Opportunità per i movimenti nel declino dell’impero statunitense

Autore
George Lakey


Per quanto possa essere difficile vedere oltre il caos e la sofferenza in Afghanistan, analizzare la questione in modo più ampio potrebbe rivelare reali opportunità per i movimenti di cambiamento sociale.

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La caduta di Kabul, con l’ennesima frettolosa e caotica partenza da parte degli americani, quasi sorpresi, ha portato a una serie di rimuginazioni, tanto dal partito politico di centro, quanto dalla destra. La portata dell’accaduto ha un peso notevole per le persone che vogliono un reale e progressivo cambiamento negli Stati Uniti.

Per ben oltre un decennio ho sostenuto che l’impero statunitense fosse in declino, incoraggiando, al tempo stesso, gli attivisti a prenderla come una buona notizia – anche se questo significa interfacciarsi con nuove sfide e una crescente polarizzazione.



Per prima cosa, il declino non obbligherà i centristi a rivalutare il loro sostegno all’impero. Non usano la parola “impero”, naturalmente. Ma di fatto, dalla fine del 1800 gli Stati Uniti gestiscono un impero. Da quando cioè la sinistra ha perso il vigoroso dibattito nazionale sull’imperialismo. Se la dispendiosa lezione ereditata dalla guerra del Vietnam ha probabilmente impedito ai centristi di alzare la posta in gioco in alcuni altri paesi, quando gli Stati Uniti hanno preso l’Afghanistan, il tentativo di dominare il paese si è rafforzato, sebbene i centristi stessi avessero perso terreno e la maggioranza americana si era schierata contro la guerra. Un primo segnale si ebbe nel 2011, quando l’AFL-CIO, la più grande organizzazione di massa degli Stati Uniti, chiese un rapido ritiro. Alla fine, i centristi che gestiscono il Partito Democratico sono al pari dei repubblicani circa il grado di lealtà all’impero.

Sono in apprensione per le donne e tutto il popolo afghano. La presa del potere dei talebani ha distrutto la loro speranza di uguaglianza. Oggi, leggo di tutto questo nei media mainstream statunitensi, tuttavia, in passato, non ricordo di essermi imbattuto in articoli simili, che trattassero del dolore inflitto alle donne nel corso della stessa guerra in Afghanistan. Né ricordo articoli che abbiano condannato la stretta alleanza degli Stati Uniti con la patriarcale Arabia Saudita, denunciando la sofferenza inflitta alle donne lì. Questi promemoria avrebbero potuto far constatare che l’imperialismo statunitense non è foriero di progresso. Al contrario, è molto più probabile che i risultati contro il patriarcato in Afghanistan e in Arabia Saudita avverranno quando i movimenti delle donne condurranno la loro stessa lotta – come è successo più volte nel corso della storia.

Non possiamo cambiare gli eventi della scorsa settimana – così come quelli degli ultimi 20 anni – ma possiamo iniziare a pensare al futuro e porci un importante quesito: cosa possono fare gli attivisti statunitensi con le opportunità associate al declino imperiale? Ecco due idee vincenti:

1. Il movimento per la pace potrebbe proiettare una visione alternativa, offrendo agli americani un deterrente non-militare al terrorismo

Gli Stati Uniti hanno invaso militarmente l’Afghanistan in conseguenza degli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001. Gli americani con sentimenti contrastanti riguardo all’invasione, non avevano alcun modo di trovare un sistema di sicurezza alternativo. Durante un seminario di ricerca che ho tenuto allo Swarthmore College, abbiamo sviluppato un approccio non militare, attirando l’interesse di un think tank del Pentagono, un movimento anti-guerra che all’epoca era troppo impegnato ad attaccare l’invasione per proporre un’alternativa non militare. È stata una scelta costosa che ha fatto il gioco di chi sostiene la violenza come unico strumento per scoraggiare i guadagni dei terroristi.

Il punto di vista dello psicologo Abraham Maslow, secondo cui la gerarchia dei bisogni umani dà priorità alla sicurezza, è corretto; la gente scapperebbe dalle proprie case con i soli vestiti che indossa per trovare rifugio. Nella pratica, questo significa che il Pentagono continuerà a ottenere un sostegno politico schiacciante rispetto all’alleviamento della povertà, al Green New Deal e a una serie di altri programmi, finché non ci sarà un’alternativa non militare alla sicurezza. Non è solo il movimento per la pace che ha bisogno di confrontarsi con questa realtà politica, ma tutti i movimenti progressisti.

Dopo due decenni, l’impero continua a usare la minaccia terroristica esterna come pretesto. Si può partire dallo schema che abbiamo sviluppato a Swarthmore per offrire una visione alternativa.

2. Sviluppare una strategia tenendo conto della polarizzazione

Il continuo rifiuto a soddisfare i bisogni umani e ambientali a favore del Pentagono significa aumentare la polarizzazione tra chi ha e chi non ha. Come abbiamo visto nell’ultimo decennio, una maggiore polarizzazione porta a un incremento dei movimenti sociali progressisti. Per sfruttare al meglio questa situazione è necessario vedere il bicchiere mezzo pieno, piuttosto che mezzo vuoto.

È facile per noi attivisti dimenticare le dinamiche della polarizzazione. In realtà, gli attivisti di destra hanno lo stesso problema. Ogni estremità della polarizzazione è affascinata dal suo opposto. Nell’ala destra, gli attivisti credono che la “woke culture” stia per ingabbiare le scuole e ingoiare i loro figli. Nell’ala sinistra, regna il panico quando i loro oppositori si presentano alle riunioni del consiglio scolastico e protestano contro le maschere che proteggono dal COVID.

Ogni estremo dimentica la natura stessa della polarizzazione: e così l’ampio centro dello spettro perde membri da entrambi i lati. Sì, è vero che molti ex-centristi si sono avvicinati alle teorie del complotto, ma – allo stesso tempo – tanti altri si sono uniti anche a movimenti come Sunrise. La maggiore crescita dei movimenti di massa avviene proprio in tempi di polarizzazione: pensate all’America degli anni ’30, quando i nazisti potevano riempire Madison Square Garden e il partito comunista stava vivendo il suo periodo di gloria.

Come sono finiti gli anni ’30? Come il decennio più progressista per la storia degli Stati Uniti nella prima metà del XX secolo.

E gli anni ’60 (inizio anni ’70)? Hanno visto il risorgere dei nazisti e del Ku Klux Klan, ma anche una crescita massiccia a sinistra. Ancora una volta, il periodo in cui gli Stati Uniti sono cambiati in senso più progressista nella seconda metà del secolo scorso.

In altre parole, la buona notizia sulla polarizzazione è che favorisce la crescita dei movimenti sociali progressisti. Se prestiamo attenzione al nostro lato dello spettro, piuttosto che farci ossessionare dall’ala destra, riusciremmo a farci caso. A quel punto, emerge una nuova domanda, la cui risposta non è affatto automatica: “Come massimizziamo la nostra crescita ed efficacia?”.

Il declino dell’impero può produrre più potenziale di vittoria

Alla fine della seconda guerra mondiale era chiaro che l’impero britannico – il più grande che il mondo abbia mai conosciuto – era in declino. La polarizzazione negli anni ’30 accelerò durante la guerra; il partito comunista, per esempio, crebbe rapidamente. Subito dopo la guerra, la sinistra prese il controllo del governo. Apportò una serie di cambiamenti radicali che hanno avvantaggiato la Gran Bretagna rispetto agli Stati Uniti nell’affrontare la povertà. E questo nonostante la crisi vissuta nel dopoguerra, quando invece l’economia degli Stati Uniti era in ascesa.

Non è certo che il movimento progressista cresca sufficientemente anche negli Stati Uniti. I movimenti possono fare cattive scelte strategiche, o non preoccuparsi di avere una strategia coerente e nonviolenta, o ignorare il bisogno di una visione che sostituisca lo status quo. La storia non si prende cura di noi: siamo noi a doverci prendere cura di noi stessi e degli altri. Ciò che ogni attivista dovrebbe ricordare è di non ossessionarsi su ciò che sta facendo, ma cercare le opportunità a disposizione e assumersi la responsabilità di usare queste opportunità in modo saggio.


George Lakey

Opportunità per i movimenti

George Lakey è stato attivo nelle campagne di azione diretta per oltre sei decenni. Recentemente in pensione dallo Swarthmore College, è stato prima arrestato nel movimento per i diritti civili e più recentemente nel movimento per la giustizia climatica. Ha facilitato 1.500 seminari in cinque continenti e guidato progetti di attivisti a livello locale, nazionale e internazionale. I suoi 10 libri e molti articoli riflettono la sua ricerca sociale sul cambiamento a livello comunitario e sociale. I suoi libri più recenti sono “Viking Economics: come gli scandinavi hanno capito bene e anche come possiamo” (2016) e “How We Win: A Guide to Nonviolent Direct Action Campaigning” (2018.)


Fonte: Waging Nonviolence, 18 agosto 2021

Traduzione di Benedetta Pisani per il Centro Studi Sereno Regis


Una replica a “Opportunità per i movimenti nel declino dell’impero statunitense”

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