Le verità acquisite e quelle ancora nascoste

Autore
Gian Giacomo Migone


Nei mesi scorsi si sono levate voci autorevoli allo scopo di chiedere verità riguardo alle pagine più oscure della storia della nostra Repubblica. Aderiamo tote corde e, nei limiti delle nostre capacità individuali e collettive, cerchiamo di contribuirvi, con le verità acquisite e quelle ancora nascoste. Ritengo, quindi, altrettanto importante individuare e diffondere le verità già acquisite; non soltanto tali da essere comprese dall’io so pasoliniano, ma verificabili con strumenti storiografici e giuridici; testimonianze inoppugnabili, smentibili soltanto in maniera dolosa e strumentale. L’anniversario imminente del G8 di Genova costituisce un’occasione significativa per consolidare e diffondere anche questo impegno.

Sergio Mattarella – oltre che presidente della Repubblica, anche fratello di Piersanti che ha dato la vita per interrompere il rapporto malato tra le istituzioni e la mafia – in varie occasioni recenti è tornato sulla necessità di acquisire quanto ancora dolosamente occultato (cfr. ad es. la sua intervista a “La Repubblica”, 9 maggio 2021). Nello stesso giorno Daria Bonfietti – per quarant’anni instancabile presidente dell’Associazione delle vittime di Ustica – ha fatto altrettanto dalle colonne de “il Manifesto”. L’iniziativa di Gianni Marilotti, presidente della Commissione archivio e biblioteca del Senato, ha consentito l’apertura della documentazione segreta prodotta da commissioni d’inchiesta parlamentari ed ha ospitato un seminario intitolato al diritto alla conoscenza tuttora negata da leggi e governi (il nostro continua a non dare seguito ad impegni precedentemente assunti), in nome della ragion di stato.

La ricerca che essa presuppone, difficile e pericolosa, come dimostrano casi come quello di Julian Assange, costituisce una condizione indispensabile per la difesa e l’eventuale progresso della nostra democrazia. Nel caso dell’Italia non soltanto repubblicana si tratta di illuminare e combattere una sua peculiarità costitutiva, ma del tutto incostituzionale, consistente in forme di limitazioni di sovranità, che hanno permeato lo stato e che non possono essere liquidate o spacciate per deviazioni. Poiché tali forme di prevaricazione della sovranità nazionale sono per l’appunto incostituzionali e illegali, esse aprono la strada a forme svariate di illegalità, successivamente occultate.

Facciamo, invece, alcuni esempi di verità ormai acquisite. Oggi conosciamo la testimonianza di Paolo Emilio Taviani – non un gauchiste qualunque, allora vicepresidente del consiglio, ripetutamente ministro dell’interno e della difesa – in seduta segreta di fronte alla commissione Gualtieri, secondo cui la strage di Piazza Fontana non fu soltanto opera di alcuni esecutori materiali, neonazisti veneti, tardivamente condannati. Essa fu programmata, sostenuta, armata da esponenti dei servizi segreti italiani e statunitensi. Sempre grazie a Taviani, sappiamo anche che il governo dell’epoca, insieme con le articolazioni nazionali e milanesi dello stato, fin dal primo momento al corrente della matrice dell’attentato, costruirono strumentalmente, a tavolino, la pista anarchica che costò la vita a Giuseppe Pinelli. Che la strage era di stato, come recitava il titolo del libro ai cui autori ogni democratico è e resta indebitato.


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Oggi noi sappiamo, attraverso una testimonianza, tra le tante, altrettanto inequivocabile, quella di Steven Pieczenik (cfr. Emmanuel Amara, Steve R. Pieczenik, Nous avont tué Aldo Moro, Patrick Robin Editions, 2006) – all’epoca Deputy Assistant Secretary, responsabile dell’antiterrorismo presso il Dipartimento di Stato e membro della famigerata commissione nominata e gestita dal presidente Cossiga – che le Brigate Rosse, consapevoli o meno, furono soltanto gli esecutori materiali dell’omicidio di Aldo Moro, per arrestarne un disegno politico inviso a Washington quanto a Mosca. Dedichiamo tale consapevolezza alla sua memoria, a quella della sua scorta ugualmente trucidata, alle loro famiglie, al rispetto nei confronti della lotta da lui condotta, in primo luogo non in difesa della propria vita, bensì della sua politica votata all’evoluzione democratica del suo e nostro paese.

Ancora a quarant’anni dall’abbattimento del DC 9 Italia nel cielo di Ustica, continuano a circolare versioni che attribuiscono quella strage di civili ad un cedimento strutturale del velivolo o ad un esplosivo in esso collocato, malgrado esperti ineccepibili abbiano addirittura precisato il punto d’ingresso di un missile nella ricostruzione effettuata del velivolo. Grazie all’istruttoria condotta dal giudice Rosario Priore, noi oggi abbiamo certezza che la sua caduta fu causata da una battaglia aerea in cui esso fu incidentalmente colpito.


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Tale fatto è inequivocabilmente documentato da percorsi aerei a suo tempo forniti dal segretario generale della Nato, Xavier Solana, al giudice istruttore, su richiesta della commissione esteri del Senato, avvallata da Lamberto Dini, allora ministro degli esteri. È vero che mancano tuttora informazioni importanti, giustamente sollecitati da Daria Bonfietti, tra cui, essenziali, la nazionalità del missile e il chiarimento delle circostanze della morte, coincidentale o meno, di almeno dieci testimoni di occultamenti effettuati da parte di autorità italiane. Tuttavia, ciò non deve oscurare quanto si è inequivocabilmente accertato.


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Le vicende legate al G8 di Genova sono, invece, del tutto o prevalentemente italiane. Grazie all’opera compiuta dalla magistratura genovese, conosciamo nei minimi dettagli l’uccisione di Giuliani, l’attacco notturno a freddo dei pacifici dimostranti che soggiornavano alla Diaz da parte delle forze di polizia guidate dal prefetto La Barbera, stretto collaboratore del capo della polizia Gianni De Gennaro (ora presidente della multinazionale delle armi Leonardo), la disseminazione di prove fasulle a giustificazione di tale atto, i successivi trasferimenti a Bolzaneto ove ebbero luogo atti di tortura, da parte di guardie carcerarie, successivamente sanzionate anche da parte della magistratura europea. Grazie anche alla testimonianza dell’allora presidente della provincia di Genova, Marta Vincenzi, sappiamo anche che tali eventi furono preceduti dalla passività totale delle forze dell’ordine nei confronti dei c.d. black bloc che poterono ritirarsi in buon ordine dalla città dopo averla messa a ferro e fuoco.

Il futuro della nostra democrazia, insomma, è in larga parte legata all’ulteriore conoscenza di eventi passati che ne condizionano tuttora il futuro.


16.7.21. Una versione di poco ridotta è stata pubblicata il 17 luglio da “Il Manifesto”


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