentato. Altri settori commerciali, come il cibo e l’agricoltura, che non minacciano il diritto fondamentale alla vita né altri diritti umani come invece fanno le armi, sono molto meno sottoposti a regole e controlli.

• È possibile ricostruire in modo sistematico i percorsi che armi ed equipaggiamenti tecnologici e militari fanno, dai punti di origine in cui vengono costruiti fino alle frontiere attraverso le quali si esportano, poi fino ai luoghi in cui si utilizzano. Quindi si possono documentare i loro effetti devastanti sulle popolazioni.

Il Report conferma, al di là di ogni ragionevole dubbio, che le armi Europee sono usate direttamente non per difendere delle popolazioni o per migliorare le condizioni di sicurezza locali o regionali – come spesso si afferma – ma allo scopo di destabilizzare interi paesi o regioni.

L’industria delle armi è coinvolta in evidenti violazioni delle clausole relative al trasferimento e/o all’uso delle regole internazionali (EUAs) nonostante un sistema di controlli che viene considerato efficace. I dati dimostrano che – una volta che le armi si sono vendute – è impossibile controllare come si usano. Inoltre, anche se è noto che certi Paesi non soddisfano i requisiti richiesti, ci sono alcuni paesi dell’UE che continuano a vendere loro armi ed equipaggiamenti militari.

Le armi possono essere vendute agli organi ufficiali di scurezza di uno stato, oppure a soggetti non ufficialmente riconosciuti; possono essere o no rispettate le regole UEAs. Ma in tutti i casi il risultato è sempre lo stesso. Le armi Europee sono state utilizzate in operazioni militari che hanno portato alla destabilizzazione politica, e a conseguenti sfollamenti e migrazioni.

La destabilizzazione facilitata dalle armi fornite dall’Europa ha a sua volta contribuito a espandere enormemente – da parte degli stessi Europei – gli apparati di sicurezza delle frontiere, per far fronte alla supposta minaccia da parte dei rifugiati, che tentano di entrare in Europa e di chiedere asilo.

I Paesi Europei sono tra i maggiori esportatori nel mondo di armi ed equipaggiamenti letali, responsabili di circa il 26% delle esportazioni globali di armi nel 2015.  In testa alla classifica ci sono Francia, Germania, Italia, Spagna e Regno Unito, che complessivamente ne hanno esportato il 22% nel periodo 2016–2020.

Le esportazioni di armi da Bulgaria, Croazia e Romania sono aumentate molto negli ultimi anni, soprattutto verso i Paesi dell’Asia occidentale.Un esempio: prima del 2012 la Croazia esportava munizioni per un valore di meno di 1 milione di € all’anno, ma dopo l’inizio della guerra in Siria il valore delle esportazioni è salito gradualmente, fino a raggiungere il valore di 82 milioni di € nel 2016. 

Il Parlamento Europeo ha chiesto a Bulgaria e Romania di interrompere la vendita di armi all’Arabia Saudita e agli USA (se c’era il rischio che queste armi fossero deviate ad altra destinazione), finora inutilmente.

In Siria si stima che circa 13 milioni di persone abbiano bisogno di aiuto e assistenza umanitaria. Più di metà della popolazione ha dovuto abbandonare la propria casa – compresi 6,6 milioni di rifugiati che vivono in paesi confinanti, come la Giordania e il Libano. Questi tentano di raggiungere l’Europa, compiendo un tragitto opposto a quello delle armi che hanno provocato la loro condizione di profughi. Altri 6,7 milioni di persone sono profughi interni, che sono attualmente ospitati entro i confini siriani.

CASI STUDIO

Il Report presenta 5 casi–studio a documentazione della relazione tra vendita di armi dall’Europa e conseguenti movimenti di popolazioni obbligate a lasciare le loro case.   Qui traduco il riassunto dei due casi che riguardano l’Italia. Rimando al testo originale sia per l’analisi completa di questi casi che per le altre situazioni presentate (che riguardano Bulgaria, Regno Unito, Germania, Francia).

  • Componenti e capacità di produzione dell’elicottero T-129 ATAK Italiano sono stati esportati in Turchia e usati nel 2018 e 2019 in due attacchi nel distretto di  Afrin nel nord della Siria come parte dell’operazione Olive Branch e dell’operazione Peace Spring lungo il confine Turco–Siriano. Secondo i dati forniti dalle Nazioni Unite, durante l’offensiva di Afrin, tra gennaio e marzo 2018, 98.000 persone hanno dovuto abbandonare le loro abitazioni. A ottobre 2019, l’operazione Peace Spring ha costretto 180.000 persone ad andarsene, di cui 80.000 erano bambini.
Pistole fumanti
  • Almeno quattro motovedette italiane classe Bigliani sono state donate alla Libia. Sono usate dalla guardia costiera per pattugliare le coste e trattenere migranti che cercavano di fuggire via mare. Nel 2019 la guardia costiera libica utilizzò una motovedetta (forse con un cannone montato appositamente a bordo) per risolvere un conflitto interno con l’Armata Nazionale Libica. Ma ci sono state altre situazioni in cui motovedette acquistate o ricevute in dono da paesi Europei sono state utilizzate in conflitti con altri paesi, o africani o dell’Asia occidentale. Insomma, a ogni tappa del viaggio di esportazione di armi, i commercianti europei hanno incassato lauti profitti. Prima creando le condizioni perché le persone sfollassero, poi impedendo loro di partire e respingendoli indietro.

I PRODUTTORI

Le aziende produttrici di armi che si identificano in questi casi-studio comprendono:

  • Airbus (Franco-Tedersca);
  • ARSENAL (Bulgaria);
  • BAE Systems (UK);
  • Baykar Makina (Turchia);
  • EDO MBM (UK);
  • Intermarine (Italia);
  • Kintex (Bulgaria);
  • Leonardo (Italia);
  • Roketsan (Turchia);
  • SB Aerospatiale (Francia);
  • TDW (Germania);
  • Turkish Aerospace Industry (Turchia);
  • Vazovski Mashinostroitelni Zavodi AD (Bulgaria).

Fonte: The Transnational Institute (TNI), 28 luglio 2021 | Policy briefing

https://www.tni.org/en/publication/smoking-guns

Traduzione di Elena Camino per il Centro Studi Sereno Regis


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