Contronarrazione della questione palestinese: s’inverte la marea della rappresentazione

Autore
Jake Lynch


Contronarrazione della questione palestinese
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Stavolta era diverso. Le proteste per il minacciato sfratto forzoso di residenti palestinesi da Gerusalemme-Est da parte di Israele, seguite dall’assalto di polizia armata al complesso della moschea Al-Aqsa; dal lancio di razzi da Hamas a Gaza e dal più recente attacco militare alla Striscia [di Gaza]; tutto ciò ha formato una sequenza di avvenimenti riferiti con apporti da una gamma ben più vasta di fonti che in episodi comparabili del passato recente: una sorta di contronarrazione della questione palestinese.

Il risultato è stato una trama di trattazioni, in molti media internazionali, che ha costituito una seria sfida a quanto scritto, eliso e soppresso per propaganda, che ha mantenuto lo stato di sicurezza israeliano in una posizione privilegiata nel discorso pubblico per ormai vari decenni.

Il significante visuale più rilevante di questo mutamento è stato quando il New York Times ha usato la sua pagina frontale per mostrare foto di tutti i 66 bambini uccisi nei dieci giorni di bombardamento di Gaza; cui si faceva seguito con indagini approfondite che mettevano in risalto false asserzioni dell’esercito e di portavoce del governo d’Israele su ogni ruolo o valore militare concepibile dei bersagli delle proprie bombe.


Contronarrazione della questione palestinese

La reazione del NYT simboleggiava quel che l’analista di media palestinese, Marwa Fatafta, ha definito uno “sfondamento narrativo” nella trattazione degli avvenimenti. Intervistata per l’edizione del 9 giugno di Rethinking Palestine – un podcast di Al-Shabaka, la rete palestinese sulle dinamiche politiche – ella ha attribuito un ruolo vitale a una nuova generazione di portavoce palestinesi che si fanno avanti per essere intervistati: “Giornalisti, analisti e attivisti palestinesi giovani e intelligenti, in grado di riflettere e descrivere la lotta palestinese in modo eloquente e non apologetico”. Pratica di media, ha detto a chi la ospitava, Yara Hawari, che erano anche ben preparati ad “evitare imboscate di giornalisti e presentatori TV occidentali, buoni a fare domande in mala fede o per ignoranza”. Invece, erano in grado di ‘umanizzare’ i palestinesi e rammentare ai vari pubblici l’abrogazione dei propri diritti e libertà.

Le rappresentazioni dei media internazionali costituiscono un’arena significativa perché le azioni di Israele contravvengono al diritto internazionale e a quello umanitario internazionale. Per ripassare punti ben noti ma vitali: la risoluzione del Consiglio di Sicurezza ONU 242 del 1967 richiede a Israele di ritirarsi dai territori occupati; la decisione consultoria del 2004 della Corte Internazionale di Giustizia sulla cosiddetta barriera di sicurezza d’Israele nella Cisgiordania occupata ha confermato trattarsi di un arraffamento illegale di territorio; il Comitato internazionale della Croce Rossa, in un incontro organizzato appositamente nel 2001, stabilì che le Convenzioni di Ginevra del 1949 valgono nei Territori Palestinesi occupati; e che chiunque senza un ruolo diretto in atti ostili debba essere protetto da azioni militari indiscriminate e sproporzionate; e inoltre escludono punizioni collettive, all’Articolo 33.

Il che vale per il blocco di Gaza, specialmente dacché WikiLeaks ha rivelato che fonti diplomatiche USA notavano che funzionari israeliani li avevano informati sul suo effettivo scopo: “mantenere l’economia di Gaza sull’orlo del crollo”. E tali Convenzioni affermano inoltre pari pari che “una potenza occupante non deve spostare alcuna parte della propria popolazione nel territorio che occupa” – il che rende tutto quanto il programma di costruzione d’insediamenti ebraici un potenziale crimine di guerra.

Le infrazioni al diritto umanitario internazionale (jus in bello) devono ormai essere oggetto di un’indagine formale del Tribunale Penale Internazionale, e la tempistica non può essere stata una mera coincidenza: l’Australia e il Regno Unito, due importanti firmatari dello Statuto di Roma fondativo del TPI, hanno entrambi indicato che non ne avrebbero preso in considerazione alcuna risultanza poche settimane prima della sequenza di avvenimenti in questione: un chiaro messaggio d’impunità direttamente seguito da ulteriori atrocità.

Se la lotta per i diritti e le libertà palestinesi segue una rotta dipendente in parte da segnali e reazioni internazionali; e se i media contribuiscono alla definizione dell’agenda e all’inquadramento dei temi caldi nel discorso pubblico in un contesto internazionale, in tal modo reiniettando impeto nella costruzione di senso del pubblico e nel comportamento delle fonti, allora le rappresentazioni mediatiche costituiscono a pieno titolo un’arena significativa per quella lotta.   Vale quindi la pena guardarci dentro più da vicino, per il se, come e fino a che punto cambino gli schemi; chiedersi come e perché lo siano (se lo sono), e provare a discernere modi per mutarli ancor più.

Delle distinzioni nel modello di Giornalismo di Pace concepito da Johan Galtung,la più fondamentale è se un conflitto sia riferito in maniera “orientate alla violenza”, in “tempo e spazio ristretto”, come una serie dibig bang – oppure, d’altro canto, “orientato alla pace e al conflitto [d’interessi legittimi]”, indagando nella “formazione del conflitto”, con “cause e soluzioni ricercate ovunque, anche nella storia e nella cultura”.

Quando si usi il Giornalismo di Pace come principio organizzativo per l’analisi critica di contenuto delle notizie, citare l’occupazione del territorio palestinese è perciò, per così dire, la ‘prima base’ per qualunque giornalismo che anche solo socchiuda tali angoli prospettici. Per i media internazionali – dato l’evidente coinvolgimento di attori esterni al conflitto, in rapporti di causa ed effetto – citare crimini di guerra, quale fattore analitico, dev’essere considerato un altro criterio di buon reportage.

Il passato di molti anni dei media internazionali in questo ambito e altri collegati può solo essere descritto come deprimente. In un studio di molti anni fa, del 2005, originariamente pubblicato nella rivista Social Alternatives, ho trovato:

L’occupazione e le condizioni che impone sulla quotidianità sono indispensabili, in altre parole, alla comprensione del contesto [di atti di violenza]… non solo come storia bensì realtà perdurante di violenza strutturale. Eppure, usando il motore di ricerca professionale Lexis-Nexis, di 115 articoli su carta stampata britannici fra il 19 e il 21 agosto 2003 dove appariva il nome Gerusalemme, solo 12 citavano anche termini come occupato/i o occupazione (e uno degli ultimi era un pezzo aziendale sulle occupazioni di funzionari reclutati da Israele).

I risultati di un altro motore di ricercar online – Factiva, di proprietà Dow Jones – se non altro iniziano a indicare un cambiamento in atto, forse da un po’. I dati per questo articolo sono stati raccolti su periodi trimestrali conclusi con le rispettive date di tregua dopo attacchi israeliani a Gaza: quest’anno, nel 2014 e nel 2008-9 (la cosiddetta Operazione Piombo Fuso). Le parole chiave per la ricerca sono state: palestinesioccupazionecrimini di guerra.

Le risultanze. Periodo fino al:

  • 19 gennaio 2009 = 142
  • 27 agosto 2014 = 305
  • 22 maggio 2021 = 487

Questi risultati permettono almeno un certo spazio per l’ottimismo. In quanto alle cause di un risveglio così brusco, almeno qualche articolo ‘beccato’ dalle parole chiave di ricerca nel terzo dei casi succitati fornisce indizi, con riferimenti a iosa alle analoghe lotte per i diritti palestinesi e alla campagna per i diritti dei Neri negli Stati Uniti e a livello globale, innescata dal movimento Black Lives Matter.

Così, per esempio, l’Herald di Glasgow ha salutato l’annuncio di tregua con un pezzo d’opinione di Joanna Blythman dal titolo “La Palestina sta avendo un momento tipo George Floyd – e ci si deve schierare”. Il nesso è stato ancor più rafforzato da interventi di membri della ‘Squadra’ – donne di colore parlamentari Democratiche USA – di cui veniva ampiamente riferito anche nelle fonti prevalentemente nordamericane colte da Factiva.

Il discorso è sia condizionato socialmente sia costitutivo socialmente, come ci hanno detto Norman Fairclough e Ruth Wodak. Imbaldanziti dal senso del movimento, giornalisti stessi sono entrati in azione, con una lettera aperta firmata da centinaia di redattori e reporter USA con la richiesta al settore di correggere ora “decenni di negligenza giornalistica colposa”. La lettera cita il resoconto dell’associazione di monitoraggio Human Rights Watch, che constata che Israele gestisce un sistema di apartheid trattando con i palestinesi. Specificamente, richiede che si smetta una terminologia d’aspetto innocuo come “evizioni” per sfratti forzosi di palestinesi da casa propria nel territorio occupato, che danno l’impressione fuorviante di “liti immobiliari”, mentre effettivamente si tratta di atti di sistematica violenza razzista.

Fin qui, quindi, va benino. Tranne: che cosa è successo da quando tacciono le armi?  Il Washington Post ha colto il punto in un articolo dell’autore palestinese Jehad Abusalim dal titolo “La tregua di Gaza non è un pretesto di disattenzione per il mondo”. Quello è il pericolo, che replica il rischio di riferire ancora in modo fuorviante un altro [eventuale] scoppio di violenza diretta.

Il mio articolo per Social Alternatives attingeva almateriale raccolto da me e Annabel McGoldrick in un viaggio nella Cisgiordania occupata per il nostro film News from the Holy Land [Notizie dalla Terra Santa]. Che inizia con due trattamenti contrastanti della stessa serie di avvenimenti, fra cui un attentato suicida palestinese a Gerusalemme. La versione di Giornalismo di Guerra asserisce che l’incidente “ha avuto luogo dopo un periodo di calma relativa”. Per i palestinesi però non c’è mai un periodo di calma – solo la morsa continua di un’occupazione e oppressione sempre più intensa.

Nelle ultime sei settimane all’incirca, i palestinesi a Sheikh Jarrah, la scintilla d’innesco per la sequenza di violenze di maggio, sono stati attaccati dai coloni, il cui capo, Yonatan Yosef, ha detto a un intervistatore televisivo: “Prendiamo casa dopo casa. Tutta questa zona sarà un quartiere ebraico. Non siamo ancora finire il lavoro [sic], passiamo al prossimo quartiere”.

Intanto, per tutta la Gerusalemme-Est, occupata (e unilateralmente annessa), a Silwan, le squadre di demolizione stanno distruggendo le abitazioni e le risorse comunitarie palestinesi per far spazio a un parco tematico religioso israeliano.

Giusto la settimana scorsa, la Corte Suprema d’Israele ha confermato, con 11 voti contro 10, la legalità della Legge sullo Stato Nazione razzista del 2018, che comporta due classi di cittadinanza: una per gli ebrei, e una di secondo rango per gli altri. E un rapporto pubblicato dal Monitor Euro-Mediterraneo sui Diritti Umani ha rilevato che 91% dei minori a Gaza sono rimasti traumatizzati dall’ultima offensiva.

Nessuno di questi sviluppi, in sé, è evidentemente arrivato alla soglia di una trattazione adeguatamente estesa nei media internazionali: dove “soglia” è uno dei “fattori di sintonizzazione” che determina la pubblicabilità di una potenziale notizia secondo lo studio Galtung-Ruge del 1965, ‘La struttura delle notizie estere’, che diede luogo al modello di Giornalismo di Pace quale strategia di rimedio alle carenze di reportage sui conflitti.

Invece, la fiamma è tenuta viva dai media alternativi e sociali. Il giornalismo professionale sta cominciando a riformarsi proprio al punto in cui la sua influenza è ormai annacquata negli ambiti mediatici odierni, molto estesi e molteplici. La Rete di Patrocinio della Palestina – Australia (APAN) è una delle molte associazioni di sostegno e solidarietà a cogliere l’opportunità di mettere in grado i sostenitori di entrare in gioco nel quadro della lotta palestinese colmando in tal modo le proprie competenze e i livelli di attività.

Verso fine mese terrà sessioni formative sui media sociali. “Non c’è mai stato un momento migliore per esprimersi francamente per la Palestina”, dice APAN nella sua pubblicità online delle sessioni – e adesso ci sono vari modi per far passare il messaggio nel nuovo spazio mediatico, come lo definì per primo lo studioso di comunicazioni Manuel Castells (nel 2007), costituito da “auto-comunicazione di massa” – uno spazio in cui dichiarò che “si decide il potere”.

Mentre si svolgevano i sinistri avvenimenti di cui sopra, continuava il costante effetto stillicidio del formare e circolare i significati, drenando gradualmente di legittimità il sistema d’apartheid e di occupazione. Trent’anni dopo la conferenza di Madrid, che portò ai ben intenzionati ma in definitiva disastrosi ‘Accordi di Oslo’ che riportarono dall’esilio a Tunisi l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina con Yasser Arafat, il maggior fondo pensioni della Norvegia ha annunciato di disinvestire da aziende collegate alle colonie israeliane in terra palestinese.


Jake Lynch

Jake Lynch lavora presso il Dipartimento di studi sulla pace e i conflitti dell’Università di Sydney, dopo aver completato nel 2020 una Leverhulme Visiting Professorship all’Università di Coventry, nel Regno Unito. Il suo romanzo di debutto, Blood on the Stone: An Oxford Detective Story of the 17th Century, è pubblicato da Unbound Books. Jake ha passato 20 anni a sviluppare e ricercare il giornalismo di pace, nella teoria e nella pratica. È autore di sette libri e di oltre 50 articoli e capitoli di libri. Il suo lavoro in questo campo è stato riconosciuto con l’assegnazione del Premio per la pace del Lussemburgo 2017, dalla Fondazione Schengen per la pace.

Ha servito per due anni come segretario generale dell’International Peace Research Association, avendo organizzato la sua conferenza globale biennale a Sydney, nel 2010. Prima di assumere un incarico accademico, Jake ha goduto di una carriera giornalistica di 17 anni, con periodi come corrispondente politico a Westminster, per Sky News, e come corrispondente da Sydney per il giornale Independent, culminata in un ruolo di presentatore sullo schermo per BBC World Television News.

Lynch è membro del TRANSCEND Network for Peace Development Environment e consulente per TRANSCEND Media Service. È coautore, con Annabel McGoldrick, di Peace Journalism (Hawthorn Press, 2005), e Debates in Peace Journalism, Sydney University Press e TRANSCEND University Press. È anche coautore, con Johan Galtung e Annabel McGoldrick, di Reporting Conflict: An Introduction to Peace Journalism, che l’editore di TMS Antonio C. S. Rosa ha tradotto in portoghese. Il suo libro di ricerca più recente è A Global Standard for Reporting Conflict (Taylor & Francis, 2014).


EDITORIAL, 12 Jul 2021 | #701 |Jake Lynch – TRANSCEND Media Service

Traduzione di Miki Lanza per il Centro Studi Sereno Regis


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