Afghanistan e manipolazione dei media mainstream

Autore
Jan Oberg


Trattando la copertura mediatica mainstream occidentale degli affari internazionali, attualmente oserei l’ipotesi che 10-20% sia veritiera, 20-30% falsa(ta) e con narrazioni di comodo e 50-70% omessa (v. definizione al punto 2 sottostante). Parliamo di Afghanistan e manipolazione dei media mainstream.


Verità, esattezza nei media: un’analisi

Questa non è un’affermazione scientifica o un’ipotesi verificata empiricamente; è piuttosto il mio giudizio basato su due elementi:

  • la constatazione per circa quarant’anni del degrado della copertura mediatica mainstream delle questioni internazionali;
  • le mie esperienze da zone di conflitto come ad esempi tutte le parti dell’ex-Jugoslavia, Georgia, Iraq prima che venisse occupato, Iran, Siria e Cina, confrontate con le immagini mediatiche veicolate dalla stampa occidentale mainstream.

Nella recente analisi di TFF ”Behind The Smokescreen [Dietro la cortina di fumo]. Un’analisi della distruttiva agenda da guerra fredda occidentale verso la cina e perché deve smettere”, utilizziamo i seguenti nove Metodi di Manipolazione Mediatica Mainstream (MMMM):

  1. Falsità – tipici esempi ne sono: bugie, inganni, invenzioni o quant’altro non possa essere valutato/verificato come empiricamente valido; presentazione di istituti e studiosi come ‘indipendenti’ e definizione di loro pubblicazioni come basate sulla ricerca accademica quando non lo sono.
  2. Omissione – tralasciare prospettive, fatti, analisi, esperti/perizie, letteratura viaria essenziali, nonché opinioni contrastanti, eventuali ipotesi e spiegazioni delle risultanze ottenute. Nel suo insieme, l’omissione è sovente più distorsiva che la falsità (e meno facile da identificare per il pubblico).
  3. Censura – Intesa come un governo che dice ai media (con norme di legge o metodi meno aperti e verificabili) quali sono i limiti. Quando si selezionano per le prime pagine solo alcune delle innumerevoli storie possibili che si potrebbero raccontare da tutto il mondo, è il risultato anche di censura, non solo di omissione.
  4. Autocensura – redazioni, capi-redattori, resoconti e giornalisti conoscono le procedure operative standard e ci si attengono perché conviene e tipicamente assicura che i coinvolti mantengano il proprio lavoro. La cosa si basa su una sorta di pensiero di gruppo. Censura e autocensura definiscono il discorso e la sua cornice e quale sia la verità, comunemente compresa/accettata come parte di quella cultura locale e percepita come ‘naturale’ – cioè, anche politicamente corretta.
  5. Framing– è un concetto piuttosto difficile perché può significare molte cose diverse. Può voler dire stabilire le cornici di “che cosa stiamo trattando qui?” Ma anche inquadramento come orientamento e interpretazione – “In sociologia, framing è un tipo d’interpretazione, forse una serie di aneddoti, avvenimenti storici e stereotipi cui ci si affida per capire e reagire agli eventi”. Il framing dei media si struttura su talidimensioni ma ci aggiunge qualcosa di specifico : “i parametri della discussione stessa – le parole, i simboli, il contenuto generale, e il tono usato per incorniciaree l’argomento. Quando lo si confronti con la stesura dell’agenda, il framing comprende una gamma più ampia di processi cognitivi – come valutazioni morali, ragionamento causale, appelli ai principii, e raccomandazioni per affrontare i problemi”. In parole semplici, si tratta di come una storia viene confezionata.
  6. Narrative costruite – storie più o meno sostitutive della realtà – e il controllo delle fonti superfluo o addirittura pericoloso (per la manutenzione del rapporto falso/dell’omissione). Le narrazioni sono sovente grossolane semplificazioni di una realtà complessa e utilizzano modalità di pensiero quotidiane cui chiunque può collegarsi senza molta conoscenza dei temi di sostanza. Ne è un esempio il ridurre un conflitto complesso a una lotta fra buoni e cattivi.
  7. Propaganda e altre distorsioni – citando il Cambridge Dictionary: “informazioni, idee, opinioni, o immagini, esprimenti spesso solo parte di un’argomentazione, che vengono trasmesse, pubblicate o altrimenti diffuse con l’intenzione d’influenzare le opinioni della gente”– di cui un chiaro esempio è la propaganda politica/da tempo di guerra.
  8. Guerra psicologica o operazioni psicologiche (PsyOps) – prossime ovviamente alla propaganda ma sovente definite come influenti su altra gente, non la nostra. Comunque non è questo il caso oggi. Senza dubbio, i governi esercitano PsyOps anche sui propri cittadini – come il costante instillargli un senso di minaccia da parte di paesi stranieri, armi, terroristi – da Qualcuno detto anche fearology – governo mediante istigazione alla paura. Chi ha paura è molto più propenso ad accettare controlli e limitazioni e ad obbedire che chi non ne ha – come abbiamo visto quando si tratta di accettare ogni genere di misura per combattere il terrorismo e la pandemia. Le PsyOps sono più vaste e mirano a influire sul sistema di valori, di credenze, le emozioni, le motivazioni, il ragionamento o il comportamento di un gruppo mirato. Possono essere usate per indurre confessioni o rafforzare atteggiamenti e comportamenti favorevoli agli obiettivi di chi le ha originate, e sono talvolta combinate con operazioni in nero o tattiche sotto falsa bandiera.
  9. Cancel culture [cultura della cancellazione] – termine più recente – è una forma più moderna di ostracismo in cui si estromette qualcuno da circoli sociali o professionali – che sia online su media sociali o di persona. Gli assoggettati a questo ostracismo sono stati “cancellati” perlopiù per loro opinioni o comportamenti. L’espressione “cancel culture” ha connotazioni prevalentemente negative e si usa comunemente nei dibattiti su libertà di parola e censura. Da un’altra prospettiva, è una richiesta/punizione avente a che fare con qualcuno politicamente (s)corretto e/o che sfida la configurazione dello “Zeitgeist”.

Questi metodi sono parte integrale degli attuali media mainstream occidentali e pertanto della realtà politica. Pur avendo ciascuno carattere distinto, vengono spesso sovrapposti e usati in aggregati che di adattano all’agenda politica scelta. Nel rapporto succitato li applichiamo al trattamento di qualunque cosa riguardi la Cina da parte dei media mainstream occidentali; ma fanno parte del modo di procedere di tutti i media mainstream globali.  Qui di seguito, proverò ad applicarne alcuni alla guerra all’Afghanistan in generale e al ritiro militare del 15 agosto in particolare – consapevole che possono essere solo accenni mancanti di molti link documentari.  (La numerazione non indica priorità).

Ci viene/venne detto…

1… che tutto ciò iniziò il 7 ottobre 2001.

No. Il “ciò” che iniziò non fu la violenza ma il conflitto che peraltro riguardava la prima Guerra Fredda fra USA/NATO e URSS/Patto di Varsavia. In quanto all’Afghanistan, iniziò con l’Operazione Cyclone nel luglio 1979, quattro mesi prima dell’invasione sovietica. E’ una delle più lunghe operazioni CIA, costata oltre US$ 20 miliardi. Altre nozioni qui.

2… che lo scopo della guerra e dell’occupazione era combattere il terrorismo manifestatosi a New York e Washington l’11 settembre [2001].

Quello fu il pretesto; tuttavia non un afghano aveva partecipato al terribile attacco terroristico (che non era guerra ad alcun titolo) e non avrebbe mai dovuto essere abusato per iniziare la Guerra Globale al Terrore (GWOT), mille volte più letale e tuttora in corso con risultati esclusivamente controproducenti (v. più avanti). George W. Bush rifiutò di fornire documentazione per l’asserzione USA che l’11 settembre fosse stato opera di regia di Osama bin Laden e perciò i taliban rifiutarono di consegnarlo a fronte di tale documentazione.

3… che il governo insediato e le forze militari afghane erano fuggiti da codardi e che non c’era quindi scopo di tentare di combattere per l’Afghanistan quando il suo stesso governo e apparato militare non l’aveva fatto.

Il semplice fatto è che gli USA hanno speso US$ 86 miliardi dando all’Afghanistan il genere sbagliato di apparato militare cool quale nessuno sarebbe stato in grado di vincere in quella che è fondamentalmente una a livello tecnologico piuttosto basso in un ambiente montagnoso. (Imparato nulla dopo il Vietnam).

4… che non si trattava di costruire la nazione ma di sgominare le forze che avevano colpito gli USA l’11 settembre e sviluppare una forza di difesa nazionale per garantire che l’Afghanistan non servisse più da base a un terrorismo che potesse raggiungere l’Occidente.

Al contrario. Si trattava proprio al minimo di una qualche costruzione nazionale e imposizione di valori occidentali. Gli USA hanno promosso e aumentato il militarismo e il terrorismo a livello mondiale invece di sconfiggerlo. Nel 2000, Il Dipartimento di Stato USA aveva circa 400 persone che morivano ogni anno nel terrorismo globale; secondo il più recente Indice del Terror(ismo) Globale, la cifra oggi è 16.000, ossia 40 volte tanto. La GWOT dev’essere semplicemente la più stupida guerra mai combattuta.

5… che migliorare la vita delle donne afghane mediante per esempio l’istruzione fosse una delle motivazioni maggiori – più nobili – per l’invasione e l’occupazione.

Senza dubbio, lungo questi 20 anni di presenza occidentale, milioni di donne afghane sono state istruite e vedono ora più opportunità. Tuttavia è ingenuo aldilà dell’accettabile credere che una tale motivazione di diritti umani fosse centrale per le politiche USA/NATO. Per di più, se si migliora l’istruzione, a che cosa serve se non si fanno un mucchio di altre cose – che avrebbero potuto farsi, come l’economista USA Jeffrey Sachs afferma in modo così eloquente in questo video?

Se gli USA avessero fatto qualunque cosa di saggio e di buono per il popolo afghano, i taliban non avrebbero avuto una chance di tornare [in auge]. Si può quindi sostenere che gli USA hanno combattuto i taliban per 20 anni solo per renderne inevitabile il ritorno. Se la missione USA/ Occidentale fossa stata prevalentemente civile, rispettosa della cultura afghana e davvero ispirata ai diritti umani, i militari se ne sarebbero tornati a casa almeno 15 anni fa e il resto sarebbe stato un enorme progetto di sviluppo ad assistenza straniera.

E un’osservazione finale su questo: L’unico riferimento dei media mainstream occidental a George W. Bush – forse il maggior criminale di guerra contemporaneo a piede libero – è che il ritiro è stato pessimo perché lui teme per il futuro delle ragazze e donne dell’Afghanistan – una delle interviste più vergognose proposte da Deutsche Welle qui.

Non ci viene/venne detto…

1… che l’11 settembre sia stato un pretesto anziché una causa. Né quale fu la vera storia dell’11 settembre. Nel resoconto ufficiale c’è troppo che non ha senso.

2… che la posizione geopolitica dell’Afghanistan e le sue incredibili scorte di minerali siano stati elementi motivanti ben più forti per l’operazione.

3… che gli USA vedevano fondamentalmente l’Afghanistan come una tessera in un grandissimo rompicapo della partita del tempo contro l’URSS – e, più di recente, contro la Cina. Ricordate Kissinger e Brzezinski? E gli scritti di Ahmed Rashid? E il ruolo dell’ISI – i Servizi d’Intelligence Pakistani? – non c’è granché in cui non siano stati coinvolti…

4…che gli USA hanno creato (le precondizioni per) e sostenuto movimenti terroristici dove e quandunque gli paresse opportuno, fossero taliban, al-Qaeda, ISIS, e gli uighuri musulmani del Xinjiang – 5000 dei quali in azione in Siria a combattere gruppi terroristici a sostegno occidentale perlopiù addestrati, attrezzati e finanzati da membri NATO di spicco, la Turchia in particolare. La loro organizzazione, ETIM – Movimento Islamico dell’Est-Turkestan, ha il proprio governo in esilio – sì, ovviamente – a Washington. L’ex-presidente afghano, Hamid Karzai, già nel 2017 diceva alla Voice of America che l’ISIS è uno strumento degli USA.

5… che il coinvolgimento della NATO in Afghanistan, come – per dire – in Jugoslavia, è un’enorme violazione della lettera e dello spirito del proprio statuto del] Trattato Nord-Atlantico del 1949 (e della Carta ONU, Articolo 1 in particolare); e che l’11 settembre non fu una guerra e perciò il paragrafo 5 del Trattato non avrebbe mai dovuto essere attivato e la NATO non avrebbe mai dovuto essere in Afghanistan.

6…che c’erano alternative alla guerra all’Afghanistan e che non ci sarebbe voluta molta intelligence per aver formato qualche tipo di presenza e influenza sula società  afghana in modi affatto diversi dall’approccio militarista, che avrebbe verosimilmente reso risultati molto migliori oggi.

7… che la componente eroina in tutto quanto è sempre stata molto importante – fra l’altro per finanziare le operazioni segrete della CIA in e attorno all’Afghanistan.

8… che gli USA hanno agito in modi che non potevano che rendere l’Afghanistan uno dei luoghi più corrotti al mondo; e che gli USA rinunciarono già nel 2011 di farci qualcosa. E corruzione qui vuol dire sia economica sia in termini di nomina e affidamento su “burattini” (e operativi CIA), di cui il fuggitivo presidente Ashraf Ghani è solo l’ultimo caso.

9… che, basta guardare le mappe degli oleo- e gasdotti, si sta giocando da decenni un immenso Grande Gioco; uno dei più autorevoli analisti e commentatori mondiali su questa regione, Pepe Escobar, ha chiamato l’Afghanistan ”Dottostan” per una precisa ragione. (qui le mappe del Financial Times).

10… che l’Afghanistan – e il ritiro militare – possono avere molto a che fare con l’Agenda di guerra fredda USA-Cina (CCWA), e la priorità n°1 dell’Amministrazione Biden per destabilizzare, contenere e demonizzare la Cina e la sua Belt & Road Initiative (BRI) [“Nuova via della Seta”]. Altro qui.

11… che gli USA hanno imparato nulla dai propri fiaschi fin da quello del VietNam e che, come affermato brillantemente da Andy Mack già nel lontano 1975, che i grossi paesi perdono le piccolo guerre o quelle in piccoli paesi più che altro perché col tempo l’aggressore perde coesione interna e la sua guerra perde legittimità. L’Afghanistan è sempre stato “il cimitero degli imperi”; può ben darsi che risulti il fato anche dell’Impero USA, ma l’Afghanistan non lo sarà in future perché dopo la sconfitta dell’Impero USA semplicemente non ci sarà alcuno abbastanza pazzo da imporre il proprio sistema al resto del mondo o tentare di nuovo una ”missione civilizzatrice”.

12… che ogni operazione di questo tipo si basa fondamentalmente sul razzismo; ossia sulla superiorità ”culturale” bianca, o, come l’ha espresso il filosofo norvegese Harald Ofstad, il nostro disprezzo per la debolezza alquanto analogo ai valori della Germania nazista. Si veda il suo libro, immensamente importante Our Contempt for Weakness [Il nostro disprezzo per la debolezza] (1989).

13… che i costi umani e non solo della guerra all’Afghanistan e tutta la Guerra Globale al Terror (-ismo) – GWOT – sono osceni e assurdi e una ragione principale per cui gli USA sono in declino e il loro impero cadrà (il che implicherà la rottura della NATO); si trova una documentazione esaustiva – e straziante – presso Costs of War Project at Brown University [Progetto sui costi della guerra all’Università Brown].

14… che, facendola semplice, combattere il terrorismo uccidendo iterroristi è altrettanto stupido e moralmente biasimevole che eliminare le malattie uccidendo i pazienti; si deve capire il meccanismo ben più esteso per cui un essere umano si muta in un terrorista. Cosa però troppo sofisticata per un Impero che è/sarà secondo a nessuno solo per potere militare e ha perciò un solo attrezzo nel corredo: un martello.

Conclusione

Con l’Afghanistan prevedibilmente come ulteriore fiasco, attualmente ci si devono porre domande come queste:

  • Come sarebbe possibile spendere US$ 2.261 miliardi, causare milioni di morti in Medio Oriente e inoltre da 37 a 50 milioni diC sfollati, oltre al suicidio di 7.000 militari attivi e 30.000 veterani USA – già solo questi 10 volte tanto le vittime dell’attacco dell’11 settembre solo per conquistare nulla di valido ed essere ancora considerati come il leader mondiale? Non lo sarebbe.
  • L’URSS sprecò 7 anni nel “cimitero degli Imperi”, e Gorbachev fu abbastanza intelligente da vedere che era futile e moralmente sbagliato essere lì. Agli USA c’è voluto ben oltre il doppio del tempo e un disastroso caos per il ritiro e quanta sofferenza persistente al momento in cui scrivo. Di quale frammentazione all’interno degli USA ciò è conseguenza? E quanto s’intensificherà ora quella frammentazione entro gli USA – grazie ai problemi reali e ai giochi di accuse a Washington e nella NATO? L’Impero USA è in grado di sopravvivere o sarà finite fra 4-5 anni come l’URSS dopo l’Afghanistan? (Ci si aggiungano i 14 punti succitati di quanto viene omesso dai media – e dal dibattito e dalla ricerca politici).
  • Gli USA proveranno a essere presenti in Afghanistan in altro modo perché il ritiro ha anche a che fare col rendere disponibili risorse per la nuova Agenda di Guerra Fredda USA-Cina? E come gestiranno questa nuova situazione Cina, India, Pakistan, Iran e Russia?
  • Russia, Iran, India e non di meno Cina per i prossimi 10-20 anni tratteranno l’Afghanistan in modo fondamentalmente differente? (Sarebbe facile far meglio che gli USA). Il futuro dell’Afghanistan come importante membro dei BRI diventerà diverso da com’era ed è adesso?
    Viviamo in tempi molto interessanti – e pericolosi. E così vivremo finché l’Impero – novello, del Male – USA sia affondato come il Titanic e gli USA decidano di perseguire cambiamenti strutturali interni fondamentali, abolisca il suo Complesso Militar-Industrial-Mediatic-Accademico (MIMAC), potendo così nuovamente prosperare come un paese normale e creativo che sia una forza per il bene comune globale e non per il male comune globale.

È perfettamente possibile e chi può dovrebbe prestare aiuto agli autodistruttivi USA prima che sia troppo tardi.


Nota

Ho scritto un pezzo più lungo:


Jan Oberg


EDITORIAL, 23 Aug 2021 | #707 | Jan Oberg, Ph.D. – TRANSCEND Media Service

Traduzione di Miki Lanza per il Centro Studi Sereno Regis


3 risposte a “Afghanistan e manipolazione dei media mainstream”

  1. Nell’Estremo Oriente e nel Sud-Est asiatico l’oppio rappresentava parte integrante della rete commerciale intessuta con i Paesi dell’Europa occidentale. Durante il suo picco a metà anni Ottanta del XIX secolo, l’oppio era addirittura uno dei beni più pregiati tra quelli circolanti sul mercato internazionale.

    Le esportazioni britanniche dell’oppio proveniente dal subcontinente indiano avevano sistematicamente contribuito a indebolire la resistenza della Cina nei confronti delle potenze straniere o coloniali e avevano anche aiutato l’economia britannica a riequilibrare l’enorme deficit commerciale nei confronti di Pechino. I grandi gruppi commerciali britannici che amministravano l’India non costrinsero soltanto il governo cinese a lasciare crescere incontrollata, di fatto, la tossicodipendenza tra i suoi cittadini, ma distrussero pure i sistemi di agricoltura tradizionali dei contadini indiani, di fatto obbligati a coltivare intensivamente l’oppio.

    Mentre prima la coltivazione degli oppiacei era stata una pratica non consentita tra gli agricoltori indiani, i colonialisti britannici una volta arrivati costrinsero con successo molti di loro a diventarne dipendenti per continuare a vivere. Le economie locali di diverse comunità venivano scientificamente riconvertite da un sistema che garantiva l’autosufficienza e la sussistenza alimentare ai tipi di coltura imposti dai mercanti di Londra. Le coltivazioni di sussistenza avevano assicurato ai contadini l’autonomia dalle influenze esercitate dai mercati e davano loro la certezza della sopravvivenza; le colture da reddito, invece, li resero dipendenti dal capitalismo britannico e dal giro d’affari legato all’oppio su scala mondiale per poter sopravvivere. In questo modo il controllo esercitato da Londra e lo sfruttamento imposto dalle compagnie britanniche in India finivano per rafforzarsi ancora di più.

  2. Nell’Estremo Oriente e nel Sud-Est asiatico l’oppio rappresentava parte integrante della rete commerciale intessuta con i Paesi dell’Europa occidentale. Durante il suo picco a metà anni Ottanta del XIX secolo, l’oppio era addirittura uno dei beni più pregiati tra quelli circolanti sul mercato internazionale.

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